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I fuochi del cielo

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I fuochi del cielo
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«Chiudi la bocca, Liandrin» disse la donna con calma. «Sembri un pesce. Non mi chiamo Gyldin ma Moghedien. A questo tè manca del miele, Temaile.» La snella donna dal viso volpino scattò verso la tazza respirando affannosamente.

Doveva essere così. Chi poteva aver sottomesso in quel modo le altre? Liandrin le vedeva in piedi contro le pareti. Eldrith Jhondar, che per una volta non sembrava distratta malgrado la macchia di inchiostro sul naso, annuiva vigorosamente. Le restanti parevano timorose di muoversi. Perché una Reietta — in teoria non dovevano usare quel nome, ma di solito lo facevano fra loro — si fosse mascherata da serva, questo non riusciva a capirlo. La donna aveva, o poteva avere, tutto quello che voleva. Non solo la conoscenza dell’Unico Potere oltre tutti i sogni, ma il potere stesso. Sugli altri, sul mondo. E l’immortalità. Potere per una vita che non sarebbe mai finita. Lei e le altre Sorelle si erano poste molte domande sui Reietti, avevano ricevuto ordini insoliti e dato ordini ad altri Amici delle Tenebre che non coincidevano con i loro. Forse Moghedien stava nascondendosi dagli altri Reietti.

Liandrin si chinò in una profonda riverenza disponendo intorno a sé nel modo migliore l’abito da cavallo. «Ti diamo il benvenuto, padrona. Con i Prescelti a guidarci sicuramente trionferemo prima del giorno del ritorno del Sommo Signore.»

«Ben detto» rispose asciutta Moghedien, togliendo la tazza di mano a Temaile. «Sì, è molto meglio.» Temaile sembrava assurdamente grata e sollevata. Cosa aveva fatto Moghedien?

Di colpo a Liandrin venne qualcosa in mente, un pensiero sgradito. Aveva trattato la Prescelta come una serva. «Padrona, a Tanchico non sapevo che tu...»

«Certo che no» osservò irritata Moghedien. «Che vantaggio avrei ottenuto ad aspettare nascosta nell’ombra se tu e queste altre foste state al corrente della mia presenza?» Di colpo le apparve un sorrisetto sulle labbra. Non si toccò nessun’altra parte del volto. «Sei preoccupata per tutte le volte in cui hai mandato Gyldin dal cuoco per essere punita?» Il sudore imperlava il viso di Liandrin. «Credi davvero che avrei permesso una cosa simile? L’uomo senza dubbio ti faceva rapporto, ma si ricordava quello che io volevo ricordasse. Era dolente per Gyldin, trattata tanto crudelmente dalla sua padrona.» Questo sembrò divertirla moltissimo. «Mi ha dato parte del dolce che aveva preparato per te. Non mi dispiacerebbe se fosse ancora in vita.»

Liandrin sospirò sollevata. Non sarebbe morta. «Padrona, non c’è bisogno che mi schermi. Anche io servo il Sommo Signore. Ho prestato i miei giuramenti da Amica delle Tenebre prima di recarmi alla Torre Bianca. Ho cercato l’Ajala Nera fin dal giorno in cui ho scoperto di saper incanalare.»

«Per cui tu saresti la sola in questo disordinato assortimento che non ha bisogno di imparare chi è la padrona?» Moghedien sollevò un sopracciglio. «Non lo avrei mai pensato.» Il bagliore che circondava la donna scomparve. «Ho un compito per te. Per tutte voi. Qualsiasi cosa stiate combinando, ve ne dimenticherete. Siete un gruppo di inette, come avete dimostrato a Tanchico. Con la mia mano sulla frusta forse caccerete con maggior successo.»

«Stiamo aspettando ordini dalla Torre, padrona» disse Liandrin. Inette! Avevano quasi trovato quello che cercavano a Tanchico, quando nella città era esplosa la sommossa. Erano sfuggite a malapena alla distruzione per mano di Aes Sedai che in qualche modo erano finite nei loro piani. Se Moghedien si fosse rivelata o se vi avesse preso parte per conto loro, avrebbero trionfato. Se il fallimento era da attribuire a qualcuno, era colpa di Moghedien in persona. Liandrin si protese verso la Vera Fonte, non per abbracciarla ma per essere sicura che lo scudo non fosse stato legato. Era scomparso. «Ci sono state assegnate grandi responsabilità, dei compiti enormi da eseguire, e di certo ci verrà ordinato di proseguire...»

Moghedien la interruppe seccamente. «Tu servi chiunque dei Prescelti schiocchi le dita. Sappi che se qualcuna ti invia ordini dalla Torre Bianca adesso li riceve da uno di noi e molto probabilmente striscia sul ventre quando lo fa. Mi servirai, Liandrin. Stanne certa.»

