L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
- Автор: Верн Жюль Габриэль
- Год: 1964
- Язык: итальянский
- Год: U. Mursia editore
- Переводчик: Lorenza Ester Aghito
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:
I coloni lasciavano parlare il ragazzo, che recitava con molto ardore la sua piccola lezione di botanica. Cyrus Smith lo ascoltava sorridendo e Pencroff, con una espressione di fierezza impossibile a descriversi.
«Bene, Harbert,» replicò Pencroff «ma oserei giurare che tutte le varietà utili da te citate non sono giganti come questi!»
«Infatti, Pencroff!»
«Questo sta, dunque, a sostegno di quello che ho detto: che i giganti non sono buoni a niente!»
«In questo, appunto, consiste il vostro errore,» disse allora l’ingegnere «perché proprio i giganteschi eucalipti che ci riparano sono utili a qualcosa.»
«E a che cosa, dunque?»
«A risanare il paese in cui si trovano. Sapete come li chiamano nell’Australia e nella Nuova Zelanda?»
«No, signor Cyrus.»
«Sono chiamati gli alberi della febbre.»
«Perché la danno?»
«No, perché la tolgono!»
«Bene! Lo scrivo subito» disse il giornalista.
«Scrivetelo pure, caro Spilett, giacché pare provato che la presenza degli eucalipti basti a neutralizzare i miasmi delle paludi. Questi preservanti naturali sono stati sperimentati in certe contrade del mezzogiorno d’Europa e del Nordafrica, dove il suolo era veramente malsano, e si è veduto lo stato sanitario degli abitanti migliorare a poco a poco. Non più febbri intermittenti nelle regioni ove esistono boschi di queste mirtacee. Questo fatto è adesso definitivamente accertato, ed è una fortunata circostanza per noi, coloni dell’isola di Lincoln.»
«Ah! che isola! Che isola benedetta!» esclamò Pencroff. «Ve lo dico io che non le manca niente… salvo…»
«Anche quello verrà, Pencroff. Si troverà,» rispose l’ingegnere; «ma riprendiamo la nostra navigazione e spingiamoci fin dove il fiume potrà portare la nostra piroga!»
L’esplorazione, dunque, continuò per almeno due miglia, in mezzo a una zona coperta d’eucalipti, che dominavano tutti i boschi di quella parte dell’isola. Lo spazio ch’essi coprivano si stendeva oltre i limiti della visuale da ciascun lato del Mercy, il cui letto, abbastanza sinuoso, s’incassava colà fra alte sponde verdeggianti. Il letto stesso era ingombro di erbe alte e persino di scogli aguzzi, che rendevano la navigazione assai faticosa. L’azione dei remi divenne difficile e Pencroff dovette spingere la piroga con una pertica. ‘I naviganti s’accorgevano pure che il fondo del fiume era, a mano a mano che procedevano, sempre più alto, e che non era lontano il momento in cui il canotto sarebbe stato obbligato a fermarsi per mancanza d’acqua. Già il sole declinava all’orizzonte, e proiettava sul suolo le ombre smisurate degli alberi. Cyrus Smith, vedendo che non avrebbe potuto raggiungere quel giorno la costa occidentale dell’isola, risolse di accamparsi sul luogo stesso dove, per mancanza d’acqua, la navigazione sarebbe stata forzatamente arrestata. Riteneva di essere ancora a cinque o sei miglia dalla costa, e che tale distanza fosse troppo grande per tentare di superarla di notte, in mezzo a quei boschi sconosciuti.
L’imbarcazione fu dunque spinta senza tregua attraverso la foresta, che a poco a poco si rifaceva più folta e sembrava pure più abitata, giacché, se gli occhi non lo ingannavano, il marinaio credette scorgere dei branchi di scimmie che correvano sotto i cedui. Qualche volta anche due o tre di quegli animali si fermarono a una certa distanza dal canotto e guardarono i coloni senza manifestare alcun terrore, come se, vedendo degli uomini per la prima volta, non avessero ancora imparato a temerli. Sarebbe stato facile abbattere quei quadrumani a fucilate, ma Cyrus Smith si oppose all’inutile massacro, che tentava un poco il collerico Pencroff. Del resto, era anche prudente non farlo, poiché quelle scimmie vigorose e dotate di un’agilità estrema, potevano essere temibili; quindi era meglio non provocarle con un’aggressione assolutamente inopportuna.
