Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]
- Автор: Хайнлайн Роберт Энсон
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 978-88-04-33638-9
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per il premio Nebula per il miglior romanzo in 1984.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1985.
«Be’, un po’. Ma non tantissimo. Più o meno, adesso sarà mezzanotte.»
«È mezzanotte se vuoi che sia mezzanotte. E adesso lascia fare a me.»
L’indomani mattina (o quello che era) io e Pat andammo a fare colazione sulla balconata che dava sul Lago. Lei si era vestita nel modo preferito da Marga: calzoncini corti e un “top” che minacciava di scoppiare se traeva un respiro troppo profondo. Non so dove avesse preso i vestiti, ma nella notte qualcuno mi aveva lavato e stirato calzoni, camicia e biancheria… l’inferno è pieno di demonietti che si occupano di questo genere di servizi.
Inoltre, nell’ultima parte della notte non mi sarei svegliato neppure se fosse entrato nella mia stanza un branco di oche imbizzarrite.
Studiai la faccia di Pat, seduta dirimpetto a me, e approvai la sua aria di ragazza pratica e spigliata, senza grilli per la testa. Perché, mi chiesi, per tanto tempo avevo associato al sesso un senso di colpa? Adesso avevo avuto la prova che non c’era alcun legame tra le due cose (a meno che uno non volesse sentirlo come un’attività peccaminosa).
Quando ero giunto laggiù, ero triste e frastornato dopo tutte le irritazioni che avevo provato in Cielo e la scenata finale con san Pietro… Pat mi aveva ridato la calma e la fiducia, mi aveva aiutato a riposare, e adesso mi permetteva di godermi quella bella mattinata.
Questo non toglie che sono sempre ansiosissimo di trovarti, Marga, amore… ma adesso sono in forma migliore per riprendere la ricerca.
(Chissà se anche Margrethe sarà disposta a vedere le cose in questo modo?)
Be’, Marga non era mai stata gelosa di me…
Che cosa avrei detto, se anche lei si fosse presa un interludio — interludio sessuale — come il mio della notte prima? Ecco, anche questa è una buona domanda.
Mi affrettai a guardare il Lago. Le fiamme illuminavano di luce rossastra il fumo che si alzava sulla sua superficie, ma tutt’attorno, sulle sponde, si scorgevano i colori di una dolce riviera marina: alberi verdi, terra marrone, monti lontani, con le cime coperte di neve perenne. «Pat…»
«Sì?»
«Tra noi e il lago non possono esserci più di cento passi. Ma non sento odore di zolfo.»
«Osserva la direzione del vento: guarda quelle bandiere. La brezza soffia sempre verso il Lago. Giunta sopra di esso, si solleva lungo il Pozzo… e, detto per inciso, questa corrente rallenta le anime che arrivano di moto balistico. Dall’altra parte del pianeta c’è un’analoga corrente in discesa, su un pozzo di ghiaccio. Laggiù l’idrogeno solforato reagisce con l’ossigeno e dà acqua e zolfo. Lo zolfo si deposita e l’acqua ritorna in circolazione come vapore acqueo dell’atmosfera. I due pozzi e la circolazione dell’aria controllano il clima del pianeta, un po’ come la luna controlla quello della terra, ma con meno sbalzi.»
«La fisica non è mai stata il mio forte… ma non mi sembrano le leggi naturali che mi hanno insegnato a scuola.»
«E infatti non lo sono. Qui c’è un altro Capo, e gestisce il pianeta come piace a lui.»
La mia risposta fu sommersa da un forte suono di gong, proveniente dall’appartamento. «Vado a vedere?» chiese lei.
«Sì, ma probabilmente è solo la cameriera del piano.»
«No, Alec. La cameriera entra in una stanza senza annunciarsi, quando vede che non ci serve più.»
Corse nell’appartamento e ritornò pochi istanti più tardi, con una busta. «Una lettera, portata per corriere imperiale. Per te.»
