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Pianeta di caccia [Grass - it]

Электронная книга - «Pianeta di caccia [Grass - it]». Краткое содержание книги:

Marjorie Westriding Yrarier è stata inviata sul pianeta Grass per rispondere a un misterioso interrogativo: un contagio si sta spargendo fra le stelle, un’epidemia mortale che minaccia di distruggere la razza umana. Nessun pianeta ne è rimasto immune, tranne Grass. Perché?
Poco si conosce di Grass, se non che si tratta di un luogo idilliaco, dove la natura è assolutamente intatta e l’ambiente conserva un perfetto equilibrio. Interamente coperto dalle più strane varietà di vegetazione che si possano immaginare, il pianeta è un’autentica anomalia cosmica. Un gruppo di famiglie giunte secoli prima per colonizzarlo hanno edificato rapidamente una nuova società, ignorando la presenza aliena e creando un’aristocrazia che ruota attorno all’evento della Caccia. Con il passare delle generazioni, la vita su Grass e i vari usi e costumi sono sempre più sprofondati nel mistero e la Caccia, evento già ben noto sulla Terra, si è ora trasformato in uno strano rito, tremendo e inquietante. Già, perché qual è la vera natura e la vera funzione delle creature che partecipano alla Caccia, che cosa si nasconde dietro questo ciclico rituale e soprattutto... qual è la preda? Come ben presto intuisce Lady Westriding, su questo strano pianeta lontano milioni di chilometri vi sono più misteri di quanti se ne possano immaginare.

Nominato per i premi Hugo e Locus in 1990.
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— Quanto tempo fa avvenne tutto questo?

— Secoli fa: secoli grassiani.

Nell’osservare le case di erbe e di liane intrecciate, Marjorie scosse la testa: — Impossibile! Queste case non possono essere tanto antiche, altrimenti sarebbero marcite, come pure i ponti. Gli alberi stessi che le sorreggono sarebbero cresciuti e invecchiati, infine sarebbero morti e caduti.

— No, perché la città è stata conservata così com’era per tutto questo tempo.

— Da chi?

— La domanda è giusta, Marjorie: da chi? Ce lo chiediamo tutti, nevvero? Ebbene, credo che molto presto lo sapremo.

Poi, Rillibee guidò il gruppo per i ponti, fra le case, sino a una vasta veranda con parapetti dagli ornati a forma di foglie e volute, e colonne tòrtili a sostenere il frascato conico: è la piazza della città, pensò Marjorie, aperta all’aria, al vento, e al canto degli uccelli.

Gli ologrammi che passeggiavano, danzavano, si salutavano, erano così numerosi che, per un momento, le persone credettero che fosse un’ombra anche la creatura possente che veniva loro incontro dalla veranda. Appena si accorsero che non era così, si radunarono, e Tony portò la mano al coltello laser.

— No. — Frate Mainoa posò una mano sul braccio del ragazzo. — No. — Poi avanzò ad osservare colui che da tanto tempo desiderava vedere anche con gli occhi, oltre che con la mente. — Non ci farà alcun male.

La fronte sembrava tremare sugli occhi simili a globi accecanti di gelido lampo blu. Le zanne, se tali si potevano definire, erano di avorio scintillante, quasi azzurro, e la pelliccia splendeva.

Inchinandosi come al cospetto di una delle massime autorità clericali, frate Mainoa mormorò: — Siamo onorati.

La creatura si accovacciò e parve annuire, afferrando le sponde del ponte con mani che sembravano avere quattro dita pelose. Nel curvare le spalle possenti ammantate di pelliccia, rivelò fugacemente l’armatura screziata di placche ossee che proteggeva la schiena. Le proporzioni del suo corpo erano del tutto aliene e gli arti inferiori non assomigliavano affatto alle gambe. Era un essere indescrivibile: si poteva dire soltanto che era diverso da qualsiasi altra creatura terrestre o grassiana.

Con timore reverenziale, ma anche con grande interesse, frate Mainoa osservò quella meraviglia battendo rapidamente le palpebre come per schiarirsi la vista, al pari di tutti i suoi compagni: — Nel vederti per la prima volta, mi chiedo quale necessità evolutiva abbia causato lo sviluppo di un aspetto tanto feroce — mormorò, abbassando lo sguardo.

Allora sembrò che gli occhi enormi si spalancassero, e un dito in parte villoso e in parte scaglioso parve sfoderare un lungo artiglio ricurvo che si protese verso la gola del vecchio frate.

Come in risposta a una battuta, Mainoa sorrise: — Non posso credere che tu dica sul serio. Non ti servono gli artigli contro di me, né ti servirebbero contro qualsiasi persona, a meno di essere minacciato con armi pesanti. E in questo caso, persino la tua armatura servirebbe a poco. Se non altro, gli uomini sono assassini molto esperti.

Gli occhi della creatura parvero socchiudersi.

Allora frate Mainoa si afferrò la testa con entrambe le mani e si curvò innanzi. Gli altri lo imitarono, crollando in ginocchio. Soltanto Sylvan rimase in piedi: reso temerario dalla collera e dal terrore, avanzò di un passo.

