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READ-E-BOOK » Космическая фантастика » Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]
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Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]

Электронная книга - «Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]». Краткое содержание книги:

L’inquisizione è tornata a colpire. Nell’anno del Signore 3131, la Chiesa, garante dell’immortalità fisica a tutti i suoi fedeli, ingaggia una crociata contro gli Ouster, indomiti mutanti di origine umana. E lancia nello spazio una spietata caccia a Aenea — la fanciulla ritenuta il nuovo messia — per carpire il segreto della sua forza misteriosa. Mentre Endymion è custodito nella cella della morte, la ribellione dei giusti sta per giungere al suo atto finale: tutto ruota intorno a Aenea, dotata di grandi poteri e portatrice di oscure verità… Dopo «Hyperion», «La caduta di Hyperion» ed «Endymion», Dan Simmons tocca con questo romanzo l’apice della forza visionaria e immaginativa. E conclude una delle più celebrate, irresistibili e sensazionali saghe fantascientifiche del nostro tempo.
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«Sì, certo» rispose con calma Aenea. «Ho faticato a fianco di alcuni dei migliori scalpellini, vetrai, costruttori e artigiani del settore. All’inizio ero apprendista, ma prima della partenza ero diventata assistente del capo progettista che lavorava alla navata.»

Potei solo scuotere la testa. «E hai fatto… hai tenuto circoli di discussione?»

«Sì. Su Vettore Rinascimento vi furono più studenti che su qualsiasi altro pianeta. Migliaia di studenti, prima della conclusione.»

«Sono sorpreso che non ti abbiano tradito.»

«Mi hanno tradito, infatti. Ma non fu uno dei miei studenti. Uno dei vetrai ci denunciò alla guarnigione della Pax. A. Bettik, Theo e io ce la cavammo al pelo.»

«Per teleporter.»

«Sì… portandoci» disse Aenea. Solo molto più tardi capii che in quel momento nella sua voce c’era stata una piccola esitazione, una riserva inespressa.

«E gli altri sono andati via con te?»

«Non con me. Ma centinaia di loro si portarono altrove.»

«Dove?» domandai, confuso.

Aenea sospirò. «Ricordi la nostra discussione, Raul? Quando ho detto che per quelli della Pax io ero un virus? E che avevano ragione loro?»

«Sì.»

«Be’, anche quei miei studenti portano il virus. Avevano posti dove andare. Persone da infettare.»

Continuò l’elenco di pianeti e di lavori. Tre mesi su Patawpha, dove mise a frutto l’esperienza nella costruzione di alberi-casa per erigere ville signorili nei rami intrecciati e nei tronchi che crescevano dalle interminabili paludi.

Quattro mesi standard su Amritsar, dove aveva lavorato nel deserto per costruire case di tende e luoghi di raduno per le bande nomadi di Sikh e di Sufi che vagavano sulle sabbie verdastre di quel pianeta.

«E lì hai conosciuto Rachel» dissi.

«Esatto.»

«Qual è il cognome di Rachel? Non me l’ha detto.»

«Non l’ha mai detto neppure a me» rispose. E continuò il racconto.

Da Amritsar, lei e A. Bettik e le due nuove amiche si erano portati su Groombridge Dyson D. Quel pianeta era stato un fallito tentativo di terraforming dell’Egemonia, abbandonato all’invasione dei ghiacciai di metano e ammoniaca e agli uragani di cristalli di ghiaccio, mentre i coloni, in numero sempre minore, si ritiravano nelle biocupole e nelle baracche dei cantieri orbitali. Ma la sua popolazione, in gran parte ingegneri musulmani del fallito Progetto di reclamazione genetica transafricana, si era testardamente rifiutata di morire durante la Caduta e aveva finito per terraformare Groombridge Dyson D in un pianeta a tundra lapponica con aria respirabile e adattamenti della flora e della fauna dalla Vecchia Terra, compresi lanosi mammut che vagavano nelle terre alte equatoriali. I milioni di ettari di praterie erano l’ideale per i cavalli (cavalli della Vecchia Terra, del tipo scomparso durante le Tribolazioni, prima che il pianeta cadesse in se stesso) e così gli ingegneri genetici avevano preso l’originale ceppo delle navi seminatrici e avevano prodotto cavalli a migliaia, poi a decine di migliaia. Bande nomadi vagavano nelle praterie del continente meridionale e vivevano in una sorta di simbiosi con i grandi branchi di cavalli, mentre i contadini e i cittadini si trasferivano nelle alture pedemontane lungo l’equatore. Sul pianeta c’erano violenti predatori, evoluti e scatenati nei secoli di accelerata e autodiretta sperimentazione ARNista: branchi di mutanti imparentati alle carogne e terrori notturni rintanati in cunicoli, serpenti lunghi trenta metri discendenti da quelli che abitavano il mar d’Erba di Hyperion e tigri delle rocce di Fuji, lupi intelligenti e orsi grigi dal QI accresciuto.

