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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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Il racconto era quasi incoerente, ma lasciava trasparire la loro paura. Egwene cominciò a lanciare occhiate incerte alle finestre vuote che davano sulla via. Fuori, gli ultimi residui di luce svanivano; dentro, il fuoco pareva piccolo e fioco. Thom si tolse di bocca la pipa e ascoltò, la testa piegata di lato, con una ruga di preoccupazione. Moiraine mostrò interesse, ma non in maniera sproporzionata. Finché...

All’improvviso l’Aes Sedai afferrò strettamente il braccio di Rand. «Mordeth!» esclamò. «Sei sicuro del nome? Pensateci bene, tutt’e tre. Mordeth?»

Assentirono in coro, sbigottiti per la reazione dell’Aes Sedai.

«Vi ha toccati?» continuò Moiraine. «Vi ha dato qualcosa? Avete fatto qualcosa per lui? Devo saperlo.»

«No» rispose Rand. «Non abbiamo avuto niente, né fatto niente.»

«Ha solo cercato di ucciderci» aggiunse Perrin. «Non basta? Si è gonfiato fino a riempire mezza stanza, ha gridato che eravamo tutti morti, poi è svanito. Come fumo.»

Mat si scostò, con fare petulante. «Un posto sicuro, hai detto! Qui i Trolloc non sarebbero venuti. Cosa potevamo pensare?»

«Evidentemente, non avete pensato affatto» replicò Moiraine, di nuovo padrona di sé. «Chi è capace di pensare, userebbe prudenza, in un luogo dove i Trolloc hanno paura di entrare.»

«Tutta colpa di Mat» disse Nynaeve, decisa. «Ne combina sempre una delle sue e gli altri, quando sono con lui, perdono anche quel poco di cervello che hanno avuto da madre natura.»

Moiraine annuì, ma non distolse lo sguardo da Rand e dai suoi due amici. «Sul finire delle Guerre Trolloc, un esercito si accampò fra queste rovine: Trolloc, Amici delle Tenebre, Myrddraal, Signori del Terrore, alcune migliaia in tutto. Poiché non tornavano, furono inviati esploratori dentro le mura. Gli esploratori trovarono armi, parti d’armatura, macchie di sangue dappertutto. E messaggi scribacchiati sui muri, in lingua Trolloc, messaggi che invocavano il Tenebroso perché li aiutasse nella loro ultima ora. Dopo qualche tempo, altri esploratori non trovarono segno del sangue e dei messaggi. Erano stati cancellati. Mezzi Uomini e Trolloc lo ricordano ancora. Per questo si tengono fuori di qui.»

«E per questo ci siamo nascosti qui?» disse Rand, incredulo. «Saremmo più al sicuro all’aperto, cercando di distanziarli.»

«Se non foste andati in giro» disse Moiraine, paziente «sapreste che ho posto difese intorno a questo edificio. Un Myrddraal non si accorgerebbe della loro esistenza, perché queste difese sono fatte per fermare un male di diversa natura, ma gli esseri che infestano Shadar Logoth non riusciranno a passarle né ad avvicinarsi. Domattina potremo muoverci in piena sicurezza: questi esseri non sopportano la luce del sole. Se ne staranno ben nascosti nelle profondità della terra.»

«Shadar Logoth?» disse Egwene, in tono incerto. «Non avevi detto che la città si chiama Aridhol?»

«Un tempo era chiamata Aridhol» rispose Moiraine «e faceva parte delle Dieci Nazioni, le terre che strinsero il Secondo Patto, che si opposero al Tenebroso fin dal primo giorno dopo la Frattura del Mondo. Quando Thorin al Toren al Ban era re di Manetheren, il re di Aridhol era Balwen Mayel, detto Mano di Ferro. In un crepuscolo di disperazione, durante le Guerre Trolloc, quando pareva che il Signore delle Menzogne avrebbe certamente vinto, l’uomo chiamato Mordeth venne alla corte di Balwen.»

«Lo stesso uomo?» esclamò Rand; e Mat disse: «Impossibile!» Moiraine li zittì con un’occhiata. Nella stanza si udì solo la voce dell’Aes Sedai.

«In breve Mordeth si guadagnò la fiducia di Balwen e ben presto fu secondo solo al re. Gli dava cattivi consigli e presto Aridhol iniziò a cambiare. Si ritirò in se stessa. Si diceva che parecchi preferissero vedere i Trolloc anziché gli uomini di Aridhol. La vittoria della Luce è tutto. Era questo il grido di battaglia che Mordeth insegnò loro, e gli uomini di Aridhol lanciarono quel grido, mentre le loro imprese abbandonavano la Luce.