— Basta! Basta! — Mainoa si raddrizzò, quasi boccheggiante. — È tremendo. — Ormai sapeva quale necessità evolutiva aveva prodotto quell’armatura: un nemico esistito in un lontano passato, un mostro enorme e inesorabile. In una proiezione mentale dolorosissima, l’aveva visto nell’atto di straziare e divorare veltri e Hippae. — Sono estinti? — chiese, ricevendo un assenso telepatico. — Li avete sterminati?

Perplessità. Certezza. I mostri corazzati non erano stati creature intelligenti, bensì soltanto voracità incarnata. Gli Arbai li avevano sterminati per proteggere gli Hippae, che da allora si erano moltiplicati sempre più.

Improvvisamente stanco, frate Mainoa sedette sul ponte di fibre intrecciate: — Questo essere è mio amico — spiegò ai compagni. — Abbiamo conversato molte volte insieme. — Dopo averlo intravisto, si sentiva angosciato ripensando a tutte le volte che gli aveva parlato senza conoscerne l’aspetto. Se lo avessi veduto, come avrei reagito? si chiese. Non sarei certo riuscito a parlargli. Possiamo comunicare con gli dèi e con gli angeli soltanto finché non si manifestano come tali: dobbiamo credere che ci assomigliano. E noi umani non possiamo certo ritenere che le volpi siano simili a noi.

Ancora inginocchiato, come gli altri, Tony ansimò: — Le volpi.

— Sì, le volpi — confermò Mainoa. — Lui e alcuni suoi compagni hanno tenuto a bada gli Hippae per consentirci di arrivare qui e poterci osservare, come desideravano.

Marjorie implorò: — Ma, sa dov’è Stella? — Ebbe l’impressione che una testa enorme si girasse verso di lei e fu scossa da un tremito: — Capisco. Naturalmente. Sì.

— Marjorie? — chiamò Sylvan.

— Lo sento! Lo sento, Sylvan! Non riuscite a sentirlo anche voi?

Scoccando un’occhiata sospettosa al luogo in cui credeva che si trovasse la volpe, Sylvan scosse la testa: — No, non sento niente.

— Siete stato cacciatore per troppo tempo — spiegò Mainoa. — Gli Hippae vi hanno mentalmente assordato.

— Sta parlando? — domandò Sylvan.

Rillibee annuì: — Sì. Comunica per immagini, ma usa anche qualche parola. — E si rialzò, ormai incapace di strabiliarsi oltre. La sua meraviglia era suscitata soprattutto dagli alberi: non aveva bisogno d’altro. E non voleva parlare con le volpi, bensì, al pari di Marjorie, voleva ritrovare Stella.

— Cos’ha detto di vostra figlia? — riprese Sylvan.

— Alcuni individui della sua razza la stanno cercando — rispose Marjorie. — Appena l’avranno trovata, ci avvertiranno.

— Vogliono dirci e chiederci molte cose — annunciò stancamente frate Mainoa, che desiderava e temeva al tempo stesso tale colloquio. — Molte cose.

— Scendo a sbardare i cavalli — disse Rillibee. Poiché la ricerca di Stella era rinviata, preferiva restare solo, accanto a un albero, per impregnarsi del suo profumo e della sua essenza. Nelle tenebre, le piante enormi gli erano sembrate spiriti vegetali, ma alla luce del giorno aveva visto che erano veri alberi. Joshua avrebbe dato l’anima per piante come quelle, che non avevano uguali sulla Terra. Essere in una foresta era una vera benedizione.

Mentre Rillibee si allontanava, Sylvan lo seguì: — Vengo ad aiutarvi, dato che qua sono inutile.

Senza cordialità, Rillibee annuì.

Gli altri non si accorsero neppure della loro assenza.

Nel proprio appartamento, a Klive, Shevlok bon Damfels sedeva sul davanzale di una finestra aperta a sorseggiar vino da un bicchiere mezzo vuoto. Il fumo dei camini del villaggio si stagliava nel cielo all’orizzonte. Persino le rane tacevano nella calma assoluta e mortale dell’alba.

Accanto a Shevlok era aperta una cassa di bottiglie quasi vuota. Sul letto disfatto giaceva da giorni Janetta, che talvolta aveva dormito e talaltra era rimasta immobile mentre lui la accarezzava, le parlava sottovoce, faceva l’amore con lei: i suoi capezzoli si erano inturgiditi, la sua vulva si era bagnata, ma per il resto aveva manifestato di non sentir nulla, con lo sguardo fisso a qualcosa che soltanto lei poteva vedere.

Una volta soltanto, nel far l’amore, Shevlok aveva avuto l’impressione di scorgere una minima scintilla nel suo sguardo, come un barlume d’intelligenza fugace, inafferrabile.

Da quando l’aveva portata lì, Shevlok aveva bevuto molto, ma non intendeva smettere. E intanto guardava dormire la ragazza che avrebbe dovuto diventare la sua obermum, e governare la famiglia con lui, dopo la morte di Stavenger. Non soltanto Janetta era adatta a questo ruolo: Shevlok l’amava alla follia, e non desiderava altro che lei, dalla vita.

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