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La corona di spade

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La corona di spade
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«No!» Egwene fece fermare il suo cavallo così all’improvviso che la giumenta di Siuan fece ancora alcuni passi prima che lei riuscisse a recuperarne il controllo e farla girare, il tutto mentre imprecava sottovoce. Rimase seduta guardando Egwene con un’espressione tanto paziente da superare quella di Lelaine.

«Madre, avrai una spada che ti pende sul capo se quelle due sono abbastanza furbe da fare le loro deduzioni. Anche se il Consiglio non ti punirà, non hai nessuna speranza che Nicola e Areina si comportino in modo corretto.» Scosse il capo disgustata. «Sapevo che l’avreste fatto quando vi ho assegnato quella missione — sapevo che dovevate farlo —, ma non pensavo che Elayne e Nynaeve fossero tanto stupide da riportare indietro qualcuna che ne fosse al corrente. Già solo per questo meriterebbero che la cosa venisse allo scoperto, ma tu non te lo puoi permettere.»

«Non deve accadere nulla a Nicola e Areina, Siuan! Se approvo che loro due vengano assassinate per ciò che sanno, chi saranno le prossime? Romanda e Lelaine perché non sono d’accordo con me? E poi?» In un certo modo provava disgusto per sé stessa. In passato non avrebbe capito a cosa alludeva Siuan. Era sempre meglio sapere che essere ignoranti, ma talvolta l’ignoranza era molto più comoda. Spronando di nuovo Daishar, proseguì: «Non permetterò che un giorno di vittoria venga rovinato da discorsi su omicidi. Il problema di Myrelle non è stato nemmeno il primo, Siuan. Stamattina, Faolain e Theodrin aspettavano che...» Siuan si affiancò a lei con la sua giumenta per ascoltare mentre cavalcavano.

La notizia non alleviò la sua preoccupazione per Nicola e Areina, ma i piani di Egwene le accesero una scintilla negli occhi e un sorriso sulle labbra. Quando raggiunsero l’accampamento delle Aes Sedai era impaziente di assumere subito il suo nuovo incarico. Ovvero comunicare a Sheriam e alle altre amiche di Myrelle che erano attese nello studio dell’Amyrlin a mezzogiorno. E non avrebbe mentito se avesse detto loro che non sarebbe stato richiesto nulla che altre Sorelle non avevano già fatto.

Nonostante il suo discorso sulla vittoria, Egwene non si sentiva affatto entusiasta. Prestò poca attenzione alle benedizioni o alle richieste di benedizioni, ricambiando solo con un cenno della mano e ascoltando solo per metà. Aveva rifiutato l’idea dell’assassinio, ma Nicola e Areina dovevano essere controllate. Riuscirò mai a raggiungere un posto dove le difficoltà non continuano ad accatastarsi?, si chiese. Doveva esserci un posto dove una vittoria non doveva essere bilanciata da un nuovo pericolo.

Quando entrò nella sua tènda, il suo umore peggiorò ancor più. Aveva mal di testa. Stava cominciando a pensare che forse quel giorno avrebbe dovuto tenersi alla larga dalla tenda.

Sul ripiano della scrivania c’erano due fogli di pergamena ripiegati con cura, entrambi sigillati con la cera e accompagnati dalla dicitura ‘Sigillato per la Fiamma.’ Se qualcun altro a parte Egwene avesse spezzato quel sigillo, il gesto sarebbe stato considerato alla stregua di un attacco personale contro l’Amyrlin. Egwene avrebbe preferito non avere il privilegio di leggere quelle lettere. Era sicura di sapere di chi erano. E, purtroppo, aveva ragione.

Romanda suggeriva — ‘pretendeva’ era la parola adeguata — che l’Amyrlin emettesse un editto ‘Sigillato per il Consiglio’, noto solo alle Adunanti. Le Sorelle dovevano essere convocate tutte, una per una, e chiunque si fosse rifiutata doveva essere schermata e confinata con l’accusa di sospetta appartenente all’Ajah Nera. Il motivo della convocazione non era specificato, ma Lelaine lo aveva precisato quella mattina. E la lettera che le aveva scritto era uno specchio del suo atteggiamento: una madre che si rivolgeva alla figlia, consigliandole cosa doveva fare per il bene suo e di tutti. L’editto da lei richiesto doveva essere solo ‘Sigillato per l’Anello’. Tutte le Sorelle potevano — o meglio, dovevano — essere informate. E con quell’editto, Egwene doveva vietare di parlare dell’Ajah Nera poiché simili discorsi fomentavano la discordia, un reato grave secondo le leggi della Torre, da punire duramente.

