I giorni del cervo [Hart's Hope - it]
- Автор: Кард Орсон Скотт
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-95127-08-0
- Переводчик: Delio Zinoni
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «I giorni del cervo [Hart's Hope - it]». Краткое содержание книги:
Credo che tu ora ti renda conto di come Orem Fianchi-Magri accetterà la sua morte, se la morte è ciò che richiedi da lui. Siamo noi, che vi amiamo entrambi, che non possiamo sopportare l’idea che l’uomo che avrebbe più ragioni di essergli grato, è anche l’uomo che toglierà la vita al giovane Orem.
21
IL FUTURO DI OREM
Una sera Orem era sotto un porticato che dominava dall’alto un giardino pensile. Veniva spesso lì, per guardare la piccola foresta. Malgrado avesse provato molte volte, non era ancora riuscito a trovare la strada per arrivare al giardino attraverso il labirinto del palazzo. Talvolta pensava che così doveva sembrare il mondo a Dio: vicino quasi da poterlo toccare, ma così infinitesimamente piccolo che non osava toccarlo per paura di romperlo.
Fuori dal Parco del Palazzo, con la sua perpetua primavera, una tempesta di neve imperversava sulla città, la prima dell’anno. Erano passati undici mesi dalla nevicata delle gabbie, quando aveva guardato la morte in faccia. Ripensandoci, ricordava di non aver avuto paura. Aveva combattuto la morte, ma con ostinazione, non con paura. E neppure con passione. La sua vita era così tranquilla nel palazzo che era arrivato a credere di essere, per natura, un uomo pacifico. Diciassette anni, e già si trovava a suo agio nella vita contemplativa.
Naturalmente non era vero. Era represso, frustrato, ma questi sentimenti lo lasciavano languido e imbronciato, cosicché più sentiva bisogno di azione, meno riusciva a fare qualcosa. Questa era la ragione per la quale andava nel portico che guardava sul giardino, desiderando di poter abitare in quel piccolo posto; per questo guardava la città, chiedendosi cosa stesse facendo Pulce quella sera, nella neve. Poi dal basso sentì delle voci.
— Guarda. Di nuovo la neve. — Era Coniglio.
— Di già? È passato così in fretta il tempo — Donnola.
— Undici mesi. Piuttosto lunghi, pensavo. — Urubugala.
Lo sanno che sono qui? pensò Orem. Quasi offrì loro un’isola nella Vista della Regina, perché potessero conversare in privato; poi gli venne in mente che potevano esserci delle cose da imparare, ascoltando senza essere notato. Per un momento, e per caso, poteva fare quello che la Regina faceva sempre.
— Come attendiamo tutti con ansia il giorno gioioso — disse Coniglio. — La nascita del piccolo erede.
— La rinascita e il rinnovamento di Bella. Il potere per qualche altro secolo. Il Piccolo Re conosce la sua parte in questo evento?
— Credo di no — disse Donnola. — No.
— Dovremmo dirglielo? — chiese Coniglio.
Donnola rispose subito: — Credo che dobbiamo.
— No — disse Urubugala.
— È sempre meglio conoscere la verità.
— Può impedirlo? — chiese Urubugala. — Se cercasse di farlo, tutto sarebbe distrutto. Perché la Regina possa rinnovarsi, tutto il suo potere deve trovarsi nel sangue vivente. Reciterà meglio la sua parte se non sa nulla.
— È più pietoso così — ansimò Coniglio.
— Sì — disse Donnola. — Ma vi ringrazierà per questa misericordia?
— Non mi importa nulla dei suoi ringraziamenti — disse Urubugala. — Il costo del potere non è mai pagato da chi lo detiene.
Poi silenzio. Non li sentì nemmeno andarsene.
Orem non sapeva nulla dei libri di magia. Ma dal suo soggiorno con Vetro-di-Forca sapeva questo: che il prezzo del potere era il sangue, e che qualsiasi cosa dava il sangue doveva morire. Bella si stava avvicinando al momento della sua rinascita. E loro non volevano dire a Orem quale fosse il suo ruolo, perché tutto il potere di Bella era nel sangue vivente. In quel momento, Orem raggiunse la conclusione ovvia. Il sangue di un cervo è più potente di quello di un topo; il sangue di un uomo più potente di quello di un cervo; e il sangue di un marito più potente di quello di un estraneo.