«La storia è troppo lunga per raccontarla tutta, e troppo sinistra, e se ne conoscono solo frammenti, perfino a Tar Valon. Caar, figlio di Thorin, venne a riguadagnare Aridhol al Secondo Patto, e Balwen sedeva sul trono, un guscio avvizzito con la luce della follia negli occhi, ridendo mentre al suo fianco Mordeth ordinava la condanna a morte di Caar e degli ambasciatori, dichiarandoli Amici delle Tenebre. Il principe Caar, chiamato in seguito Caar il Monco, evase dalle segrete di Aridhol e fuggì da solo nelle Marche di Confine, inseguito dagli innaturali assassini di Mordeth. Lì incontrò Rhea, che non sapeva chi fosse, e la sposò; così introdusse nel Disegno la confusione che lo portò alla morte per mano di lei, e al suicidio di lei sulla sua tomba, e alla caduta di Aleth-Loriel. Gli eserciti di Manetheren vennero a vendicare Caar e scoprirono che le porte di Aridhol erano state abbattute e dentro le mura non rimaneva essere vivente, ma qualcosa di peggiore della morte. Aridhol non era stata distrutta dai nemici, ma da se stessa. Sospetto e odio avevano generato un orrore che si nutriva di ciò che l’aveva creato, un orrore prigioniero nel letto di roccia sul quale la città sorgeva. Mashadar aspetta ancora, famelico. Nessuno parlò più di Aridhoclass="underline" la città fu chiamata Shadar Logoth, il Luogo dove l’Ombra attende.

«Solo Mordeth non fu consumato da Mashadar, ma ne fu intrappolato e anche lui ha atteso fra queste mura nel corso dei secoli. Altri l’hanno visto. Alcuni sono stati influenzati da lui, per mezzo di doni che distorcono la mente e contaminano lo spirito, una contaminazione che cresce e cala finché non è lui a comandare... o a uccidere. Se convince l’incauto ad accompagnarlo alle mura, al confine del potere di Mashadar, potrà consumarne l’anima. Mordeth sarà libero di andarsene, indossando il corpo di colui al quale ha riservato una fine peggiore della morte, per scatenare di nuovo il male nel mondo.»

«Il tesoro» borbottò Perrin, quando lei tacque. «Voleva che lo aiutassimo a portare il tesoro dove teneva i cavalli. Fuori delle mura, immagino.»

«Ma ora siamo al sicuro, vero?» domandò Mat. «Non ci ha dato niente e non ci ha toccati. Siamo al sicuro, allora, con le difese che hai disposto?»

«Siamo al sicuro» convenne Moiraine. «Non può varcare le linee di difesa, né possono farlo gli altri abitanti di questo luogo. Inoltre, devono stare lontano dalla luce del sole, per cui domattina potremo andarcene tranquillamente. Ora cercate di dormire. Le difese ci proteggeranno fino al ritorno di Lan.»

«È via da parecchio» disse Nynaeve. Scrutò, preoccupata, la notte. Il buio era fittissimo.

«Lan se la caverà» la tranquillizzò Moiraine; intanto allargò accanto al fuoco le coperte. «Fin dalla culla, con una spada nelle mani di neonato, ha assunto l’impegno di combattere il Tenebroso. E poi saprei l’istante e il modo della sua morte, come lui lo saprebbe della mia. Riposa, Nynaeve. Andrà tutto bene.» Però, mentre si avvolgeva nelle coperte, esitò e fissò la via, come se anche lei si domandasse che cosa tratteneva il Custode.

Rand si sentiva braccia e gambe di piombo e non riusciva a tenere aperti gli occhi, ma trovò difficoltà a prendere sonno; quando infine si addormentò, fece brutti sogni, borbottando e agitandosi. Si svegliò di colpo e per un istante si guardò intorno, senza ricordare dove si trovava.

La sottile falce di luna all’ultimo quarto mandava una fievole luce sconfitta dalla notte. Gli altri dormivano ancora, ma Egwene e i due ragazzi si agitavano e borbottavano nel sonno. Il russare di Thom, leggero una volta tanto, era interrotto a tratti da parole formate a metà. Ancora non c’era segno di Lan.

All’improvviso Rand si sentì inerme, come se le difese non fossero affatto una protezione. Là fuori nel buio poteva esserci di tutto. Dandosi dello sciocco, mise altra legna sulle ultime braci. Il fuoco era troppo piccolo per scaldare, ma diede più luce.

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