Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]
- Автор: Бенфорд Грегори, Брин Дэвид
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0182-2
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:
Quanto tempo ci sarebbe voluto prima che l'aria venisse ripristinata? Gettò un'occhiata all'unghia del suo pollice. Venti secondi.
Saul aveva calcolato tre minuti di esposizione al vuoto prima che cominciasse a sentire gli effetti. Poi lo squilibrio della sua pressione interna si sarebbe fatto serio e avrebbe cominciato a provare una sensazione di stordimento, e chiunque fosse entrato nella stiva avrebbe potuto trattarlo come se fosse stato il gatto di casa ubriaco.
Non che Linbarger e la sua banda avrebbero perso tempo con lui. Probabilmente, l'avrebbero spinto fuori della camera di equilibrio augurandogli buon viaggio, come avevano fatto con il povero Kearns. Fatti una bella passeggiata fino a casa…
Si raddrizzò e si guardò intorno.
La stiva era vuota. Probabilmente stavano osservando i mech che si staccavano e arretravano.
Si spinse lontano e cercò di orientarsi. Il comando manuale del portello della camera d'equilibrio, ora spalancato, era una grossa maniglia rossa, deliberatamente assai appariscente, girata a sinistra a un angolo di trenta gradi, sul lato opposto della stiva. Gli orecchi gli schioccarono di nuovo. I suoi sensi facevano squillare segnali d'allarme, ma lui li soppresse tutti e si lanciò attraverso la stiva verso la leva rossa della chiusura ermetica.
A metà percorso qualcuno lo affrontò.
La figura in tuta spaziale lo sbatté all'indietro dentro la stiva, cercando di afferrare il suo tubo dell'aria. Carl si contorse, riuscendo a liberarsi e ad allontanarsi con uno scatto.
Naturale. Ovvio. Linbarger aveva messo qualcuno fuori, per ispezionare i mech a mano a mano che arrivavano per essere certo che non ci fosse nessuno aggrappato al loro ventre. Inoltre, da quella posizione l'uomo poteva sorvegliare anche l'interno della stiva.
Idiota! si rimproverò Carl per non averlo previsto.
Mancavano novanta secondi.
Si separarono, entrambi andando alla deriva per l'asse lungo della stiva. Ci sarebbero voluti dieci secondi prima che l'uno o l'altro toccassero una parete. L'uomo in tuta spaziale agitò le braccia per regolare i suoi getti e cambiò direzione, muovendosi agilmente fra Carl e la vistosa maniglia rossa.
Carl non aveva alcun dubbio che l'individuo fosse in grado d'impedirgli di raggiungere la leva, per un buon minuto o giù di lì. L'ortho aveva i getti, l'aria e tutto il tempo di questo mondo.
Dannazione. E fa anche freddo, per giunta. Carl si contorse, cercando qualcosa, qualsiasi cosa.
Ecco. Una serie di utensili. Planò fino alla rastrelliera, vi si agganciò saldamente, si stiracchiò, e agguantò una chiave inglese automatica. Mirò con cura la figura a dieci metri da lui, e la scagliò.
Mancò l'uomo di un buon metro. Carl riuscì a vedere il volto dell'altro che si apriva in un ghigno sardonico, le labbra che si muovevano, descrivendo il tutto, con ovvio compiacimento, a quelli che si trovavano sul ponte della Edmund.
Il che era proprio quello che Carl voleva. Il lancio di quella pesante chiave inglese gli aveva dato un'altra spinta: scivolò lungo la stiva, ruotando come un mulino a vento, e cambiò assetto per assorbire l'impatto con le gambe.
Dov'era quel dannato…
Si lanciò verso di esso. L'estintore si staccò con facilità dai suoi morsetti. Carl puntò l'ugello verso i suoi piedi e l'attivò. Una nube bianca perlacea si gonfiò sotto di lui e Carl schizzò attraverso la stiva, senza ancora avvicinarsi alla leva rossa dello sblocco. Gli orecchi gli schioccarono una volta ancora. Macchie purpuree gli danzarono davanti agli occhi, trasformandosi in tante lucciole…
Colpì la parete opposta, questa volta impreparato. Una maniglia gli si piantò nelle costole.
Dov'era…? Si lanciò verso l'uomo, cavalcando un getto di schiuma. Giusto a metà strada si contorse come un gatto, puntando l'ugello dell'estintore davanti a sé, e di colpo l'aprì al massimo.
