Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]
- Автор: Хайнлайн Роберт Энсон
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 978-88-04-33638-9
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per il premio Nebula per il miglior romanzo in 1984.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1985.
«A sentirti, si direbbe che è il paradiso.»
«Mai stato lassù. Hai detto che ne sei uscito appena adesso; spiegaci tu com’è.»
«Be’… il Cielo è un ottimo posto, se siete angeli. Non è un pianeta; è una piattaforma artificiale, come Manhattan. Ma non sono qui per parlare male del Cielo: sono qui per cercare Marga. Devo vedere questo signor Ashmedai? O è meglio che vada direttamente da Satana?»
La scimmia cercò di fischiare, ma riuscì solo a emettere uno squittio da topo. Rod scosse la testa. «Sant’Alec, tu sei una continua sorpresa. Io sono qui dal 1588, anche se non ti saprei dire che anno è adesso, ma non ho mai visto il Padrone. Non ho mai pensato di andare a vederlo. Non saprei neppure da che parte si comincia. Bert, tu cosa dici?»
«Dico che ne berrei un’altra.»
«Dove la metti, tutta quella birra? Da quando ti ha colpito il fulmine, non sei abbastanza grosso da tenerti in pancia un solo bicchiere, tanto meno tre.»
«Non preoccuparti e chiama la cameriera.»
Il tono del discorso rimase sempre a quel livello, perché ogni mia domanda non faceva che sollevarne altre, senza risposta. La taumaturga arrivò e portò via Bert, che, seduto sulla sua spalla, discuteva con ira dell’onorario dovuto: la donna voleva metà dei suoi averi e, per mettersi a lavorare, chiedeva un contratto firmato con il sangue. Bert ne offriva un decimo e voleva che io contribuissi per metà delle spese.
Dopo che quei due se ne furono andati, Rod disse che dovevo trovarmi una stanza; mi avrebbe portato lui in un buon albergo situato nelle vicinanze.
Gli feci notare che non avevo soldi. «Nessun problema, sant’Alec. Tutti i nostri immigranti arrivano senza quattrini, ma l’American Express, il Diners Club e la Chase Manhattan Bank fanno a gara per aprire loro un credito, sapendo che chi si accaparra per primo un cliente finirà quasi sempre per conservarselo per tutta l’eternità.»
«Non rischiano un po’ troppo, a fare credito a gente non solvibile?»
«No. Qui all’inferno, tutti pagano i debiti, prima o poi. Ricorda che qui un fannullone non può neppure morire per evitare di pagare i creditori. Perciò entra e fatti mettere tutto in conto prima di scegliere una delle tre carte di credito.»
Il Sans Souci Sheraton è sulla Piazza, davanti al Palazzo. Rod mi accompagnò al banco del portiere; io compilai una scheda personale. L’impiegata, una piccola diavolessa con due cornini molto graziosi, guardò la scheda e rimase senza fiato. «Uh, sant’Alexander?»
«Sono Alexander Hergensheimer, come ho scritto. A volte mi chiamano sant’Alexander, ma non credo che il titolo valga, quaggiù.»
Ma lei era indaffarata a frugare tra le prenotazioni. «Ecco, sant’Alexander… la prenotazione del suo appartamento.»
«Uh? Non mi serve un appartamento. E probabilmente non potrei neppure permettermelo.»
«Con gli omaggi della direzione, signore.»
25
“Con gli omaggi della direzione”! E come avevano fatto a sapere? Nessuno era al corrente del mio arrivo prima che mi sbattessero fuori a calci nel sedere dalla porta di Giuda. Che san Pietro avesse un “telefono rosso” collegato all’inferno? Che ci fosse qualche genere di collaborazione sotterranea con l’Avversario? Alec, come si sarebbe scandalizzato, il tuo Comitato dei Vescovi!
E poi: perché quell’appartamento in omaggio? Ma non ebbi il tempo di rifletterci, perché la diavolessa suonò il campanello e gridò: «All’ingresso!»
Il fattorino che accorse alla chiamata era umano, e mi parve un giovane molto attraente. Mi chiesi perché fosse morto così giovane e perché non fosse andato in paradiso. Ma la questione non mi riguardava, e perciò non feci domande. Notai però una cosa, quando mi precedette verso il mio appartamento: ancheggiava in modo piuttosto equivoco. Che fosse stato quel vizio a farlo finire laggiù?
