I fuochi del cielo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #5
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «I fuochi del cielo». Краткое содержание книги:
Tutti tranne Latelle diedero il benvenuto ai nuovi arrivati. Più artisti significa più pubblico allo spettacolo e più soldi. I due giocolieri, Bari e Kin — questi erano davvero fratelli — incominciarono a parlare con Thom della loro arte quando scoprirono che non lavorava come loro. Attirare più gente era un conto, la competizione tutta un’altra faccenda. Ma fu la donna dai capelli chiari che si curava dei cinghiali-cavalli a incuriosire Nynaeve. Cerandin era rimasta in piedi ai margini del gruppo e parlava a malapena — Luca sosteneva che fosse giunta da Shara con gli animali — ma la parlata strascicata e morbida le fece le rizzare orecchie.
Ci volle poco a sistemare il loro carro. Thom e Juilin sembravano più che contenti di avere gli uomini che accudivano i cavalli ad aiutarli con il tiro, anche se non era un gesto spontaneo, e Nynaeve ed Elayne vennero invitate a stare con gli altri. Petra e Clarine chiesero loro di prendere il tè insieme una volta che si fossero sistemate. I Chavanas volevano che le donne cenassero con loro come anche Kin e Bari, e il tutto fece diventare il ghigno di Latelle un cipiglio. Le due declinarono gli inviti con grazia, Elayne forse un po’ più gentilmente di Nynaeve. Il ricordo di lei che guardava Galad a occhi sgranati come una ragazzina era troppo fresco per riuscire a essere solo educata con un uomo. Anche Luca aveva fatto un invito, rivolto a Elayne, quando Nynaeve non poteva sentire. Questo gli meritò uno schiaffo e Thom mostrò con ostentazione dei pugnali che sembrarono scivolare sulle sue mani fino a quando l’uomo non si allontanò borbottando e massaggiandosi la guancia.
Dopo aver lasciato Elayne a mettere a posto le cose sul carro — lanciandole per essere precisi e lamentandosi furiosamente — Nynaeve si recò nel punto dove i cinghiali-cavalli erano legati. I grossi animali grigi sembravano placidi, ma rammentando quel buco nella parete di pietra del Lanciere del re non si sentiva troppo sicura delle corde di cuoio che legavano fra loro le zampe anteriori. Cerandin grattava il grosso maschio con il gancio di bronzo.
«Come si chiamano realmente?» Nynaeve carezzò con diffidenza il lungo naso del maschio, proboscide o come si chiamava. Quelle zanne erano grosse come una sua gamba e lunghe almeno tre passi, solo di poco più grandi di quelle della femmina. Con la proboscide le annusò la gonna e la donna si tirò velocemente indietro. «S’redit» rispose la donna bionda. «Si chiamano s’redit, ma mastro Luca pensa che un nome da pronunciare con più facilità sia meglio.» Quell’accento strascicato era inconfondibile.
«Ci sono molti s’redit a Seanchan?»
La donna smise per un istante di muovere il gancio, quindi riprese l’operazione. «Seanchan? Dove si trova? Gli s’redit provengono da Shara, come me. Non ho mai sentito parlare di...»
«Forse hai visto Shara, Cerandin, ma ne dubito. Tu sei seanchan. A meno che non mi sbagli di grosso, hai partecipato all’invasione a capo Toman, una di quelle lasciate indietro a Falme.»
«Non c’è dubbio» intervenne Elayne, apparendole alle spalle. «Abbiamo sentito l’accento dei Seanchan a Falme, Cerandin. Non ti faremo del male.»
Era più di quanto avesse intenzione di promettere Nynaeve, i suoi ricordi delle Seanchan non erano gradevoli. Eppure... Una Seanchan ti ha aiutata quando eri nel bisogno. Non sono tutte cattive. Solo la maggior parte di loro, si disse.
Cerandin emise un lungo sospiro e si accasciò un po’. Era come se una tensione così antica di cui non era più consapevole l’avesse abbandonata. «Pochi conoscono la verità sul Ritorno, a Falme. Ho sentito centinaia di storie, ognuna più fantasiosa dell’altra, ma mai la verità. Tanto meglio per me. Io sono stata abbandonata, come anche molti s’redit. Questi tre sono stati i soli che sono riuscita a trovare. Non so cosa sia accaduto al resto. Il maschio si chiama Mer, la femmina Sanit e la piccola Nerin. Ma non è la figlia di Sanit.»
«È questo quello che facevi?» chiese Elayne. «Addestrare gli s’redit?»
«O forse eri una sul’dam?» aggiunse Nynaeve prima che l’altra potesse replicare.
