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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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Rand spinse il grigio accanto alla giumenta dell’Aes Sedai. Formarono uno stretto cerchio, finché ogni cavallo non si trovò con la testa sulla groppa o il garrese di un altro. Solo allora l’Aes Sedai fu soddisfatta. Poi, senza una parola, si alzò sulle staffe e roteò il bastone sopra le loro teste, allungandosi per essere sicura di ricoprire tutti.

Rand trasalì ogni volta che il bastone gli passò sopra la testa, provocandogli un formicolio. Poteva seguirne a occhi chiusi il movimento, basandosi solo sui brividi. Non si sorprese nel vedere che solo Lan restava indifferente.

A un tratto Moiraine puntò il bastone verso ponente. Foglie secche turbinarono nell’aria e i rami si agitarono come se un mulinello percorresse la linea da lei indicata. Mentre il turbine svaniva, Moiraine si abbandonò con un sospiro sulla sella.

«Una falsa pista per i Trolloc» spiegò. «Il Myrddraal se ne accorgerà presto, ma a quel punto...»

«A quel punto» concluse Lan «avremo fatto perdere le nostre tracce.»

«Il tuo bastone è davvero potente» disse Egwene, guadagnandosi l’occhiata stizzita di Nynaeve.

Moiraine ridacchiò. «Te l’ho detto, bambina, gli oggetti non hanno potere. L’Unico Potere proviene dalla Vera Fonte e solo una mente viva può maneggiarlo. Questo non è neppure un angreal, ma solo un aiuto per concentrarsi.» Con aria stanca rimise il bastone sotto la cinghia. «Lan?»

«Seguitemi e fate silenzio» disse il Custode. «Rovineremo tutto, se i Trolloc ci sentono.»

Li guidò di nuovo a settentrione, non all’andatura rumorosa mantenuta in precedenza, ma al passo rapido con cui avevano percorso la Strada per Caemlyn. Il territorio divenne sempre più piatto, anche se la foresta rimase fitta.

Ora Lan scelse un percorso che serpeggiava sul terreno duro e su affioramenti rocciosi e non li costrinse più ad aprirsi la strada nel fitto sottobosco, ma prese tempo a fare larghi giri. Di tanto in tanto rimaneva alla retroguardia e studiava le tracce che lasciavano. Se qualcuno faceva tanto di tossire, veniva subito zittito con un brusco brontolio.

Nynaeve procedeva accanto all’Aes Sedai, con l’espressione di chi è combattuto tra sollecitudine e antipatia. E anche qualcos’altro, pensò Rand, come se la Sapiente fosse in vista di chissà quale meta. Moiraine si era abbandonata sulla sella e si reggeva alle redini e al pomo, vacillando a ogni passo. Era chiaro che la creazione di una falsa pista, per quanto sembrasse impresa da poco, dopo il terremoto e la muraglia di fiamme, aveva preteso un tributo elevato di forze che non aveva più da spendere.

Rand desiderò quasi che i corni riprendessero a echeggiare. Almeno così avrebbe stabilito a quale distanza si trovavano i Trolloc e i Fade.

Continuò a guardarsi alle spalle e così fu l’ultimo a vedere quel che si presentò davanti a loro. Fissò, perplesso, la grande massa irregolare che si estendeva a destra e a sinistra fino a scomparire, in molti punti alta come gli alberi che le crescevano quasi a ridosso e qua e là anche più alta. Fitti strati di rampicanti privi di foglie la coprivano. Un dirupo? I rampicanti ne rendevano facile la scalata, ma sarebbe stato impossibile far salire anche i cavalli.

All’improvviso, mentre si avvicinavano, scorse una torre. Una vera torre, non una sorta di formazione rocciosa, sormontata da una bizzarra cupola a punta. «Una città!» esclamò. Erano le mura di una città, e le guglie erano torri di guardia. Rimase a bocca aperta. La città era dieci volte più vasta di Baerlon. Cinquanta volte più estesa.

Mat annuì. «Una città. Ma cosa ci fa, nel cuore di una foresta come questa?»

«Disabitata» disse Perrin. Indicò le mura. «Nessuno lascerebbe che i rampicanti crescessero a questo modo dappertutto. Sapete anche voi come riducono i muri. Questo è tutto rovinato.»

Perrin aveva ragione. Nei punti dove il muro era più basso, c’era quasi sempre una montagnola coperta di arbusti: macerie della parte crollata. Non c’erano due torri della stessa altezza.

