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La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]

Электронная книга - «La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]». Краткое содержание книги:

2047: l’America soffre le conseguenze di un attacco nucleare portato a termine in maniera insospettabile da esecutori di nazioni diverse. Da quasi sessant’anni la più grande potenza mondiale è regredita a un’economia di pura sussistenza, e le comunità vivono un’esistenza separata, ristretta ognuna ai propri confini. Lo stato subisce una quarantena mantenuta con ferrea disciplina dalle squadre di sorveglianza militare giapponese e avallata dalle Nazioni Unite.
È in questo scenario apocalittico che si svolge la vicenda di Henry Fletcher, un giovane della comunità californiana di San Onofre, che per il suo sostentamento dipende interamente dalla pesca e dai raduni di baratto che si svolgono periodicamente nella valle. Dopo l’arrivo di alcuni viaggiatori di San Diego che hanno osato sfidare la vigilanza dei guardiani giapponesi. Henry viene gradualmente a conoscenza del nuovo mondo e delle sue insidie. La sua guida spirituale è Tom, l’uomo più anziano della valle, sopravvissuto alla catastrofe tristemente nota come II Giorno.
La scoperta di un mondo da cui gli americani vengono ingiustamente esclusi, il contatto con gli “stranieri” che vivono a pochi chilometri di distanza, le testimonianze di chi è riuscito a sfuggire alla prigionia in patria trascinano il giovane in un’avventura che segna la fine dell’adolescenza e la transizione verso la maturità, a cui si accompagna la speranza della redenzione per il popolo americano.
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«Allora» disse Tom «nei vecchi tempi possedevo un’automobile. Ve lo giuro. E all’epoca della storia, andavo in auto da New York a Flagstaff. Un viaggio come quello avrebbe richiesto circa una settimana, ad andare svelti. Ero quasi alla fine, sulla Statale 40, nel Nuovo Messico. Si avvicinava il tramonto e prometteva tempesta. Grandi nubi nere sembravano un’onda che rotolasse a riva dal Pacifico; il cielo era azzurro chiaro, sopra di me e dietro di me; in basso, la terra era un deserto disseminato di mesas e nient’altro, a parte i cespugli e le due corsie della strada. Un paese fantasma.»

“Per prima cosa notai che due raggi di sole spuntavano dalla sommità del fronte di nubi, fenomeno che anche voi avete visto; ma quei due raggi sembravano fari, si aprivano da sinistra a destra davanti a me, come portenti di qualche sorta. Pensate solo a quei raggi di sole… Avevano sfiorato la terra di tanto così «(mise in mostra pollice e indice appena staccati)» eppure l’avevano mancata, per cui avrebbero continuato per sempre nell’universo. Ma prima mi diedero un segno.

“In secondo luogo, comparve la vecchia Volvo, sbuffando per superare una ripida salita con un cartello in vetta, si cui era scritto Spartiacque continentale. Avrei dovuto immaginarlo. Prima della discesa, sul ciglio della strada c’era un autostoppista.

“A quell’epoca ero avvocato e davo valore alla mia solitudine. Per una settimana intera non ero costretto a parlare con nessuno e l’idea mi piaceva. Possedevo un’automobile, ma da giovane anch’io avevo fatto l’autostop e conoscevo la disperazione dell’autostoppista, il cumulo sempre crescente di piccole delusioni nell’umanità. E poi, stava per piovere. Ma non volevo dare un passaggio a quel tipo, per cui decisi di guardare dall’altra parte nel sorpassarlo, per non incrociare il suo sguardo. Ma sarebbe stata vigliaccheria. Così, all’ultimo istante, lo guardai. E, credetemi, nell’attimo in cui lo riconobbi, sterzai sul bordo della strada e slittai sulla ghiaia, fermandomi.

“Quell’autostoppista ero io. Io in persona.”

«Oh, contaballe» disse Rebel.

«Non è una bugia! Era così, in quei tempi. Voglio dire, ogni giorno capitavano cose anche più bizzarre di questa. Perciò lasciatemi continuare il racconto.»

“Allora. Tutt’e due lo capimmo, quel tizio e io. Non eravamo due semplici sosia, come quelli di cui ti parlano gli amici e poi, quando li incontri, non t’assomigliano per niente. Questo tizio era l’uomo che vedevo nello specchio ogni mattina quando mi radevo. Indossava perfino una mia vecchia giacca a vento.

“Scesi di macchina. Ci fissammo. «Allora, chi sei?» disse lui, in una voce che riconobbi perché avevo ascoltato registrazioni su nastro della mia.

“«Tom Barnard» risposi.

“«Anch’io» disse lui.

“Ci fissammo davvero.

“Come ho detto, all’epoca ero avvocato, d’inverno lavoravo a New York. Per cui ero piuttosto magro, con un po’ di pancetta. Si vedeva subito che l’altro Tom Barnard aveva fatto lavori manuali: era più robusto, duro, in piena forma, con un principio di barba e la pelle abbronzata dalla vita all’aria aperta.