È vero che il marinaio considerava la scimmia da un punto di vista puramente alimentare, e, infatti, questi animali, che sono esclusivamente erbivori, costituiscono una selvaggina eccellente; ma, poiché le provviste abbondavano, era inutile sprecare munizioni in pura perdita.
Verso le quattro, la navigazione sul Mercy divenne difficilissima, giacché il suo corso era ostruito da piante acquatiche e da scogli. Le rive si elevavano ‘sempre più e già il letto del fiume affondava fra i primi contrafforti del monte Franklin. Le sue sorgenti non potevano, dunque, essere lontane, dato che si alimentavano di tutte le acque dei pendii meridionali della montagna.
«Fra un quarto d’ora neppure,» disse il marinaio «saremo costretti a fermarci, signor Cyrus.»
«Ci fermeremo, Pencroff, e organizzeremo un accampamento per la notte.»
«A che distanza saremo da GraniteHouse?» domandò Harbert.
«A sette miglia, press’a poco,» rispose l’ingegnere «calcolando però anche tutte le sinuosità del fiume che ci hanno portato verso nordovest.»
«Continuiamo ad avanzare?» chiese il giornalista.
«Sì, fino a che potremo farlo» rispose Cyrus Smith. «Domani, allo spuntare del giorno, abbandoneremo il canotto, percorreremo in due ore, spero, la distanza che ci separa dalla costa, e avremo quasi l’intera giornata per esplorare il litorale.»
«Avanti!» disse Pencroff.
Ma poco dopo la piroga raschiò il fondo sassoso del fiume, la cui larghezza in quel punto non oltrepassava i venti piedi. Una fitta volta di verzura s’arrotondava sopra il suo letto e l’avvolgeva in una semioscurità. Si udiva pure il rumore abbastanza distinto di una cascata, che indicava la presenza di uno sbarramento naturale, qualche centinaio di passi più su.
E, infatti, a un’ultima svolta del fiume, una cascata apparve attraverso gli alberi. Il canotto urtò il fondo del letto, e alcuni istanti dopo veniva ormeggiato a un tronco, vicino alla riva destra.
Erano circa le cinque. Gli ultimi raggi del sole si insinuavano sotto i rami folti e percuotevano obliquamente la cascatella, il cui timido pulviscolo risplendeva dei colori del prisma. Al di là, il letto del Mercy scompariva sotto i cedui, dove s’alimentava da qualche sorgente nascosta. I diversi ruscelli che affluivano sul suo percorso ne facevano più in basso un vero fiume, ma dove adesso si trovavano i coloni non era che un ruscello limpido e poco profondo.
I coloni si accamparono in quel punto, ch’era bellissimo. Sbarcarono. Fu acceso un fuoco in un boschetto di grandi bagolari, fra i rami dei quali Cyrus Smith e i compagni avrebbero, all’occorrenza, trovato un rifugio per la notte.
La cena fu in breve divorata, giacché tutti avevano fame, e non rimase da far altro che dormire. Ma essendosi fatti sentire verso il tramonto dei ruggiti di natura sospetta, il fuoco fu alimentato anche per la notte, in modo da proteggere i dormienti con le sue fiamme sfavillanti. Nab e Pencroff vegliarono a vicenda e non risparmiarono il combustibile. Forse non si ingannarono quando credettero di scorgere delle ombre d’animali errare intorno all’accampamento, sia sotto i cedui, sia fra i rami; però la notte passò senza incidenti, e l’indomani, 31 ottobre, alle cinque del mattino, tutti erano in piedi, pronti a partire.
CAPITOLO IV