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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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«Dimmi una cosa, ragazzo.» Ditocorto si voltò verso Podrick Payne. «Ti piace la lepre conservata in vaso?»

Pod rimase a fissare gli stivali del visitatore, ottime calzature di cuoio tinto di rosso con ornamenti neri. «Vuoi dire… da mangiare, mio signore?»

«Vasi, ecco l’investimento da fare» incoraggiò Ditocorto. «Ben presto la Fortezza Rossa sarà invasa dalle lepri. Finiremo con il mangiarcele tre volte al giorno.»

«Sempre meglio degli spiedini di ratto» replicò Tyrion. «Pod, ora lasciaci, a meno che lord Ditocorto non desideri qualcosa per rinfrescarsi.»

«No, grazie.» Ditocorto esibì uno dei suoi sorrisi ironici. «Bevi con il nano, si dice, e ti risvegli a pattugliare la Barriera. E il nero proprio non mi dona, mi fa apparire tetramente pallido.»

“Non temere, mio caro lord” rimuginò Tyrion. “Non è la Barriera che ho in serbo per te.” Si sistemò su un’alta sedia imbottita di una pila di cuscini: «Sei molto elegante quest’oggi, mio signore».

«Quest’oggi? Mi offendi: mi faccio punto d’orgoglio di essere sempre elegante.»

«Bello quel farsetto. Nuovo?»

«Lo è. Sei un acuto osservatore.»

«Prugna e giallo. I colori della tua Casa?»

«No, ma ci si annoia a portare gli stessi colori giorno dopo giorno o, almeno, così la penso io.»

«E anche quel pugnale è molto bello.»

«Tu dici?» Gli occhi di Ditocorto furono attraversati da una luce maligna. Estrasse l’arma e la osservò con aria distaccata, come se fosse la prima volta che la vedeva. «Acciaio di Valyria, impugnatura di osso di drago. Ma tutto sommato abbastanza ordinario. È tuo, se lo rivuoi.»

«Mio?» Tyrion gli lanciò una lunga occhiata. «Non credo proprio. Mai stato mio.» “Lo sa, quell’insolente carogna! Lo sa, e sa che io so. E crede di essere intoccabile.”

Se mai era esistito un uomo che si difendeva dietro un’armatura d’oro, quell’uomo era Petyr Baelish, non Jaime Lannister. La celebre armatura di Jaime era solo acciaio dorato, ma Ditocorto, ah… con suo crescente disagio, Tyrion aveva appreso alcune interessanti cosette sul conto del caro Petyr.

Dieci anni prima, lord Jon Arryn gli aveva concesso una piccola sinecura presso la dogana, nella quale lord Petyr si era subito distinto per essere riuscito a portare nelle casse del reame il triplo di tutti gli altri doganieri. Re Robert Baratheon era uno spendaccione folle e un uomo come Baelish, con il dono di far saltare fuori un dragone d’oro strofinandone due insieme, si era rivelato prezioso, in tutti i sensi, per il Primo Cavaliere. Quella di Ditocorto era stata un’irresistibile ascesa: nel giro di tre anni dal suo arrivo a corte, era stato elevato al rango di maestro del conio e membro del Concilio ristretto. Oggi, gli introiti della corona erano dieci volte quelli che erano stati sotto il suo annaspante predecessore… Per quanto anche i debiti della corona si erano moltiplicati di pari passo. Petyr Baelish: maestro del conio e mastro dei giocolieri.

Era certamente abile: non si limitava a incassare l’oro e a metterlo in un forziere, oh no. Ripagava i debiti del re con le promesse e metteva l’oro del re all’opera: comprava carri, negozi, navi, case; comprava grano quando c’era abbondanza e vendeva pane quando c’era carestia; comprava lana dal Nord, Uno dal Sud e merletti da Lys, dopo di che immagazzinava, tingeva e rivendeva. I dragoni d’oro si ammassavano e si moltiplicavano, e Ditocorto li dava in prestito e li faceva moltiplicare ancora di più.

E in tutti questi anni, era anche riuscito a mettere i suoi uomini fidati nei posti giusti. Aveva in pugno i Custodi delle Chiavi, tutti e quattro. Il Contabile reale e il Pesatore reale erano stati nominati da lui, così come i funzionari responsabili delle tre zecche. E poi ufficiali portuali, esattori fiscali agrari, sergenti delle dogane, fattori della lana, agenti di pedaggio, mediatori, sensali di vino: nove su dieci erano uomini di Ditocorto. In maggioranza, erano individui del ceto medio, figli di mercanti, lord minori, a volte perfino forestieri. Ma, a giudicare dai risultati che ottenevano, erano molto più abili dei loro predecessori di alto lignaggio.