Azione e reazione. Rallentò, si fermò, e la bianca nube schiumeggiante lo avvolse. Schizzò via di nuovo, sfrecciando all'indietro, fuori dalla nube che si andava assottigliando.
Dovunque, un colore purpureo che si andava oscurando. La cruda luce delle lampade degli ormeggi non riuscì a penetrarlo…
Adesso, prima che quella nebbia ribollente si schiarisse, si girò di nuovo e schizzò una volta ancora. Volò attraverso un vuoto biancore, e colpì qualcosa di morbido, cedevole.
Afferrò l'uomo con un braccio, calando su di lui l'estintore. Delle mani cercarono di ghermirlo, artigliandogli la maschera che aveva sul viso.
Spinta, direzione…
Quale… quale mai?
Non aveva importanza. Premette l'ugello contro l'uomo e schiacciò di nuovo il pulsante.
Una nuvola di gas grigio.
Freddo, così freddo…
… una mano gigantesca che lo spingeva indietro…
Un lungo istante di planata… l'estintore gli sfuggì di mano… le mani intorpidite… rotolava via… avvertiva un freddo dolore alle gambe… era impossibile vedere… quel colore purpureo diventava sempre più scuro… chiazzato di macchie bianche simili a sciami di api che sfrecciavano dentro e fuori… dentro e fuori… roteando…
… poi una dolorosa fitta alla gamba lo fece trasalire, un crac quando il suo cranio colpì il ponte.
La botta ridestò di colpo i suoi sensi sopiti. Artigliò l'aria alla ricerca di un appiglio. Sollevò lo sguardo.
La nebbia si stava diradando. Appena fuori della camera di equilibrio Carl riuscì a vedere la figura in tuta spaziale che si dimenava, rimpiccioliva, cercando di riorientarsi per poter usare i propri getti. Un grazioso insetto argenteo…
La spinta dell'ultimo impulso aveva operato con uguale efficacia per entrambi, spingendo Carl verso l'interno e l'altro uomo verso l'esterno.
Carl si lanciò verso la maniglia rossa. L'afferrò, la tirò. Il portello si chiuse proprio un attimo prima che il suo avversario lo raggiungesse, e il forte rombo dell'aria ad alta pressione risuonò dappertutto come uno strombettante e rude grido di festa.
— Ce l'ho fatta — annunciò Carl dentro il suo comunicatore. — Le valvole sono bloccate. — Ansimava nell'aria viziata e odorante d'olio del cilindro pressurizzato.
— Bene! — gli rispose Ould-Harrad all'orecchio. Adesso non c'era nessuna indecisione, nessun fatalismo nella sua voce. — Linbarger, hai sentito?
— Cosa sta blaterando quel somaro? — giunse la risposta di scherno del capo degli ammutinati.
— Carl Osborn ha intasato i condotti di alimentazione della fusione — scandì Ould-Harrad, in tono deciso.
La voce di Helga Steppins risuonò sullo sfondo: — Porco fottuto, ti avevo detto di coprire i tubi di prua!
Ancora più lontano: — Dev'esserci strisciato attraverso la sezione 3F. Merda, non possiamo coprire ogni più piccolo…
— Chiudi il becco. — La voce di Linbarger divenne più forte quando si rivolse a Ould-Harrad: — Lo staneremo di là facendolo sudare.
— Provaci, e scarico il trizio nell'impianto di ventilazione — replicò Carl con voce tesa.
— Cosa? — Linbarger riuscì a malapena a dominare la collera. Volle sapere da un invisibile luogotenente: — Può farlo?
Una risposta in distanza: — Non so… Sì, se aprisse quei condotti pressurizzati che portano alla riserva del nucleo. Potrebbe aver avuto il tempo di farlo.
— Senza trizio da bruciare, la vostra pila a fusione non raggiungerà la temperatura d'innesco — aggiunse Carl a mo' di aiuto, sogghignando.
— Tu…! — La comunicazione con Linbarger cessò.
Carl si contorse, girandosi, e si accertò che l'ingresso alle sue spalle fosse bloccato da un robusto armadietto. Aveva piazzato due chiavi inglesi dal lungo manico nei due punti cruciali per la pressione, pronto ad aprire le valvole, spaccandole. Potevano arrivargli addosso da dietro, ma lui sarebbe riuscito a spruzzare un bel po' di fluido prezioso nello spazio esterno prima che riuscissero a bloccare di nuovo le valvole. Certamente quanto bastava a mandare a monte il loro progetto.