Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]
- Автор: Бенфорд Грегори, Брин Дэвид
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0182-2
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:
— Dobbiamo fare qualcosa — ribadì Saul, con forza. — Dimentichiamo la Newburn per il momento. O che avremo bisogno della Edmund fra settant'anni. Il nostro immediato problema è che quasi tutti gli idroponici…
— Sì, sì. — Ould-Harrad sollevò una mano con un gesto di stanchezza. — Ma c'è forse da chiedersi se valga la pena di dare a quattordici persone la possibilità di tornare sulla Terra.
Saul roteò gli occhi verso il soffitto. — Non possiamo supporre che le malattie vinceranno! Sentite…
Virginia l'osservò lanciarsi nella stessa spiegazione che le aveva dato la sera prima, su degli approcci promettenti per curare le pestilenze.
È un uomo meraviglioso, in verità non dovrei trovare a ridire pensò. Ma Saul può essere molto noioso quando assume un tono pedante. Sentendo il calore della grande stanza filtrare dentro i suoi muscoli, si rilassò. Qui il «clima» raffigurato dalla parete era davvero notevole, con un'area così grande a disposizione. Era una spiaggia spazzata dal vento a metà mattino. Al di là dello scorrere dei dati sugli schermi, vide una raffica di vento che soffiava dal nord strappar via di colpo le bandierine di una lontana capanna dalle loro aste. Il cielo divenne greve, purpureo. Cumuli che qualche momento prima erano soltanto batuffoli di ovatta, si addensavano ribollendo, con i bordi più sottili che facevano da aloni luminosi ai centri tenebrosi.
Per puro caso, il programma che si svolgeva in quel momento creava un patetico inganno. Una tempesta simulata nel mezzo di una vera crisi. Se quello fosse stato uno spettacolo d'intrattenimento, come quelli di cui avevano goduto giornalmente, fino all'inizio dei guai, vi sarebbe stato anche il suono, perfino l'odore e la pressione sarebbero stati programmati. L'oceano s'increspava, agitato, innalzandosi in enormi cavalloni, le ombre delle nubi correvano su di esso come impazzite. Grosse gocce gelide battevano la spiaggia, grandi come chicchi di grandine. Un cupo vortice si abbatté sulla scena, srotolandosi come un gomitolo di filo, vomitando lampi giallastri. Come se avessero aspettato quel segnale, minuscoli granchi della sabbia, macchiettati, uscirono di corsa dalle loro buche precipitandosi verso il mare spumeggiante. I lampi balenarono ancora, e ancora, come se Dio stesse scattando delle fotografie pensò, sognante, paralizzata da quella rabbia silenziosa che si arricciava, schizzava e sfrecciava sulla parete. Virginia avrebbe voluto poter udire il brontolio del tuono che si allontanava, il sibilo della pioggia sulle dune.
Un grosso cane arrivò correndo da lontano, scavando la sabbia, cercando di afferrare i granchi fra i denti. La nebbia si raccolse in sottili addensamenti, Virginia provò l'intenso desiderio di sentire l'aria purificatrice appiccicarle gli indumenti sulla pelle, inzupparla, rimodellarle i capelli in un copricapo liscio e aderente. Neppure nella mia migliore senso-simulazione con JonVon riesco a evadere completamente. In questo momento la scambierei con un biglietto di ritorno a casa. Riconosceva la nostalgia: essere lontana da qui. Respirare l'aria salmastra, sentire la sabbia granulosa sotto i piedi, odorare il vento sferzante. E una volta che l'avesse sentito, sapeva come metterlo da parte, come tornare al presente. Se non fosse stata capace di farlo, non avrebbe mai potuto far parte dell'equipaggio. Ma questi folli ortho stanno mettendo a repentaglio la missione, con queste fantasie di fuga.
Carl arrivò, con un pizzetto rosso-bruno al mento, ma senza mostrare nessuna fatica. Galleggiò fino ad una rete che fungeva da mobilia in condizioni di bassa gravità: — Ho fatto recuperare Kearns da un mech. È una statua di ghiaccio.
Virginia disse: — C'è qualche…
— Niente da fare. Le sue cellule sono scoppiate. — Carl sospirò, passandosi la mano sul viso come per dileguare tutto questo, quasi fosse un brutto sogno. Riprese visibilmente il controllo di sé e proseguì con calma deliberata, senza nessuna inflessione: — Ho intensificato le misure di sicurezza alle camere di equilibrio di superficie, nel caso in cui qualcun altro cerchi di unirsi a loro.