Nessuno si era neppure mai sognato di mettere in discussione quelle nomine e, in fondo, perché qualcuno avrebbe dovuto farlo? Ditocorto non rappresentava una minaccia. Era un uomo furbo, geniale, sorridente, amico di tutti, sempre in grado di trovare l’oro di cui il re o il Primo Cavaliere avevano bisogno. E al tempo stesso, un uomo di origini non rimarchevoli, poco al di sopra di un cavaliere, di cui nessuno riteneva di dovere aver paura. Non aveva vessilli da chiamare a raccolta, lord Ditocorto, né un codazzo di cortigiani, né una grande fortezza, né proprietà eclatanti, né prospettive di un matrimonio grandioso.

“Ma oserò davvero toccarlo?” si domandò Tyrion. “Perfino se è un traditore?” In realtà, non era affatto certo di poterlo fare, men che meno adesso, nel mezzo dell’infuriare di una guerra. Ma in seguito, avrebbe potuto sostituire gli uomini che Ditocorto aveva collocato nei posti chiave con suoi uomini, eppure…

Dal cortile, giunse un grido di giubilo. «Oh, guarda: sua maestà è riuscito a infilzarne una» osservò lord Baelish.

«Una di quelle lente, senza dubbio» fece Tyrion. «Mio lord, rammento che sei stato allevato a Delta delle Acque. Mi si dice che sei molto vicino ai Tully.»

«Ti si dice il vero. Specialmente alle ragazze Tully.»

«Quanto vicino?»

«Mi sono preso la loro verginità. Ti pare vicino abbastanza?»

La menzogna, Tyrion era certo che fosse una menzogna, venne fuori con una tale aria di noncuranza da sembrare quasi verità. E se invece fosse stata Catelyn Stark a mentire? Sia sulla sua deflorazione sia sul pugnale? Quanto più il tempo passava, tanto più Tyrion si rendeva conto che niente era semplice e che ben poco era vero.

«Nessuna delle due figlie di lord Hoster mi ama» confessò il Folletto. «Dubito quindi che siano prone ad ascoltare una qualsiasi mia proposta. Ma se provenissero da te, quelle medesime proposte potrebbero suonare in modo molto più suadente alle loro orecchie.»

«Dipende dalle proposte. Se intendi scambiare Sansa contro tuo fratello Jaime, va’ a sprecare il tempo di qualcun altro. Joffrey non ha la minima intenzione di privarsi del suo giocattolino. Quanto a lady Catelyn, non è stupida al punto da barattare lo Sterminatore di re per una ragazzina.»

«Due ragazzine. Ho mandato a cercare anche Arya.»

«Cercare non significa trovare.»

«Lo terrò a mente, mio lord. In ogni caso, era lady Lysa che io speravo tu potessi far pendere dalla nostra parte. Per lei, ho un’offerta addirittura più allettante.»

«Lysa è più malleabile di Catelyn, questo è vero… Ma è anche più timorosa. E, da quanto ne so, ti odia.»

«Ritiene di avere ottime ragioni per odiarmi. Quando ero suo riluttante ospite al Nido dell’Aquila, mi ha accusato di avere assassinato suo marito e non era troppo disposta ad ascoltare le mie smentite.» Tyrion si protese in avanti. «Se però le consegnassi il vero assassino di Jon Arryn, credo che sarebbe più ben disposta nei miei confronti.»

«Il vero assassino?» Ditocorto raddrizzò le orecchie. «Mi stai rendendo curioso, lo confesso. Chi avresti in mente?»”

«Limitiamoci a definirlo un regalo fatto a un’amica.» Fu il turno di Tyrion di sorridere. «E questo, è importante che Lysa Arryn lo capisca.»

«Ma è la sua amicizia che vuoi, o le sue spade?»

«Tutte e due le cose.»

Ditocorto si accarezzò la barbetta a punta: «Lysa ha i suoi nemici da cui difendersi. Mai i barbari delle montagne della Luna sono stati temerari come in questo periodo… e mai sono stati così bene armati».

«Inquietante» disse Tyrion, anche se era stato lui ad armarli. «Potrei darle una mano a risolvere questo problema. Una mia parola e…»

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