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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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Nynaeve scese dalla carrozza alle sue spalle, legandosi il mantello verde da viaggio sotto al collo e borbottando fra sé e con il conducente. «Fatta ruzzolare come una gallina in un uragano! Battuta come un tappeto impolverato! Come sei riuscito a trovare ogni solco e buco fra qui e la Pietra, buon uomo? Bisognava davvero essere bravi. Peccato che non sei altrettanto bravo a manovrare i cavalli.» L’uomo cercò di aiutarla a scendere, con il viso sottile imbronciato, ma Nynaeve rifiutò l’aiuto.

Sospirando, Elayne raddoppiò l’ammontare di centesimi d’argento che stava estraendo dal sacchetto. «Grazie per averci trasportate velocemente e in modo sicuro.» Sorrise mettendogli le monete in mano. «Ti abbiamo detto di andare veloce e hai fatto quello che ti avevamo chiesto. Le strade non sono colpa tua e hai fatto un ottimo lavoro in pessime condizioni.»

Senza guardare le monete, il tipo le rivolse un profondo inchino e uno sguardo grato, mormorando: «Grazie, mia signora» tanto per le parole quanto per i soldi, ne era certa. Elayne aveva scoperto che una parola gentile e qualche complimento erano usualmente ben accetti come l’argento, se non di più. Anche se comunque difficilmente l’argento non veniva apprezzato.

«Che la Luce vi doni un viaggio sicuro, mia signora» aggiunse. Il battito di una palpebra in direzione di Nynaeve diceva che l’augurio era solamente per Elayne. Nynaeve doveva imparare come farsi degli alleati e tenere in considerazione gli altri; doveva proprio farlo.

Dopo aver passato loro fagotti e oggetti vari scaricandoli dalla carrozza, il conducente fece girare la pariglia e si avviò. Nynaeve aggiunse a malincuore: «Non avrei dovuto prendermela con quell’uomo, immagino. Un uccello non sarebbe riuscito a trovare una via facile per quelle strade. Non su una carrozza, in nessun modo. Ma dopo aver rimbalzato tutto il tempo mi sentivo come se fossi stata in groppa a un cavallo per una settimana.»

«Non è colpa sua se ti fa male... la schiena» rispose Elayne con un sorriso per togliere la parte pungente, mentre raccoglieva le sue cose.

Nynaeve scoppiò a ridere. «L’ho detto, vero? Non ti aspetterai che gli corra appresso per chiedere scusa, mi auguro. Quella manciata d’argento che gli hai dato dovrebbe lenire qualsiasi ferita che non sia mortale. Devi davvero imparare a essere più cauta con i soldi, Elayne. Non abbiamo le risorse del reame di Andor a nostra disposizione. Una famiglia potrebbe vivere confortevolmente con quello che elargisci a chiunque fa il lavoro per cui è stato pagato.» Elayne le rivolse un quieto sguardo indignato — Nynaeve sembrava sempre pensare che dovevano vivere peggio dei servitori a meno che non ci fosse motivo di fare altrimenti, invece che il contrario, come era logico — ma la donna più grande non sembrava accorgersi di quell’espressione che metteva sempre le guardie sull’attenti. Invece Nynaeve raccolse i fagotti e la robusta sacca degli abiti, voltandosi verso il molo. «Almeno su questa nave faremo un viaggio più confortevole. Mi auguro. Saliamo a bordo?»

Mentre si avviavano lungo il molo, fra uomini che lavoravano, barili ammucchiati e carri carichi di beni, Elayne disse: «Nynaeve, la gente del Popolo del Mare può essere permalosa finché non ti conosce, o almeno, così mi è stato insegnato. Pensi che potresti provare ad avere un po’ più di...?»

«Più di cosa?»

«Tatto, Nynaeve.» Elayne perse il passo quando qualcuno sputò sul molo di fronte a lei. Non c’era modo di dire chi fosse stato; quando si voltò stavano tutti a testa bassa e lavoravano sodo. Maltrattati o no dai Sommi signori, gli avrebbe rivolto alcune parole taglienti che il colpevole non avrebbe dimenticato presto, se lo avesse trovato. «Per una volta potresti provare a usare un po’ di tatto.»