— Ah, bene — annuì Ould-Harrad.
Carl disse ancora: — Ho piazzato Jeffers e alcuni mech armati di laser fuori dalla visuale della Edmund.
— A quale scopo? — chiese con freddezza Ould-Harrad.
— Per garantirci nel caso in cui tentino qualcos'altro —. Carl studiò Ould-Harrad in ansiosa attesa di una reazione. — Cos'hai intenzione di fare?
— Vorrei un rapido controllo della simulazione di Virginia — rispose Ould-Harrad.
Carl annuì e si avvicinò a una consolle. Batté la sequenza e s'infilò in tempo reale dentro di essa, dimentico della loro nervosa aspettativa. Attesero ansiosamente fino a quando Carl non si staccò, rimettendo il casco al suo posto.
— Non funzionerà — disse Carl.
— Perché no? — volle sapere Virginia. — Ho passato…
— I mech non sono abbastanza veloci nei lavori ravvicinati.
— JonVon gliel'ha fatto fare!
— JonVon è formidabile per minimizzare i movimenti, certo. Ma non prevede fattori di sicurezza o errori. E c'è sempre del lavoro a distanza ravvicinata.
— Potrei fare delle correzioni, introdurre la stocastica…
— Non con l'orologio che scandisce i secondi — concordò con riluttanza Saul. — Se un mech trovasse una scatola lasciata per terra, consulterebbe JonVon e ci sarebbe una pausa. Semplicemente, non c'è abbastanza tempo.
Virginia sbatté le palpebre, sentendosi offesa per il fatto che Saul si fosse schierato così in fretta con Carl. — Io penso ancora…
— Questo sistema le cose — intervenne Ould-Harrad. — Dio e la Sorte lavorano insieme. Dobbiamo lasciarli andare.
— Non possiamo — ribatté con fermezza Saul. — Gli idroponici, la Newburn, il…
— Lo so. C'è un mucchio di attrezzature di cui sentiremo la mancanza — disse Ould-Harrad. — E, forse, questa mancanza accelererà la nostra fine. Ma non abbiamo scelta. Non sono disposto a consentire un qualunque attacco contro la Edmund.
— È… pazzesco! — sbottò Virginia.
Il volto di Ould-Harrad era impassibile, distaccato. — Quando si deve affrontare la morte, ciò che più importa è l'onore. Io non farò del male ad altri.
Saul e Carl condivisero un'espressione d'incredulità e frustrazione. Virginia pensò: Ould-Harrad non si opporrebbe ad una ribellione degli ortho, ma se ci provassero i percell…
— E se la disabilitassimo? — chiese quasi distrattamente Carl, lasciandosi andare all'indietro con le mani sulla nuca, stiracchiandosi.
Ha rinunciato alla Newburn. E deliberatamente non mostra niente di ciò che prova.
— Hai sentito quello che ha detto Linbarger — gli spiegò pazientemente Ould-Harrad. — Se daremo un qualunque segno di voler portare fuori dei congegni, qualunque cosa che possa venire usata come arma…
— Già, loro useranno contro di essa i grossi laser. Sicuro. Ma non possono spararti se sei già dentro la nave.
Ould-Harrad insisté: — Come ho detto, qualunque approccio…
Saul intervenne: — Credo di capire… Spediamogli un cavallo di Troia, giusto?
Carl sorrise. — Proprio così. Dentro i colombari che vogliono.
Gli occhi di Ould-Harrad si spalancarono, mostrando l'intero disegno di vene rosse. — Una bomba? Potrebbe danneggiare qualsiasi cosa, ferire qualcuno. Non ci sarebbe nessun controllo…
— Nessuna bomba — l'interruppe Carl con una smorfia. — Un vero cavallo di Troia… mettiamoci dentro degli uomini.
Vi fu un lungo silenzio mentre si studiavano a vicenda. Virginia poteva leggere la perplessa riluttanza di Ould-Harrad; era chiaro che quell'uomo aveva deciso di accettare le richieste di Linbarger, lasciando che la spedizione si arrangiasse in qualche modo per i prossimi settant'anni. Il suo stoicismo pan-equatoriale aveva avuto la meglio.