Quale sangue spargerà Bella per il suo potere quasi infinito? Il sangue di suo marito, il sangue del Piccolo Re.
D’improvviso la sua vita quasi inutile nel palazzo acquistò un senso. Era il vitello ingrassato. Bella aveva concepito un figlio da lui perché altrimenti lui non sarebbe stato il suo vero marito, e non avrebbe avuto abbastanza potere per lei. Probabilmente attendeva solo la nascita del bambino, poi sarebbe morto.
Si appoggiò alla balaustra, perché le gambe non lo reggevano. Era ancora nelle gabbie, dopo tutto. Non era stato salvato quando Bella l’aveva mandato a prendere. Era stato semplicemente inserito nei suoi piani. Per un’ora, guardò la neve e si compianse.
Mentre si compiangeva, immaginò molte versioni della sua morte. Si sarebbe fatta beffe di lui, anche nei suoi ultimi momenti? O l’avrebbe ringraziato per il suo sacrificio? Più potente del sangue di un marito, sarebbe stato il sangue di un marito volontariamente disposto a versarlo. E se Bella mi chiedesse di versare il sangue di mia volontà? Ha pensato che un uomo potrebbe essere felice di morire per lei? Immaginò se stesso andare da lei e offrirle la propria vita… Ma sapeva che lei avrebbe riso. Lo considerava ridicolo anche adesso. Non poteva compiere un grande gesto mentre lei lo guardava, perché sarebbe sembrato ridicolo anche a lui.
Pensò anche di scappare. Ma dopo averci pensato, rigettò l’idea con disprezzo. Era venuto da Banningside a Inwit, era venuto dalla Strada dei Maghi in quel palazzo, solo per fuggire proprio nel momento che doveva dare significato alla sua vita? Aveva desiderato un nome, una canzone, un posto, no?
E dopo un’ora passata a pensare simili pensieri, decise che poteva sopportare di terminare la sua vita in quel modo. Si era riconciliato all’idea di essere una pedina nel gioco di Bella.
Poi, all’improvviso, ricordò quando si era sdraiato nella gabbia perché era troppo stanco per camminare, e nevicava. Sentì gli altri sputargli sulle spalle e sulla faccia. Anche quando non hai alcuna speranza, non muori dormendo se puoi morire combattendo. Perché sono stato portato qui? Perché? Bella non sa che sono un Pozzo. Sono state le Sorelle a mostrarle la mia faccia in sogno. Forse non è per caso che ho sentito questa conversazione, perché mi ricordi che la Regina Bella è mia nemica. Anche se la sogno ancora, anche se balbetto e mi sento uno sciocco quando sono con lei, forse sono destinato a usare il mio potere per indebolirla. Se devo morire, che non sia un sacrificio volontario. Che muoia sapendo che anche se lei può prendere la mia vita, io posso prendere qualcosa da lei. Forse ho sufficiente tempo, nei giorni che precedono la nascita del figlio, per aiutare Palicrovol. Sono qui da un anno, e in questo tempo non ho fatto nulla con il potere che possiedo, eccetto tenere qualche segreta ma triviale conversazione. Forse sono debole, ma sono anche l’unica persona che può contrastare la Regina. E se mi scopre, tanto meglio. Che mi uccida con rabbia, così che molto del mio sangue venga versato e sprecato. Sarà la mia volta di ridere di lei.
Fu una storia molto soddisfacente questa che mi raccontò, e lo condusse a fare tutto quello che doveva fare. Nessuno, tranne Orem, avrebbe avuto un danno dal sapere che lui non era affatto destinato a morire.
Quella notte Orem riprese la guerra che era iniziata con un singolo scontro quasi un anno prima. Trovò Re Palicrovol più vicino dell’anno precedente, ma non di molto. Il cambiamento più grande era dato dal numero di uomini che erano con lui: stava radunando un esercito, adesso, e Orem non riusciva neppure a indovinarne il numero. Il cerchio di maghi era ancora con lui, e dentro a quello un cerchio di preti, e dentro Re Palicrovol, assalito dalla dolce e terribile magia della Regina.