Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]
- Автор: Бенфорд Грегори, Брин Дэвид
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0182-2
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:
Carl, però, era quasi baldanzoso, sicuro che il suo piano avrebbe funzionato. Meditabondo, f.aul diede una scorsa mentale alle molte possibilità di errore e disastro, ma si leccò le labbra in inconscia anticipazione, tentato, quasi divertito da quell'improvvisa speranza.
E io cosa penso? Virginia si rese conto di essersi inalberata davanti al convincimento di Ould-Harrad che Linbarger andasse assecondato. Aveva studiato le mappe che gli ammutinati avevano trasmesso. La Edmund aveva una quantità di combustibile appena sufficiente per descrivere un arco verso l'esterno con quella che talvolta veniva chiamata manovra di Byrnes: un tuffo e una rapida rotazione nella morsa gravitazione del grande pianeta, una rapida traiettoria verso la Terra, tentando, al rendez-vous, una frenata non distruttiva con più passaggi nell'alta atmosfera… Ma la finestra per attuare una simile manovra si stava chiudendo in fretta, rimanevano ormai soltanto pochi giorni.
Ould-Harrad sta forse facendo la commedia? È possibile che abbia in mente di rifugiarsi sulla Edmund all'ultimo momento, per tornare insieme a loro sulla Terra?
— Non so… — cominciò a dire dubbioso Ould-Harrad.
— Pensaci — lo interruppe Saul. — Intravedo un grosso problema.
Carl corrugò la fronte. — Quell'attrezzatura è vitale. Ci saranno volontari in abbondanza.
— Di questo non dubito. Ma un colombario è basso e stretto. Non potresti entrare in un loculo con addosso una tuta spaziale.
— E allora? Io… — La voce di Carl si spense.
— Sì. L'ovvia difesa per loro sarà aprire i loculi nello spazio, per essere certi che non c'è nessuno dentro.
Carl si morse il labbro, pensandoci. Virginia era acutamente conscia dei secondi che scorrevano via. Le piaceva il piano di Carl, non ultimo perché offriva loro qualcosa con cui trattare. Se Linbarger avesse decollato, la spedizione avrebbe dovuto fabbricare la propria biosfera senza molte delle porzioni vitali. Un conto era far germogliare e crescere qualche seme sotto le lampade, e un altro era dare inizio dal niente ad un intero ecosistema interconnesso. Era come cominciare a fare il giocoliere subito con otto palle. Fra tutti i modi che ci sono di morire qua fuori, non avevo considerato quello di morire di fame.
Irritato, Carl sbottò seccamente: — Non ci avevo pensato.
Un lungo, fremente silenzio. Momenti che cadevano in un abisso.
Virginia aveva una tecnica tutta sua per trattare i problemi quand'era sotto pressione. Quando, sulla Terra, aveva cominciato a fare delle simulazioni dettagliate, aveva sviluppato dei problemi così vasti che aveva dovuto prenotare con giorni o settimane di anticipo giganteschi mainframe. Se il vostro programma andava storto, lo si poteva fermare a metà. Poi c'erano alcuni minuti durante i quali il sistema faceva dei calcoli più semplici e di routine per lontani usufruitori. Potevate mantenere il tempo che vi era stato sistemato, e far girare ancora la vostra simulazione, se riuscivate a scoprire dove stava la difficoltà e riuscivate a risolverla in quel breve intervallo.
Sotto una simile pressione era facile far cilecca. Così, lei aveva sviluppato un modo per permettere alla sua mente di distogliersi dal problema, di fluttuare libera, permettendo all'intuizione di far capolino attraverso quell'ansia opprimente. Mettere a fuoco la mente al di fuori di quel particolare momento, lasciare che la sua superficie si rilassasse…
Oziosamente notò che sulle pareti la tempesta si era addensata, infuriando fosca e ribollente. Il vento soffiava via cuspidi di schiuma dalle ripide onde, ed enormi gocce d'acqua martellavano gli esili fili d'erba che spuntavano sulle dune, sull'entroterra, schiacciandoli. Il cane era scomparso, i granchi si aggiravano senza una meta tutt'intorno sotto quelle gocce che picchiavano incessanti. L'aria pesante ribolliva, quasi fin troppo densa perché si potesse respirare…
— Aspettate — disse Virginia. — Ho pensato a qualcosa.
