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Pianeta di caccia [Grass - it]

Электронная книга - «Pianeta di caccia [Grass - it]». Краткое содержание книги:

Marjorie Westriding Yrarier è stata inviata sul pianeta Grass per rispondere a un misterioso interrogativo: un contagio si sta spargendo fra le stelle, un’epidemia mortale che minaccia di distruggere la razza umana. Nessun pianeta ne è rimasto immune, tranne Grass. Perché?
Poco si conosce di Grass, se non che si tratta di un luogo idilliaco, dove la natura è assolutamente intatta e l’ambiente conserva un perfetto equilibrio. Interamente coperto dalle più strane varietà di vegetazione che si possano immaginare, il pianeta è un’autentica anomalia cosmica. Un gruppo di famiglie giunte secoli prima per colonizzarlo hanno edificato rapidamente una nuova società, ignorando la presenza aliena e creando un’aristocrazia che ruota attorno all’evento della Caccia. Con il passare delle generazioni, la vita su Grass e i vari usi e costumi sono sempre più sprofondati nel mistero e la Caccia, evento già ben noto sulla Terra, si è ora trasformato in uno strano rito, tremendo e inquietante. Già, perché qual è la vera natura e la vera funzione delle creature che partecipano alla Caccia, che cosa si nasconde dietro questo ciclico rituale e soprattutto... qual è la preda? Come ben presto intuisce Lady Westriding, su questo strano pianeta lontano milioni di chilometri vi sono più misteri di quanti se ne possano immaginare.

Nominato per i premi Hugo e Locus in 1990.
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Fissate le redini all’ultimo corno, Rigo montò, infilò le punte degli stivali fra le costole, e puntò i piedi appena in tempo per resistere ad una impennata improvvisa, reggendosi soltanto con le mani e coi piedi, lo sguardo fisso al cielo, i muscoli delle gambe e della schiena dolorosamente contratti.

Con una risata quasi umana, l’Hippae si mise a camminare sulle zampe posteriori, in apparenza con la medesima facilità con cui si muoveva su tutti e quattro gli arti. Continuò per quella che parve una eternità, prima di lasciar ricadere le zampe anteriori.

Come per una parata, il grande Hippae verde montato da Stavenger si affiancò a quello azzurro montato da Rigo, e scrollò il collo, facendo cozzare le corna. Stavenger sembrava ormai il guscio di se stesso: paonazzo, proruppe in una sfilza di urla insensate, chiuse di scatto la bocca, e rimase immobile.

Quando il mostro azzurro scosse il collo, Rigo sentì se stesso gridare. In una esplosione interiore di furia, tacque, liberando la propria mente dall’intrusione aliena.

Intanto, gli Hippae si misero a danzare fianco a fianco, al galoppo, al trotto, avanti e indietro, in una beffarda e sprezzante imitazione degli esercizi che avevano visto eseguire da El Dia Octavo e Don Chisciotte.

A tale umiliazione, Rigo reagì infuriandosi ancor più. Saldamente aggrappato alle redini con la sola mano sinistra, prese di tasca con la destra il coltello laser di cui Persun si era servito per intagliare i pannelli dello studio di Marjorie: era un semplice attrezzo, ma poteva essere usato come arma, giacché era possibile regolare l’intensità e la lunghezza del raggio. Alla massima potenza, era in grado di tagliar le corna come burro, senza che gli Hippae se ne accorgessero.

Privo di esitazione, Rigo accese il coltello e incise una tacca nel secondo corno, senza che il mostro azzurro reagisse. Con una rapida occhiata intorno, si accertò che nessuno lo avesse visto. Tutti i cacciatori erano inerti come zombie. Gli unici spettatori che si godevano la danza erano gli Hippae, i quali però erano così arroganti e sicuri di se stessi, che non si curavano di sorvegliare i cavalieri.

Indisturbato, Rigo scolpì il primo corno a forma di maniglia, per avere una presa comoda e sicura, quindi rintascò il coltello laser e attese gli sviluppi del duello.

Scambiandosi muggiti di sfida, gli Hippae si mostrarono la groppa e cominciarono con tutte e quattro le zampe a raccogliere e a scagliarsi masse nere e polverose, imbrattando i cavalieri; poi si fronteggiarono di nuovo, si rizzarono sulle zampe posteriori, sibilando fra le zanne, con le corna cozzanti, e arretrarono sinché furono a quasi duecento metri l’uno dall’altro.

Nel silenzio ferale, Rigo gettò un’occhiata agli spettatori sul terrazzo e ai cavalieri schierati lungo il muro, i quali tacevano tutti e restavano immobili, senza dare alcun segno di emozione. Poi si resse saldamente, digrignando i denti.

All’improvviso, con gran tuonar di zoccoli, gli Hippae partirono alla carica l’uno contro l’altro come cavalli da guerra, coi colli piegati a protendere minacciosamente le corna, senza vedere, ma guidati da un istinto o da un allenamento infallibili e precisissimi. Stavenger rimase immobile come un pupazzo, del tutto inconsapevole, ma Rigo, all’ultimissimo istante, sfilò il piede destro dalle costole, poiché i due mostri si stavano incrociando da destra; quindi sollevò la gamba destra, spostando tutto il peso sulla sinistra, aggrappato con la mano sinistra alla maniglia.