“«Bene, vuoi un passaggio?» dissi. Cos’altro potevo dire? Dopo una breve esitazione, lui annuì; raccolse lo zaino e si avvicinò alla macchina. «La Volvo è ancora in giro, vedo» commentò. Salimmo. A sedere lì con lui, fianco a fianco, provai una sensazione tanto bizzarra da non riuscire a mettere in moto. Insomma, aveva sul braccio una cicatrice identica a quella che mi era rimasta cadendo da un albero! Straordinario! Comunque, ripresi la strada.

“Bene, a stare seduti in silenzio veniva la pelle d’oca a tutt’e due. Cominciammo a parlare. Eravamo il medesimo Tom Barnard, eccome! Nati nello stesso anno, dagli stessi genitori. Confrontando il nostro passato anno per anno, in breve scoprimmo il momento in cui ci eravamo suddivisi, sdoppiati, o chissà cosa. Un settembre di cinque anni prima, io ero tornato a New York, mentre lui era andato in Alaska.

“«Sei tornato allo studio legale?» chiese. Con un sussulto, confermai. Ricordai che avevo pensato di andare in Alaska, una volta terminato il lavoro con il Consiglio Navaho; ma non mi era sembrata una soluzione pratica. E dopo molte riflessioni ero tornato a New York. Alla fine determinammo il momento esatto: il mattino in cui partii in auto per New York, prima dell’alba, nel silenzio assoluto, c’era stato un istante, nell’imboccare la Statale 40, in cui non riuscivo a ricordare se la rampa d’accesso era una semplice curva a sinistra o un cerchio completo sulla destra; e mentre ancora ci pensavo, mi ero ripreso ed ero già sull’autostrada, diretto a est. La stessa cosa era accaduta al mio doppio: solo, lui si era diretto a ovest. «Ho sempre saputo che questa era una macchina magica» disse. «Anch’essa è doppia… ma ho venduto la mia a Seattle.»

“Be’… c’eravamo. La tempesta si scatenò e proseguimmo fra piccoli scrosci di pioggia. Il vento spingeva la macchina. Dopo un poco vincemmo lo stupore e prendemmo a chiacchierare. Gli raccontai cosa avevo fatto negli ultimi cinque anni… pratiche legali, per lo più… e lui scosse la testa, come se mi ritenesse matto. Mi raccontò cos’aveva fatto lui, e mi parve una vita magnifica. Pesca in Alaska, cartografia di fiumi nello Yukon, raccolta di scheletri d’animali per il dipartimento caccia e pesca… lavoro duro, a contatto con la natura. Quanto ridevo, alle sue storie! E da lui udivo la mia risata come la udivano i miei amici, e l’idea mi faceva solo ridere più forte. Vi è mai venuto in mente che la gente vi vede nello stesso modo in cui la vedete voi, una raccolta di apparenze, abitudini, azioni, parole… e che non arriva mai a leggervi i pensieri, a sapere quanto siete fantastici in realtà? In modo che agli altri sembrate estranei quanto loro a voi? Bene, quella sera guardai me stesso dall’esterno e vidi davvero un tipo buffo.

“Ma che vita aveva vissuto! Mi dava una sensazione di vuoto allo stomaco. Capite, aveva vissuto una vita assai vicina a quella che avevo sognato di vivere nel mio piccolo appartamento di New York, un inverno dopo l’altro. Mentre la mia vita in città era solo una serie di luoghi chiusi in cui sedevo a guardar parlare la gente o a parlare io stesso. Tutta qui, la mia vita. Ma quest’altro Tom! Era andato via, aveva fatto quel che volevo fare io. E non sapeva come sarebbe stato il resto della sua vita, disteso davanti a lui come la strada davanti a noi. Capii che amavo viaggiare all’interno del paese proprio perché attraversavo la campagna… che le volte in cui desideravo di girare la macchina nel Nuovo Messico e tornare a New York, e poi girare di nuovo e andare all’ovest, e continuare così, come se la Volvo fosse un pendolo appeso al polo nord… era perché volevo stare in campagna, all’aperto. Cominciai a sentire il vuoto della mia vita, il vuoto provato quando nel mio appartamento di New York guardavo nello specchio mentre mi radevo, quando notavo le rughe sotto gli occhi e pensavo che avrei potuto vivere una vita diversa, che avrei potuto renderla migliore.

“Mi demoralizzai a un punto tale da suggerire a un tratto al mio doppio che forse non ero altro che una sua allucinazione. Mi pareva un’ipotesi sensata. Lui aveva fatto la scelta più forte, io la più debole… non era forse logico pensare di essere niente di più di uno spettro venuto a tormentarlo, una visione di quel che gli sarebbe accaduto se avesse fatto l’errore di tornare a New York?

“«Non credo» disse lui. «È più probabile che sia io un’allucinazione che ti sei fermato a raccogliere per strada. E poi, saresti davvero un diavolo d’allucinazione, per portarmi fino al Nuovo Messico. No, siamo tutt’e due qui in carne e ossa.» Mi diede un pugno sul braccio; dove mi toccò, sentii un forte calore.

“«Hai ragione» ammisi. «Siamo qui tutt’e due. Ma come lo spieghi?»

“«C’era troppa roba per un corpo solo!» disse. «Per questo avevamo difficoltà a prendere sonno.»

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