CARL
Si rese conto che, sì, i loculi dei colombari erano molto simili a bare. Era quello che l'aveva sempre preoccupato quando ci rifletteva.
Aveva con sé una piccola torcia elettrica, grazie a Dio. Poteva vedere quella granulosa lucentezza a pochi centimetri dal suo viso, sentire la morbida imbottitura intorno a sé. Quell'intrappolamento ermetico, la costrizione, il freddo… Al buio sarebbe stato peggio. Molto peggio. Non gl'importava il vuoto sbadigliante dello spazio aperto, libero e infinito. Quella bara angusta era diversa.
Un minuto prima Carl aveva percepito la lieve trazione dell'accelerazione e adesso contava i secondi, scandendo il tempo stimato che i cinque mech avrebbero impiegato per attraversare il tratto che li separava dalla Edmund.
Ecco. Una leggera spinta in avanti, che lo fece aderire alla grigia piastra che lo copriva. Il naso la sfiorò e una lieve forza torcente lo fece girare in senso orario.
Quella doveva essere la decelerazione, poi un giro per l'attracco. Quasi certamente sarebbero entrati dalla stiva di poppa.
Un sordo sferragliare. Probabilmente si stavano inserendo nell'autotrasportatore. Poi i mech si sarebbero staccati…
Cinque sonori sprang. Bene.
Adesso… se l'idea di Virginia era giusta…
Un rumore raschiante, lì accanto. Il grappino di un mech fece presa, clank, sulla maniglia dell'apertura manuale del portello. Carl poteva immaginare la maniglia interna che ruotava. Si tenne saldo, respirò profondamente…
Il portello si aprì con uno schiocco e, swuuush, l'aria all'interno del colombario si precipitò fuori, facendo sbattere le cinghie sulle sue spalle e sulla sua divisa azzurra.
Succhiò l'aria dentro, attraverso la maschera sul suo viso. La rischiosa soluzione di Virginia: una piccola bombola d'aria, niente tuta spaziale.
Gli orecchi gli schioccarono, malgrado i tappi a pressione che portava su di essi. Un paio di occhialoni gli proteggevano gli occhi per impedire al fluido di schizzar dentro, chiudendogli e congelandogli le palpebre. Le cinghie erano così strette da mordergli dolorosamente la carne. Fra lui e il vuoto non c'era altro.
Il coperchio del loculo era bloccato alla prima tacca di sicurezza, lasciando una fessura di cinque centimetri. Ai di là di quella fessura Carl intravide l'aspro bagliore bianco della luce del sole che colpiva in pieno il bordo dell'oblò di poppa. Il suo loculo era stato agganciato al trasportatore come aveva immaginato. Vide qualche stella, e un'ombra che si muoveva sulla lontana, liscia curva dello scafo della Edmund. Quello doveva essere un mech che stava per aprire il coperchio del loculo successivo, per controllare se i greci non avevano portato doni…
Aveva scommesso che Linbarger avrebbe considerato quella precauzione sufficiente. Se si era sbagliato…
E Linbarger era già ipersospettoso, dopo che avevano scoperto e bloccato il tentativo di Virginia di prendere il controllo dei mech della Edmund. Ould-Harrad aveva insistito di tentare quello per prima cosa, la cosiddetta soluzione facile, che era subito fallita.
Adesso, per quanto riguardava quella difficile…
Linbarger doveva volere che i mech si fossero molto allontanati dalla Edmund prima che qualcuno si avventurasse all'interno della stiva per assicurare i colombari. Ciò dava a Carl due, forse tre minuti.
Carl sollevò del tutto il coperchio e fluttuò fuori, avvolgendosi su se stesso a palla mentre lo faceva. Indossava una divisa, guanti e stivali, e nient'altro.