Egwene si accasciò gemendo e le gambe della sedia pieghevole oscillarono, facendola quasi cadere sul tappeto. Per quanto lei potesse prendere tempo o evadere le loro richieste, quelle due donne avrebbero continuato a tornare alla carica con le loro idiozie. Prima o poi una delle due avrebbe annunciato la sua modesta proposta al Consiglio, e sarebbe stato come far entrare una volpe in un pollaio. Erano forse cieche? Fomentare la discordia! Lelaine avrebbe voluto convincere ogni Sorella non solo che esisteva l’Ajah Nera, ma che Egwene ne faceva parte. E a quel punto non ci sarebbe voluto molto perché le Aes Sedai ribelli tornassero alla Torre Bianca e da Elaida. Romanda voleva solo scatenare un ammutinamento. Le cronache segrete ne riportavano già sei, nella storia. Mezza dozzina in più di tremila anni non sembravano molti, ma erano tutti finiti con la destituzione dell’Amyrlin e il ritiro di tutte le Adunanti del Consiglio. Lelaine e Romanda lo sapevano bene. Lelaine era stata Adunante per circa quarant’anni, e quindi conosceva le cronache segrete. E Romanda, prima di ritirarsi in campagna come facevano molte Sorelle in vecchiaia, aveva occupato un seggio al Consiglio per le Gialle così a lungo che alcune dicevano avesse potere quanto l’Amyrlin stessa. E la sua rielezione a Adunante era stata un evento senza precedenti, ma Romanda non si sarebbe mai lasciata sfuggire il potere di mano, se avesse potuto evitarlo.

No, non erano cieche, solo spaventate. Tutte lo erano, perfino lei, e neppure le Aes Sedai erano capaci di pensare sempre con chiarezza quando avevano paura. Egwene piegò di nuovo le due lettere, anche se avrebbe preferito accartocciarle e camminarci sopra. La testa stava per esploderle.

«Posso, Madre?» Halima Saranov entrò ancheggiando nella tenda senza aspettare la risposta. Il suo modo di muoversi attirava sempre l’attenzione degli uomini, che fossero ragazzini o vecchi a un passo dalla morte, e anche se si fosse nascosta sotto un mantello, l’avrebbero fissata comunque. Capelli neri, lunghi, che risplendevano come se li lavasse ogni giorno con l’acqua piovana incorniciavano un volto davvero bello. «Delana Sedai dice che forse questo ti interesserà. Ha intenzione di parlarne al Consiglio stamattina.»

E il Consiglio aveva stabilito una seduta senza nemmeno informarla? Be’, era stata via, ma le usanze, se non la legge, volevano che l’Amyrlin fosse informata ‘prima’ che il Consiglio si riunisse. A meno che non si volessero deporla. In quel momento l’avrebbe quasi accettato come una benedizione. Lanciò un’occhiata alle carte che Halima aveva deposto sul tavolo come se si trattasse di un serpente velenoso. Non erano sigillate; anche una novizia avrebbe potuto leggerle, per quanto riguardava Delana. Ovviamente era una dichiarazione secondo la quale Elaida era un’Amica delle Tenebre. Non problematica come le lettere di Romanda o Lelaine, ma se il Consiglio fosse esploso in una sommossa per quell’accusa, Egwene non ne sarebbe stata sorpresa.

«Halima, vorrei che te ne fossi tornata a casa quando è morta Cabriana.» O almeno che Delana avesse avuto il buonsenso di imporre alle informazioni fornite da quella donna un sigillo riservato al Consiglio. O alla Fiamma. E invece lei le rivelava a tutte le Sorelle che riusciva a incontrare.

«Non potrei farlo, Madre.» Gli occhi verdi di Halima si accesero di qualcosa di simile alla sfida, ma quella donna aveva solo due modi di guardare la gente: uno sguardo diretto di sfida e uno a occhi socchiusi che bruciava. Questa sua caratteristica era causa di molti malintesi. «Dopo che Cabriana Sedai mi ha rivelato ciò che aveva scoperto su Elaida e i suoi piani? Cabriana era mia amica, come era amica tua e di tutte quelle che si oppongono a Elaida, quindi non ho avuto scelta. Grazie alla Luce, mi aveva parlato di Salidar, così ho saputo dove andare per unirmi a voi.» Appoggiò le mani su una vita sottile come quella di Egwene nel tel’aran’rhiod e piegò il capo da un lato, studiandola con attenzione. «Ti fa di nuovo male la testa, vero? Anche Cabriana aveva queste emicranie, tanto da farle venire i crampi ai piedi. Doveva immergersi nell’acqua calda fino a quando si sentiva di nuovo pronta a indossare degli indumenti. Talvolta ci volevano giorni. Se non fossi arrivata io, avresti rischiato di fare la stessa fine.» Si spostò dietro la sedia e iniziò a massaggiare la testa di Egwene. Le dita di Halima erano in grado di far scomparire il dolore. «Di sicuro non puoi chiedere a una Sorella di guarirti ogni volta che hai questi mal di testa, e poi è solo tensione, posso sentirla.»

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