Mi dimenticai della cosa quando entrai nell’appartamento.
Il salotto era piccolo per il gioco del rugby, ma per il tennis poteva andare bene. L’arredamento sarebbe stato definito “adeguato” anche da un principe delle Mille e una notte. Nell’alcova che mi fu indicata come “per uno spuntino” c’era un buffet freddo per una cinquantina di persone, con, in fondo, anche qualche piatto caldo: un maiale arrostito — con la mela in bocca — un pavone al forno con le piume rimesse al loro posto, e altri bocconi del genere. Di fronte al buffet c’era un bar fornito di tutto punto: il commissario di bordo della Konge Knut si sarebbe tolto tanto di cappello.
Il mio fattorino (“Pat”, disse di chiamarsi) apriva le tende, controllava le finestre, metteva a posto gli asciugamani: le solite attività che svolgono i fattorini per prendere una buona mancia, e io intanto mi chiedevo come dargliela. Ci si poteva far addebitare sul conto le mance per il personale? Decisi di chiederlo a lui stesso. Perciò attraversai la stanza da letto (lunga come una passeggiatina digestiva!) e lo trovai nel bagno.
Intento a spogliarsi. Con i calzoni a mezz’asta e sul punto di toglierseli; il fondoschiena rivolto verso di me. «Ehi, ragazzo! No! Grazie del pensiero… ma la mia passione non sono precisamente i bei giovanotti.»
«La mia, sì» rispose Pat. «Ma io non sono un giovanotto.» E si voltò verso di me.
Pat aveva ragione. Non era affatto un giovanotto.
Rimasi lì a bocca aperta, mentre si toglieva il resto dei vestiti e li metteva nel cestino della lavanderia. «Finalmente!» esclamò. «Come sono contenta di essermi tolta quel vestito da scimmia! L’ho infilato non appena mi hanno avvertito di averti individuato sul radar. Che ti è successo, sant’Alexander? Ti sei fermato a bere una birra?»
«Be’… sì. Due o tre birre, anzi.»
«Lo supponevo. C’era di guardia Bert Kinsey, vero? Se il Lago traboccasse fino a coprire di lava questa parte di città, Bert si fermerebbe ancora a bere una birra, prima di squagliarsela. Ehi, cosa c’è che non va? Ho detto qualcosa di sbagliato?»
«Uh, signorina. Lei è molto graziosa… ma non avevo chiesto neppure una ragazza.»
Lei si avvicinò a me e mi sfiorò la guancia. Sentii il suo respiro sulla pelle, sentii il suo profumo. «Sant’Alec» mi disse piano «non sono qui per sedurti. Oh, sono disponibile, certo; ogni appartamento di lusso ha in dotazione una o più entraîneuse. Ma io posso fare molte altre cose.» Afferrò un asciugamani e se lo drappeggiò attorno alle anche. «Ragazza di bagno ichiban, anche. Piego, vuole me massaggiale schiena?» Sorrise e si sfilò l’asciugamani. «Sono anche una barista di prima classe. Vuoi uno zombie danese?»
«Chi ti ha detto che mi piace lo zombie?»
Si era allontanata da me, per andare ad aprire un armadio. «Tutti i santi che conosco ne bevono. Ti piaccio con questo?» Mi mostrò una vestaglia che pareva fatta di nebbia azzurra.
«Incantevole. Quanti santi conosci?»
«Uno. Tu. Anzi, due, ma l’altro non beve zombie. Scusa. Volevo solo fare una battuta.»
«No, te l’ho chiesto perché l’informazione mi potrebbe servire. Te l’ha mica detto una ragazza danese? Biondo-cenere, alta come te, più o meno della stessa corporatura? Margrethe, o Marga. Anche “Margie”.»
«No, l’ho letto nel promemoria che ho ricevuto quando mi hanno assegnato a te. Questa Margie… è una tua amica?»
«Qualcosa di più di un’amica. È per cercare lei che mi trovo all’inferno. O nell’inferno? In inferno? Come si dice?»
«Come preferisci. No. Sono certa di non avere mai visto la tua Margie.»
«Come si fa per trovare un’altra persona, quaggiù? Ci sono delle guide? Degli elenchi elettorali, o che so io?»