«Chissà che città era e che cosa le è accaduto» mormorò Egwene. «Non mi pare che fosse segnata sulla mappa di mio padre.»

«Si chiamava Aridhol» disse Moiraine. «Ai tempi delle Guerre Trolloc, era alleata di Manetheren.» Fissava le mura massicce e pareva non accorgersi della presenza degli altri, neppure di Nynaeve che la sorreggeva col braccio perché non cadesse di sella. «In seguito Aridhol morì e questo luogo fu chiamato con un altro nome.»

«Quale?» domandò Mat.

«Qui» disse Lan. Fermò il morello davanti a quella che un tempo era stata una porta tanto larga da permettere il passaggio di cinquanta uomini affiancati. Restavano solo le macerie, coperte di rampicanti, delle torri di guardia; non c’era traccia dei battenti. «Entriamo da qui.» In lontananza risuonarono i corni dei Trolloc. Lan scrutò in quella direzione, poi guardò il sole che ormai calava verso la cime degli alberi. «Hanno scoperto che era una falsa pista. Andiamo. Bisogna trovare un rifugio prima che faccia buio.»

«Quale nome?» domandò di nuovo Mat.

Mentre entravano nella città, Moiraine gli rispose. «Shadar Logoth» disse. «Ora la chiamano Shadar Logoth.»

19

Ombra in attesa

Frammenti delle pietre del lastrico scricchiolarono sotto gli zoccoli dei cavalli, mentre Lan faceva strada. Tutta la città era in rovina e disabitata. Non c’era nemmeno un colombo; le erbacce, quasi tutte vecchie e secche, erano cresciute anche nelle crepe nei muri. Il tetto della maggior parte degli edifici era crollato. Pareti rovinate spargevano nelle vie ventagli di mattoni e di pietre. Torri mozze e frastagliate si alzavano come rametti spezzati. Montagnole irregolari di macerie, su cui cresceva qualche alberello stento, erano forse i resti di palazzi o di interi quartieri.

Eppure gli edifici ancora in piedi bastarono a mozzare il fiato a Rand. L’edificio più vasto di Baerlon sarebbe scomparso nell’ombra di uno qualsiasi di quella città. Dovunque guardasse, Rand vedeva palazzi di marmo chiaro sormontati da cupole enormi. Sembrava che ogni edificio avesse almeno una cupola: alcuni ne avevano anche quattro o cinque, ciascuna di forma diversa. Viali fiancheggiati da colonne correvano per centinaia di passi verso torri che sembravano toccare il cielo. A ogni incrocio c’era una fontana di bronzo, o la guglia d’alabastro d’un monumento, o una statua su piedistallo. Anche se le fontane erano asciutte, le guglie in gran parte crollate e le statue a pezzi, quel che restava era talmente grandioso che Rand poteva solo stupirsi.

"E credevo che Baerlon fosse una città!" pensò. “Chissà Thom come se la rideva sotto i baffi. E anche Moiraine e Lan."

Tutto preso dallo spettacolo, fu colto di sorpresa, quando Lan si fermò davanti a un edificio di pietra bianca che un tempo era grande il doppio del Cervo e Leone. Impossibile dire che cosa fosse, quando la città era viva e fiorente: forse addirittura una locanda. Dei piani superiori rimaneva solo il guscio vuoto (il cielo del pomeriggio era visibile dai vani delle finestre, i cui vetri e legni erano scomparsi da tempo), ma il pianterreno sembrava ancora solido.

Moiraine esaminò con attenzione l’edificio, poi annuì. «Andrà bene» disse.

Lan smontò e prese in braccio l’Aes Sedai. «Portate dentro i cavalli» ordinò. «Usate come stalla una stanza sul retro. Muovetevi. Questo non è il parco del villaggio.» Scomparve nell’edificio.

Nynaeve lo seguì, portando il sacchetto di erbe medicinali e di unguenti. Egwene le andò dietro. Lasciarono i cavalli all’esterno.

«Portate dentro i cavalli!» brontolò ironicamente Thom, sbuffando. Smontò, si massaggiò la schiena, emise un gran sospiro e prese le redini della giumenta. «Allora?» disse, inarcando il sopracciglio in direzione di Rand e dei suoi due amici.

I tre si affrettarono a smontare e presero per le redini gli altri cavalli. Il vano d’ingresso, che non presentava nemmeno la traccia d’una porta, era ampio a sufficienza per far entrare i cavalli anche due alla volta.

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