Moghedien ignorava chi fosse a capo dell’Ajah Nera. Era stata una rivelazione. Moghedien non sapeva tutto. Liandrin si era sempre immaginata i Reietti quasi onnipotenti, qualcosa ben oltre gli ordinari mortali. Forse la donna stava davvero fuggendo dagli altri Reietti. Consegnargliela le avrebbe certamente garantito una posizione elevata. Avrebbe potuto diventare una di loro. Conosceva un trucco, imparato nell’infanzia. E poteva toccare la Fonte. «Padrona, noi serviamo il Sommo Signore, come te. Anche a noi è stata promessa la vita eterna e il potere quando il Sommo Signore...»

«Credi di essere mia pari, sorellina?» Moghedien fece una smorfia disgustata. «Sei rimasta in piedi nel Pozzo del Destino per dedicare la tua anima al Sommo Signore? Hai assaporato il gusto della vittoria a Paaran Disen o l’amaro delle ceneri ad Asar Don? Tu sei appena un cagnolino addestrato, non la capobranco, e andrai dove io punterò il dito finché riterrò che meriti un posto migliore. Anche queste altre si considerano più di quello che sono. Desideri provare la tua forza contro di me?»

«Certo che no, padrona.» Non quando veniva preavvisata ed era pronta. «Io...»

«Lo farai, prima o poi, e desidero allontanare gli equivoci fin dall’inizio. Perché credi che le tue compagne sembrano così gentili? Ho già impartito a ognuna di loro la stessa lezione oggi. Non mi stupirebbe che ne avessi bisogno anche tu. Prova.»

Umettandosi le labbra spaventata, Liandrin guardò le donne in piedi contro il muro, la schiena rigida. Solo Asne Zaremene sbatteva le palpebre; scosse leggermente la testa. Gli occhi a mandorla di Asne, gli zigomi alti e il naso pronunciato la identificavano come originaria della Saldea, ed era spavalda come tutti in quella terra. Se consigliava di non farlo, se nei suoi occhi scuri compariva la paura, allora era meglio strisciare quel tanto da addolcire Moghedien. Eppure aveva ancora il suo trucco.

Si inginocchiò, a testa bassa, guardando la Reietta con una paura che era solo in parte finzione. Moghedien rimase seduta sorseggiando il tè. «Padrona, ti prego di perdonarmi se mi sono permessa di supporre qualcosa. So di essere solo un verme sotto ai tuoi piedi. Ti prego come uno dei tuoi cani fedeli di avere pietà di questa povera bestia.» Moghedien rivolse gli occhi alla tazza e in un lampo, mentre ancora proferiva quelle parole, Liandrin abbracciò la Fonte e incanalò, cercando la breccia che doveva essere subentrata nella sicurezza della Reietta, quella presente nella facciata di forza di tutti.

Mentre ancora scagliava il flusso, la luce di saidar circondò l’altra donna e il dolore avviluppò Liandrin. Cadde sul tappeto nel tentativo di gridare, ma un’agonia oltre ogni limite mai provata prima la ridusse al silenzio. Gli occhi le sarebbero schizzati fuori dalle orbite e la pelle le sarebbe stata strappata via a brandelli. Si divincolò per quella che le parve un’eternità, e quando svanì improvvisamente come era iniziato, non poté fare altro che rimanere in terra, tremando e singhiozzando a bocca aperta.

«Incominci a capire?» disse Moghedien con calma, mentre passava la tazza vuota a Temaile e dicendo, «Era molto buono. Ma la prossima volta lo vorrei un po’ più forte.» Temaile sembrava sull’orlo dello svenimento. «Non sei abbastanza veloce, Liandrin, né abbastanza forte e nemmeno hai la conoscenza necessaria. Il trucco pietoso che hai provato contro di me... ti piacerebbe vedere come funziona davvero?» A quel punto incanalò.

Liandrin la guardava in piena adorazione. Strisciando in terra, parlò fra i singhiozzi fino a quando non poté fermarsi. «Perdonami, padrona.» Si rivolgeva a questa donna magnifica, come una stella nel cielo, una cometa, al di sopra di tutti i re e le regine. «Ti prego di perdonarmi» implorò, baciando l’orlo del vestito di Moghedien mentre balbettava. «Perdonami. Sono un cane, un verme.» Provava una vergogna mortale, per non aver pronunciato prima quelle parole, credendoci. Erano vere. Davanti a costei erano tutte vere. «Lascia che ti serva, padrona. Permettimi di servirti. Ti prego, ti prego!»

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