«Naturalmente.» Nynaeve si incamminò sul ponte di imbarco con i corrimano di corda. «Finché non mi sballotteranno.»

Il primo pensiero di Elayne nel raggiungere il ponte era che il perlustratore sembrava molto stretto per la sua lunghezza; non sapeva molto di navi a dire il vero, ma a lei pareva una grossa scheggia. Oh, Luce, questa cosa oscillerà peggio della carrozza, per quanto possa essere grande, pensò. Il secondo pensiero lo rivolse alla ciurma. Aveva sentito delle storie sugli Atha’an Miere, ma non li aveva mai visti prima. Anche le storie non dicevano molto, per la verità. Gente riservata che si faceva gli affari propri, misteriosi quasi quanto gli Aiel. Solo le terre oltre il deserto potevano essere più strane, e tutto ciò che la gente sapeva di loro era che il Popolo del Mare da quei luoghi riportava avorio e seta.

Questi Atha’an Miere erano scuri, scalzi, tutti sbarbati, con i capelli neri lunghi e lisci e le mani tatuate, si muovevano con la certezza di quelli che conoscono il proprio incarico abbastanza bene da poterlo fare a occhi chiusi. C’era una certa grazia ondeggiante nei loro movimenti, come se, anche con la nave ferma, ancora sentissero il moto del mare. La maggior parte portava attorno al collo catene d’oro o d’argento, anelli alle orecchie, a volte due o tre per lato, alcuni con delle pietre lucide.

C’erano donne fra la ciurma, nello stesso numero degli uomini, che tiravano corde e le avvolgevano assieme a loro, con le stesse mani tatuate, gli stessi pantaloni a sbuffo di un qualche scuro tessuto oleato stretti in vita da colorate fusciacche e aperti sui fianchi. Ma le donne indossavano anche bluse colorate, tutte di accesi rossi, blu e verdi, e avevano almeno altrettante catene e orecchini come gli uomini. Incluso, notò Elayne con una certa sorpresa, due o tre donne con degli anellini in una narice.

La grazia delle donne superava grandemente quella degli uomini e fece venire in mente a Elayne alcune storie sentite da bambina mentre ascoltava quando non avrebbe dovuto. Le donne degli Atha’an Miere erano, in quelle storie, la personificazione del fascino e della tentazione, inseguite da tutti gli uomini. Le donne su questa nave non erano più belle di altre, ma guardandole muoversi, poteva crederci.

Due donne, sul ponte sollevato a poppa, non erano chiaramente parte della ciurma. Anche loro erano scalze e gli abiti avevano lo stesso taglio, ma di seta, uno blu, l’altro verde. La più grande della coppia, quella in verde, portava quattro anelli d’oro per ogni orecchio e uno nella narice sinistra, tutti lavorati per risplendere alla luce mattutina. Una catenella sottile andava dall’anello al naso all’orecchino, supportando una fila di piccoli medaglioni d’oro pendenti e a una delle catene attorno al collo era appesa una scatolina d’oro traforata, come un pezzo di merletto, che di tanto in tanto sollevava per annusare. L’altra donna, più alta, aveva solamente sei orecchini in tutto, e meno medaglioni. La scatola traforata che aveva era dello stesso oro fine. Davvero esotiche. Elayne sussultò al solo pensiero dell’anello al naso. E quella catena!

Qualcosa di strano riguardo al ponte di poppa colse la sua attenzione, ma all’inizio non riusciva a dire cosa. Non c’era l’asta per il timone. Uno strano tipo di ruota raggiata si trovava fra le donne, legata in modo da non ruotare, ma non c’era l’asta del timone. Come fanno a governare la barca? si chiese. Anche la più piccola imbarcazione fluviale che avesse visto mai ne aveva uno. Li aveva visti su tutte le navi allineate ai moli vicini. Questo Popolo del Mare diventava sempre più misterioso.

«Ricordati cosa ti ha detto Moiraine» la ammonì mentre si avvicinavano al ponte di poppa. Non era molto; anche le Aes Sedai sapevano poco degli Atha’an Miere. Moiraine però aveva dispensato le frasi di rito; le cose che andavano dette per comportarsi educatamente. «E ricordati di usare il tatto» aggiunse con un bisbiglio.

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