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La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]

Электронная книга - «La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]». Краткое содержание книги:

2047: l’America soffre le conseguenze di un attacco nucleare portato a termine in maniera insospettabile da esecutori di nazioni diverse. Da quasi sessant’anni la più grande potenza mondiale è regredita a un’economia di pura sussistenza, e le comunità vivono un’esistenza separata, ristretta ognuna ai propri confini. Lo stato subisce una quarantena mantenuta con ferrea disciplina dalle squadre di sorveglianza militare giapponese e avallata dalle Nazioni Unite.
È in questo scenario apocalittico che si svolge la vicenda di Henry Fletcher, un giovane della comunità californiana di San Onofre, che per il suo sostentamento dipende interamente dalla pesca e dai raduni di baratto che si svolgono periodicamente nella valle. Dopo l’arrivo di alcuni viaggiatori di San Diego che hanno osato sfidare la vigilanza dei guardiani giapponesi. Henry viene gradualmente a conoscenza del nuovo mondo e delle sue insidie. La sua guida spirituale è Tom, l’uomo più anziano della valle, sopravvissuto alla catastrofe tristemente nota come II Giorno.
La scoperta di un mondo da cui gli americani vengono ingiustamente esclusi, il contatto con gli “stranieri” che vivono a pochi chilometri di distanza, le testimonianze di chi è riuscito a sfuggire alla prigionia in patria trascinano il giovane in un’avventura che segna la fine dell’adolescenza e la transizione verso la maturità, a cui si accompagna la speranza della redenzione per il popolo americano.
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«Pare che il clima della California sia cambiato più di tutti» dissi.

«Oh, no» rispose Johnson. «Nient’affatto. La California è stata intensamente colpita, non c’è dubbio: come se l’avessero spostata a nord di quindici gradi di latitudine. Ma altre parti del mondo hanno subito conseguenze altrettanto gravi, o perfino peggiori. Per esempio, le eccezionali precipitazioni sul Cile settentrionale, con conseguente dilavamento delle sabbie andine. Caldo tropicale estivo in Europa, siccità durante il monsone… potrei continuare per un pezzo. Il cambiamento del clima ha provocato più sofferenze umane di quanto lei non immagini.»

«Non ne sia tanto convinto.»

«Ah. Sì. Bene, non è solo il grigio impero sovietico ad avere reso il mondo un luogo così tetro, da dopo la guerra: il clima ha avuto la sua grossa parte. Per fortuna neanche la Russia è rimasta indenne.»

«Come mai?»

Johnson scosse la testa e non volle dare spiegazioni.

Due giorni dopo, sempre in Siberia, nonostante la velocità del treno, capii cosa intendesse.

Avevamo trascorso la mattinata nel corridoio della carrozza, esibendo i documenti di viaggio a un trio di controllori sospettosi. Il fatto che non sapessi una parola di russo non aiutava certo a farci accettare da loro; chiacchierai in giapponese e pseudo-giapponese, nel tentativo di rassicurarli che venivo da Tokyo, come i documenti dichiaravano, augurandomi che non si rendessero conto di quanto fosse poco probabile. Per fortuna i nostri documenti erano autentici e i controllori se ne andarono soddisfatti.

A quel punto Johnson era troppo sconvolto per tornare nello scompartimento. «Sono stati quegli stupidi ficcanaso lì dentro a provocare il controllo» disse. «Ci hanno sentiti parlare in una lingua straniera ed è bastato. I sovietici sono uguali dappertutto. Restiamo un poco qui fuori. Tanto, non sopporto più la loro puzza.»

Eravamo ancora nel corridoio, appoggiati ai finestrini, quando il treno si fermò nel bel mezzo della sconfinata foresta siberiana, senza il minimo segno di civiltà in vista. Montagne coperte d’alberi si estendevano a perdita d’occhio in ogni direzione; attraversavamo un’ondulata pianura verde, sotto un basso cielo azzurro pieno di nubi ancora più basse. Smisi di descrivere la California, di cui Johnson non si stufava mai; ci sporgemmo dal finestrino a guardare verso la parte anteriore del treno. A ovest le nubi, basse e scure, formavano ora una linea nera e continua. Nel vederla, Johnson si sporse maggiormente dal finestrino. «Mi regga per le gambe» disse. «Mi regga per le gambe.»

Quando scivolò di nuovo dentro la vettura, aveva un sogghigno feroce sul viso solitamente tetro. Si chinò verso di me e mormorò: «Un tornado».

Nel giro di alcuni minuti, arrivarono i controllori e diedero ordine a tutti di scendere.

«Non servirà a niente» dichiarò Johnson. «Anzi, preferirei restare sul treno.» Ci unimmo comunque alla folla davanti alla porta.

«Allora perché ci fanno scendere?» chiesi, cercando di tenere d’occhio le nubi.

«Oh, una volta un treno intero è stato sollevato in aria e scagliato per tutta la campagna. Sono morti tutti i passeggeri. Ma chi si fosse trovato accanto al treno sarebbe morto ugualmente.»