Cerandin scosse il capo. «Sono stata provata, come tutte le ragazze, ma non potevo fare nulla con l’a’dam. Sono contenta di essere stata scelta per lavorare con gli s’redit. Sono animali magnifici. Dovete sapere molte cose per parlare di sul’dam e damane. Prima d’ora non avevo mai incontrato nessuno che le conoscesse.» Non sembrava spaventata. O forse aveva provato tutta la paura quando si era ritrovata sola in una terra straniera. Ma probabilmente mentiva.
I Seanchan erano tremendi come la gente di Amadicia quando si trattava di donne che potevano incanalare, forse erano anche peggiori. Non le mandavano in esilio o le uccidevano; le imprigionavano per usarle. Con oggetti chiamati a’dam — Nynaeve era sicura che doveva trattarsi di una specie di ter’angreal — una donna che era in grado di manipolare l’Unico Potere poteva essere controllata da un’altra, una sul’dam, che costringeva la damane a usare il proprio talento per qualsiasi cosa volessero i Seanchan, anche come arma. Una damane non era diversa da un animale, anche se tenuta bene. E facevano damane ogni donna che trovavano con l’abilità di incanalare o la scintilla innata. I Seanchan avevano ripulito Capo Toman più attentamente di quanto avesse mai fatto la Torre. Il solo pensiero di a’dam, sul’dam e damane faceva venire il voltastomaco a Nynaeve.
«Sappiamo qualcosa» disse a Cerandin, «ma vogliamo saperne di più.» I Seanchan erano andati via, scacciati da Rand, ma non significava che un giorno non sarebbero tornati. Era un pericolo lontano a confronto di tutti quelli che dovevano affrontare ma solo perché avevi preso una storta non significava che il graffio di una spina sul braccio non si sarebbe infettato. «Faresti bene a rispondere sinceramente alle nostre domande.» Ci sarebbe stato tempo durante il viaggio verso nord.
«Ti prometto che non ti accadrà nulla» aggiunse Elayne. «Ti proteggerò se dovesse servire.»
Gli occhi della donna dai capelli chiari passarono da una all’altra e improvvisamente, con sommo stupore di Nynaeve, lei si prostrò in terra ai piedi di Elayne. «Tu sei la Somma Signora di questa terra, proprio come hai detto a Luca. Non me ne ero resa conto. Perdonami, Somma Signora. Mi sottometto al tuo servizio.» Pronunciate quelle parole, baciò il terreno davanti ai piedi di Elayne. Gli occhi dell’erede al trono erano pronti a schizzare dalle orbite.
Nynaeve era sicura di non avere un’espressione migliore. «Tirati su» sibilò guardandosi attorno agitata per vedere se qualcuno stesse guardando. Luca — maledetto! — e Latelle avevano ancora il volto scuro, ma non potevano farci nulla. «Alzati!» La donna non si mosse.
«Alzati in piedi, Cerandin» disse Elayne. «Nessuno richiede che la gente si comporti così in questa terra. Nemmeno un governante.» Mentre Cerandin si alzava, aggiunse, «Ti insegnerò la maniera giusta di comportarti in cambio delle tue risposte alle nostre domande.»
La donna le rivolse un inchino, con le mani sulle ginocchia e il capo rivolto in basso. «Sì, Somma Signora. Farò come dici. Sono tua.»
Nynaeve sospirò profondamente. Si sarebbero divertite davvero durante il viaggio verso Ghealdan.
18
Un segugio dell’oscurità
Liandrin guidò il cavallo fra le strade affollate di Amador, il ghigno sulle labbra era nascosto dal cappellino a falde larghe. Con sua grande rabbia, aveva dovuto rinunciare alla moltitudine di treccine, e detestava la moda ridicola di quella terra altrettanto ridicola. Il cappello rosso e giallo e l’abito da cavallo le piacevano abbastanza, ma non gli enormi fiocchi di velluto su entrambi. Comunque il cappello le nascondeva gli occhi marroni e i capelli biondo miele che l’avrebbero identificata all’istante come originaria di Tarabon, condizione non ideale nell’Amadicia in quel momento; e nascondeva anche qualcosa di più pericoloso: un viso da Aes Sedai. Ben nascosta poteva ridere furbescamente dei Manti Bianchi, circa uno ogni cinquanta uomini, che vedeva in strada. Non che gli altri cinquanta soldati andassero meglio. A nessuno di loro veniva in mente di sbirciare sotto al suo cappello. Le Aes Sedai qui erano fuori legge e questo significava che non ce ne era nessuna.