Gli esseri umani possedevano la tecnologia per dare la caccia a quei killer bioadattati e ridurli all’estinzione in un anno o meno, ma i residenti del pianeta avevano scelto una via diversa: i nomadi avrebbero corso i propri rischi, alla pari con i predatori, proteggendo i grandi branchi di cavalli finché l’erba non avesse smesso di crescere e l’acqua di scorrere, mentre gli stanziali di città avrebbero costruito una muraglia, una singola muraglia alla fine lunga più di cinquemila chilometri che separasse le regioni più selvagge delle terre alte dalle savane popolate di cavalli e dalle foreste di cicladi in evoluzione a sud. E la muraglia doveva essere qualcosa di più di una muraglia, doveva diventare la grande città lineare di Groombridge Dyson D, alta trenta metri come minimo, con bastioni risplendenti di moschee e di minareti, con il camminamento superiore tanto largo da permettere almeno il passaggio di tre cocchi quasi a contatto di ruota.

I coloni erano troppo pochi e troppo impegnati in altri progetti per lavorare a tempo pieno alla muraglia, ma avevano programmato dei robot e ricuperato gli androidi nelle cripte delle navi seminatrici, m modo che terminassero il lavoro. Aenea e i suoi amici avevano preso parte a quel progetto, lavorando per sei mesi standard, mentre la muraglia prendeva forma e iniziava l’implacabile marcia lungo la base delle terre alte e il limitare delle praterie.

«A. Bettik trovò lì due dei suoi fratelli» disse piano Aenea.

«Oddio» mormorai. Me n’ero quasi dimenticato. Alcuni anni prima, su Sol Draconis Septem, seduti davanti al tepore di un termocubo nello studio tappezzato di libri di padre Glauco, in un grattacielo a sua volta imprigionato nel ghiacciaio eterno dell’atmosfera congelata del pianeta, A. Bettik aveva accennato a una delle ragioni per cui partecipava a quell’odissea con la bambina Aenea e con me: si augurava, contro ogni logica, di trovare i suoi quattro consanguinei, tre fratelli e una sorella. Erano stati separati dopo il periodo di addestramento, quando erano ancora bambini, se si può usare il termine "bambini" per indicare i primi anni di vita accelerata degli androidi.

«Così li ha trovati!» esclamai, stupito.

«Ne ha trovati due. Uno degli altri maschi del suo nido d’infanzia, A. Antibbe, e sua sorella, A. Darria.»

«Gli somigliavano?» domandai. Nella città abbandonata di Endymion, il vecchio poeta si serviva di androidi, ma io non avevo fatto molta attenzione a nessuno di loro, A. Bettik escluso: in quel momento troppe cose accadevano troppo in fretta.

«Molto» rispose Aenea. «Ma erano anche molto diversi. Forse A. Bettik te ne parlerà.»

Riprese il racconto. Dopo sei mesi standard di lavoro alla città-muraglia, avevano dovuto andare via da Groombridge Dyson D.

«La Pax?»

«La Commissione per la giustizia e la pace, a essere precisi. Non volevamo andarcene, ma non avevamo scelta.»

«Cos’è la Commissione per la giustizia e la pace?» Qualcosa, nel modo come Aenea aveva pronunciato le parole, mi aveva fatto rizzare i peli delle braccia.

«Te lo spiegherò più avanti.»

«D’accordo. Spiegami però un’altra cosa adesso.»

Aenea annuì e attese.

«Hai detto di avere trascorso cinque mesi standard su Ixion. Tre mesi su Patto-Maui, sei mesi su Vettore Rinascimento, tre mesi su Patawpha, quattro su Amritsar, circa sei su… come si chiama? Groombridge Dyson D?»

Aenea annuì.

«E sei qui da circa un anno standard, hai detto?»

«Sì.»

«In totale sono trentanove mesi standard. Tre anni e tre mesi.»

Aenea rimase in silenzio. Increspò leggermente gli angoli della bocca, ma capii che non stava per sorridere, pareva piuttosto che volesse evitare di piangere. Alla fine disse: «Sei sempre stato bravo in matematica, Raul».

«Il mio viaggio fin qui ha richiesto cinque anni di debito temporale» continuai piano. «Per te sono quindi circa sessanta mesi standard, ma hai parlato solo di trentanove. Come hai trascorso i ventuno che mancano, ragazzina?»

Vidi le lacrime nei suoi occhi, gli angoli della bocca contrarsi lievemente. Ma Aenea cercò di parlare in tono leggero. «Per me sono stati sessantadue mesi, una settimana e sei giorni» disse. «Cinque anni, due mesi e un giorno di debito temporale, circa quattro giorni per accelerare e decelerare, otto giorni di tempo di viaggio. Hai dimenticato il tempo di viaggio.»

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