Le corna cozzarono fragorosamente le une contro le altre come sciabole, poi quelle dell’Hippae verde sfiorarono il corpo dell’Hippae azzurro senza ferirlo, mentre quelle di quest’ultimo sfracellarono la gamba destra di Stavenger, con lunghi spruzzi di sangue nella polvere. Era chiaro che i mostri intendevano scontrarsi soltanto per far scempio dei cavalieri.

Di nuovo ben saldo in groppa, Rigo estrasse il coltello laser, mentre gli Hippae proseguivano d’impeto la corsa, e recise d’un sol colpo le quattro corna che aveva dinanzi, facendole cadere al suolo ed eliminando così il rischio di restare trafitto.

Gli Hippae volteggiarono, si scrutarono, e ripartirono alla carica, questa volta incrociandosi da sinistra e lanciando strilli di sfida. Stavenger rimase impassibile, quando il sangue sgorgò dal suo stivale sinistro a brandelli. Rigo sollevò la gamba sinistra, reggendosi con la forza che traeva dal furore, dalla paura, e pensò che cercar di uccidere l’obermun sarebbe stato come schiacciare una pulce sul collo di un cane rabbioso all’assalto: se non li avesse fermati, gli Hippae avrebbero continuato a scontrarsi fino alla sua morte.

Così, mentre i mostri caricavano ancora, incrociandosi di nuovo da destra, Rigo si arrotolò le redini intorno all’avambraccio sinistro, si afferrò alla maniglia con la mano sinistra, sollevò la gamba destra, regolò la lama del coltello alla massima intensità e lunghezza, quindi si sporse a menare un fendente che affondò nella carne con un ronzio.

Strillando, il mostro verde crollò con una zampa posteriore quasi recisa.

Invano il mostro azzurro si fermò di scatto e gettò all’indietro la testa con un ululato, cercando di trafiggere il cavaliere con le corna che aveva perduto: Rigo si allungò ad amputargli una zampa posteriore, abbattendolo, e rotolò via. Barcollante, si rialzò a scrutare gli Hippae strillanti che strisciavano verso di lui, cercando di reggersi su tre zampe. Regolata di nuovo la lama del coltello alla massima lunghezza, avanzò a squarciar loro il cranio con due rapidi fendenti, poi arretrò, osservando i colli che si agitavano spasmodicamente e poco a poco si placavano nella morte.

Un fragore assordante indusse Rigo a volgersi appena in tempo per accorgersi che tutti gli altri Hippae erano partiti al galoppo dal muro della estancia: impossibile fuggire, oppure evitarli. Riparandosi dietro le carogne dei mostri che aveva ucciso, mozzò fauci e zampe finché la pioggia di sangue lo accecò. Infine fu percosso alla testa e si afflosciò, stordito, fra urla, strilli e ruggiti. Si rese conto che ì mostri si stavano ritirando, prima che l’oscurità lo circondasse, cominciando a risucchiarlo.

— Alzatevi, signore! Alzatevi! — esortò Persun. — Entrate, presto! Non possiamo respingerli a lungo!

Rigo sentì una vibrazione, il fracasso che si spegneva poco a poco in lontananza, poi fu del tutto inghiottito dalla tenebra.

Sbalordito, Figor bon Damfels vide Persun e Sebastian respingere gli Hippae con l’aeromobile, balzar fuori, e trarre in salvo Roderigo Yrarier. Nessun servo della sua famiglia o dei bon Laupmon, invece, fece nulla per proteggere i padroni in pericolo.

Soltanto quando la strage ebbe termine con la morte di tutti i cavalieri e quando gli Hippae se ne furono andati, Figor si avvicinò a Stavenger, che era pallido e freddo, apparentemente illeso. Gli sganciò gli stivali traboccanti di sangue, coll’esterno dei gambali sbrindellato, e glieli sfilò: i piedi rimasero nelle scarpe.

L’obermun bon Damfels era morto dissanguato, senza neppure muoversi. Con lui erano periti l’obermun bon Haunser e altri dodici bon, in gran parte membri della famiglia bon Laupmon. Oltre ai due uccisi da Rigo, altri due Hippae erano morti, con le zampe amputate come da una mannaia gigantesca. Gli altri mostri avevano cercato di vendicarli, ma forse si erano infuriati soprattutto a causa della fuga di Yrarier: invano avevano scalpitato, ululato e compiuto balzi nel tentativo di azzannare l’aeromobile che decollava.

Durante il massacro, Figor era rimasto paralizzato dall’ira e dallo sbalordimento, come tutti; ma finalmente cominciò a riflettere sull’evento terribile a cui aveva assistito.

Proprio in quel momento, suo cugino Taronce bon Laupmon lo chiamò: — Guarda, Figor. Ho trovato questo, dove il fragras si è difeso.

Figor prese quello che sembrava un attrezzo, lo accese con l’interruttore, ne vide la lama tremare con un ronzio ferale, e subito lo spense: — Per i nostri antenati! — sussurrò, sconvolto. — Taronce!

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