«Per me?» La presi, con cautela, e la aprii. In cima c’era uno stemma in rilievo: il Diavolo in una raffigurazione convenzionale, in rosso, con le corna, gli zoccoli, la coda, il forcone, e circondato dalle fiamme. Sotto:
Sant’Alexander Hergensheimer
Sans Souci Sheraton
Capitale
In risposta alla sua petizione per un’udienza con Sua Maestà Infernale, Satana Mekratig, Sovrano dell’Inferno e delle Sue Colonie Esterne, Primo dei Troni Caduti, Principe delle Menzogne, mi pregio di informarla che Sua Maestà le chiede di corredare la richiesta fornendo a questo ufficio un memoriale completo e sincero della sua vita. Al ricevimento di detto memoriale verrà presa una decisione definitiva relativamente alla petizione in oggetto.
Vorrei inoltre unire al messaggio di Sua Maestà un suggerimento a titolo personale: qualsiasi tentativo di omettere, riassumere, o alterare fatti nella convinzione di compiacere Sua Maestà non sarà affatto apprezzato.
Distinti saluti (Firmato) Beelzebub
Segretario di Sua Maestà
La lessi a Pat. Lei batté gli occhi per la sorpresa e si lasciò sfuggire un fischio. «Allora, è meglio darsi da fare!» disse.
«Io…» Il foglio prese fuoco. Lo lasciai cadere nel piatto sporco, tra gli avanzi. «Succede sempre così?»
«Non saprei. È la prima volta che vedo un messaggio proveniente dal Capo. Ed è la prima volta che sento parlare di udienze, sia pure sotto condizione.»
«Pat, non ho chiesto nessuna udienza. Pensavo di farlo, e oggi mi proponevo di informarmi sulla procedura. Ma la petizione di cui si parlava nella lettera non l’ho ancora scritta.»
«Allora, è meglio che ti sbrighi a farlo, subito. Non bisogna lasciare le cose in sospeso. Te la batto a macchina io.»
Durante la nostra assenza, i diavoletti dovevano essersi dati da fare. In un angolo dell’immenso soggiorno avevano portato due scrivanie: su una c’erano fogli e penne, sull’altra un’attrezzatura molto più complicata. Pat si recò subito a questa scrivania. «Mio caro, vedo che sono ancora assegnata al tuo servizio. Adesso sono la tua segretaria. Il più recente sistema di videoscrittura Hewlett-Packard… sarà uno spasso! Oppure sai scrivere a macchina?»
«Temo di no.»
«Okay, tu scrivi a mano; io te lo ribatto, e controllo anche la bella forma. Tu pensa solo a scrivere. Ora capisco perché mi hanno scelta. Non per i miei sorrisi… ma per la mia velocità di dattilografa. In gran parte, le mie colleghe non sanno scrivere a macchina. Hanno scelto la carriera dell’intrattenitrice perché stenografare e dattilografare erano troppo difficili. Ma non io! Diamoci da fare: per terminare il lavoro, occorreranno giorni, settimane; non so neppure io quanto. Vuoi che continui a dormire qui?»
«Perché, vuoi andare via?»
«Mio caro, questa è una decisione che spetta al cliente.»
«Allora, non voglio che te ne vada.» (Marga! Sforzati di capirmi!)
«Hai fatto bene a dare questa risposta, perché altrimenti sarei scoppiata in lacrime. E poi, una buona segretaria deve essere sempre vicina, caso mai saltasse su qualcosa nella notte.»
«Pat, questa battuta era già vecchia quando ero bambino.»
«Era già vecchia quando dovevi ancora nascere, mio caro. Mettiamoci al lavoro.»
Immaginate un calendario (che qui non c’è) e pensate al vento che porta via i fogli, uno per volta. Il manoscritto diventava sempre più lungo, ma Pat continuava a dire che il consiglio del principe Beelzebub andava preso alla lettera.
Pat faceva due copie di quello che scrivevo; una copia diventava progressivamente sempre più spessa, sulla mia scrivania, l’altra scompariva ogni notte. I soliti diavoletti, indubbiamente. Pat diceva che la copia che spariva finiva probabilmente a Palazzo, quasi di certo sulla scrivania del principe: questo significava che il lavoro fatto fino a quel momento doveva essere soddisfacente.
Ogni volta, Pat impiegava meno di due ore a ribattere quello che io scrivevo in una giornata di lavoro. Ma a un certo punto rallentai il ritmo, perché arrivò un biglietto scritto a mano: