Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]
- Автор: Хайнлайн Роберт Энсон
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 978-88-04-33638-9
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per il premio Nebula per il miglior romanzo in 1984.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1985.
«Mai visti. L’inferno non è molto bene organizzato. È un’anarchia, temperata qua e là da un tocco di monarchia assoluta.»
«Pensi che possa chiederlo a Satana?»
Lei ci pensò sopra, poi disse: «Non conosco nessuna legge che vieti di scrivere una lettera a Sua Maestà Infernale. Ma, se è solo per questo, non conosco nessuna legge che assicuri che la legga. Penso che verrebbe aperta e letta da qualche segretario; non credo che si limitino a gettarla nel Lago, non credo proprio.» E aggiunse: «Vuoi che andiamo a vedere? O vuoi già andare a letto?»
«Oh, penso che farò un bagno. Mi pare di averne bisogno.»
«Bello! Non ho mai fatto il bagno a un santo. Dev’essere uno spasso!»
«Oh, non ho bisogno di aiuto. Posso fare da me.»
Fu lei a farmi il bagno.
Poi mi tagliò le unghie e i capelli. Quando le chiesi una lametta, aprì un armadietto del bagno e mi mostrò una decina di sistemi di rasatura. «Suggerisco quel rasoio elettrico con tre testine inclinabili, ma, se ti fidi di me, vedrai che sono abilissima con il vecchio rasoio a mano libera.»
«Mi basta una lametta Gillette.»
«Non so di che tipo siano, ma qui ci sono rasoi di sicurezza adatti a tutte le lame.»
«Preferirei le mie. Inossidabili.»
«Wilkinson Sword?»
«Potrebbero andare… Ah, eccole! Inossidabili Gillette. “Prendi tre pacchetti e ne paghi due.”»
«Bene. Ti faccio la barba.»
«No, questa voglio farmela io.»
Mezz’ora più tardi appoggiavo la schiena ai cuscini, su un letto monumentale, adatto alla luna di miele di un re. Avevo fatto una leggera cena, tenevo in mano uno zombie che doveva servirmi per farmi addormentare e indossavo un pigiama di seta color marrone e oro antico. Pat si tolse il peignoir azzurro che aveva sempre tenuto addosso tranne quando mi aveva fatto il bagno e si sedette accanto a me, dopo avere posato sul comodino, a portata di mano, il suo bicchiere (Glenlivet e ghiaccio).
(Dissi a me stesso: “Ascolta, Marga, non sono stato io a volerlo. C’è solo un letto. Ma è grosso, e lei non cerca di strofinarsi addosso a me. Non vorrai mica che la cacci via, vero? È una brava ragazza; non voglio urtare la sua suscettibilità. E poi sono stanco. Bevo questo e mi addormento subito”.)
Invece, non mi addormentai subito. Pat non era affatto aggressiva, ma era molto ben disposta a collaborare. Con una parte della mente seguivo le sue attività, con l’altra chiedevo scusa a Marga.
Poi ci addormentammo per un po’. Al risveglio guardammo un ologramma animato che, Pat mi disse, era “a luce rossa” (anche se la luce mi parve normale), e venni a conoscenza di molte cose che non sapevo. Risultò che invece Pat le conosceva bene e che era disposta a mostrarmele: prima di farmele insegnare, comunque, spiegai mentalmente a Marga che le imparavo nell’interesse di tutt’e due.
Poi tornammo a dormire.
Qualche tempo dopo, Pat mi svegliò. «Girati verso di me: fatti guardare in faccia. Lo supponevo. Sei ancora triste per la tua innamorata. Cosa devo fare, perché tu possa dormire tranquillo? Dimmelo, descrivimelo. O lo farò io, o farò finta, o chiederò aiuto a qualcuno. Comincio a sentirmi ferita nell’orgoglio professionale!»
«No, no, vai benissimo…» le dissi, per consolarla.
«Ne dubito. Vuoi altre ragazze? Vuoi qualcosa di più fantasioso? L’albergo può preparare tutti gli scenari che vuoi. Giardino persiano, scuola femminile, harem turco, riti della giungla, convento di clausura… già, “convento”… ti ho mai raccontato cosa facevo prima di morire?»
«Non ero neanche sicuro che tu fossi morta.»
«Oh, certo. Non sono un diavolo che posa da essere umano; sono una donna. Pensi che qualcuno possa avere un posto di questo genere senza esperienza umana? La storia sulle superiori qualità amatorie dei succubi è solo una pubblicità, messa in giro da loro stessi. Io ero una monaca, Alec; lo sono stata dall’adolescenza alla morte, e per gran parte di questo tempo ho insegnato grammatica e aritmetica a bambini che non avevano voglia di imparare.
«Presto mi sono accorta che la mia vocazione non era sincera. Ma non sapevo come togliermi di lì. E così ci sono rimasta. A trent’anni ho scoperto quanto fosse stato grave il mio errore, perché la mia sessualità è maturata. Voglio dire che sentivo il desiderio di avere un uomo, e che questo desiderio aumentava ogni anno.
«Il grave non era il fatto di essere soggetta alla tentazione, ma quello di non esserlo affatto… perché avrei approfittato di qualsiasi occasione e poi mi sarei messa il cuore in pace. Ma non ne ho mai avute. Il mio confessore avrebbe potuto guardarmi con interesse se fossi stata un ragazzino del coro, ma, così com’ero, non gli interessavo. Quando mi confessavo, dormiva. D’altra parte, la cosa non mi stupiva, perché i miei peccati erano noiosi anche per me.»
«E che peccati erano, Pat?»
«Fantasie erotiche, che in gran parte finivo per non confessare. Non essendo perdonate, finivano direttamente sui registri di san Pietro. “Fornicazione adultera blasfema.”»
«Davvero, Pat? Dovevi avere un’immaginazione notevole!»
«Non è detto. Probabilmente non conosci la condizione delle monache. Una monaca è una sposa di Gesù: così dice il contratto. Perciò le basta pensare al sesso per essere una moglie adultera nel senso peggiore.»
«Già. Però, Pat, recentemente ho incontrato due monache in Cielo. Tutt’e due mi parevano ragazze abbastanza sportive, soprattutto una. Eppure, erano lassù.»
«Non c’è nessuna contraddizione. Gran parte delle monache confessa regolarmente i peccati e viene perdonata. Poi muoiono tra le loro sorelle, alla presenza del cappellano o del confessore. Quando ricevono l’estrema unzione, tutti i loro peccati sono stati assolti, e queste monache filano dritte in cielo, pure come gigli. Ma per me non è andata così.» Sorrise. «Sono stata punita per i miei peccati, e sono contenta di esserlo. Sono morta nel 1918, durante la grande epidemia di spagnola, e in quel periodo è morta così tanta gente, e così in fretta, che non hanno fatto in tempo a chiamare un prete che mi spedisse in Cielo. E sono arrivata qui. Alla fine del mio millennio di apprendistato…»
«Un momento! Non sei morta nel 1918?»
«Sì. Nata nel 1878, morta nel 1918, il giorno del mio quarantesimo compleanno. Preferisci che dimostri quarant’anni? Se vuoi, posso farlo.»
«No, no, vai bene come sei. Ma non cambiare discorso. Hai citato un “millennio di apprendistato”.»
«Sì.»
«Ma hai anche detto di essere morta nel 1918. L’Ultima Tromba ha risuonato nel 1994: lo so perché ero presente. A me, sembra che da allora siano passati solo pochi giorni; massimo un mese. Ma qualcuno mi ha detto che sono passati più di sette anni. Anche così, non possono essere mille.» (Maledizione, che siano passati mille anni da quando sono stato separato da Margrethe? Non vale!)
«Oh, Alec, nell’eternità, quando si dice “mille anni” o “un millennio” non significa un intervallo preciso di tempo; vuole semplicemente dire una durata molto lunga. Nel mio caso, il tempo necessario per capire se avevo predisposizione per le attività amatorie. Quando sono arrivata qui, devi sapere, il mio desiderio era forte, ma le mie conoscenze erano quasi nulle. Zero! Però, pian piano ho imparato, e alla fine Maria Maddalena mi ha dato una buona votazione e mi ha raccomandato per un posto fisso.»
«Come? Anche lei è qui?»
«No. Viene solo come consulente; ha la cattedra all’università celeste.»
«E che materia insegna, in Cielo?»
«Non ne ho idea, ma non quella che insegna qui. Almeno, non credo. Uhm. Alec, lei è uno dei grandi dell’eternità; fa quello che vuole. Ma adesso sei stato tu a farmi perdere il filo. Ti dicevo che non conosco la durata del mio apprendistato perché la durata del tempo è quella che ognuno di noi sente. Da quanto tempo siamo qui, secondo te?»