L’idea non mi parve molto rassicurante. «Quéste trombe d’aria sono frequenti, allora?»

Johnson annuì, con sinistra soddisfazione. «È il cambiamento del clima russo, cui avevo solo accennato. La parte centrale del continente è più calda, ma adesso ci sono trombe d’aria. Prima della guerra, il 95 per cento di queste perturbazioni si verificava negli Stati Uniti.»

«Non lo sapevo.»

«È vero. Erano il risultato della combinazione delle locali condizioni atmosferiche e della geografia specifica delle Rockies, delle grandi pianure e del golfo del Messico: almeno così si credeva, visto che i tornado sono un altro mistero meteorologico. Ma ora sono frequenti in Siberia.» I nostri compagni di viaggio ci fissavano; per continuare, Johnson attese di scendere dal treno. «E sono enormi. Enormi come la Siberia stessa. Hanno cancellato dalla carta geografica diverse città.»

I controllori ci riunirono in una radura nei presi della ferrovia, in fondo al treno. Nubi nere coprivano il cielo, un vento gelido sibilava fra gli alberi. Nel giro di alcuni minuti, il vento aumentò d’intensità; foglie e ramoscelli volavano a mezz’aria sopra di noi; tenendoci a qualche passo di distanza dagli altri passeggeri, potevamo parlare senza essere ascoltati da alcuno; anzi, riuscivamo appena a sentirci.

«Karymskoye è poco più avanti, credo» disse Johnson. «Mi auguro che il tornado la colpisca.»

«Si augura?» esclamai, stupito. Credevo di avere udito male, dato che, a dire il vero, l’inglese di Johnson non era privo d’inflessioni.

«Sì» disse lui in un sibilo, tenendo il viso molto vicino al mio. Nella soffusa luce verdastra mi parve d’un tratto selvaggio, fanatico. «La giusta punizione, capisce? La terra stessa si vendica della Russia.»

«Ma credevo che le bombe le avesse piazzate il Sud Africa.»

«Il Sud Africa» replicò, con rabbia. Mi afferrò per il braccio. «Come fa a essere così ingenuo? Dove si sarebbe procurato le bombe, il Sud Africa? Tremila bombe ai neutroni. Sud Africa, Argentina, Vietnam, Iran… non importa chi le abbia realmente piazzate negli Stati Uniti e le abbia fatte esplodere; e poi, non credo che lo sapremo mai con certezza: forse tutti insieme… ma è stata la Russia a fabbricarle, la Russia a fornirle, la Russia a trarne i maggiori vantaggi. Il mondo intero lo sa; e nota come mostruose trombe d’aria la tormentino. È la giusta punizione, glielo dico io! Guardi la loro faccia! Lo sanno tutti, dal primo all’ultimo. È il castigo della Terra. Guardi! Ecco che arriva!»

Guardai nella direzione da lui indicata. A ovest ora la nube nera a un certo punto arrivava fino a terra, formava un imbuto nero e turbinante. Il vento ululava intorno a noi, mi strappava i capelli; eppure udivo ancora un basso digrignare, una vibrazione nel terreno, come se un treno varie volte più grande del nostro corresse su lontane rotaie.

«Viene da questa parte» mi gridò Johnson all’orecchio. «Guardi quant’è grosso!» Sul viso spigoloso e barbuto c’era un’espressione d’estasi religiosa.

Il tornado si assottigliò, divenne una colonna nera che turbinava furiosamente su se stessa. Alla base alberi interi volavano via a decine. Il ruggito profondo crebbe d’intensità; alcuni russi, nella radura, si gettarono a terra; altri s’inginocchiarono a pregare e rivolsero al cielo nero il viso stravolto. Johnson agitò il pugno contro di loro, gridò parole subito soffocate dal frastuono. La tromba d’aria aveva certo colpito Karymskoye, perché gli alberi volanti avevano lasciato posto a detriti, pezzi di città ridotta in macerie in un istante. Johnson ballò una giga sbilenca, lasciandosi spingere dal vento.

Anch’io tenni d’occhio quella tempesta soprannaturale. Si muoveva da sinistra a destra davanti a noi e si avvicinava di sbieco. La colonna turbinante era d’un nero così intenso che avrebbe potuto essere una torre di carbone. Di tanto in tanto la base della torre si sollevava da terra, toccava un’altura al di là della città colpita, ne strappava gli alberi, rimbalzava in aria fin quasi alla nube nera sovrastante, si allungava e toccava terra di nuovo, continuava ad avanzare. Con mio considerevole sollievo, sembrava che sarebbe passata circa cinque chilometri a nord da noi. Quando ne fui sicuro, mi sentii pervaso in parte dalla stessa esaltazione di Johnson. Avevo appena assistito alla distruzione di una città. Ma l’Unione Sovietica, aveva detto Johnson, era responsabile della distruzione del mio paese, di migliaia di città: e gli credevo. Il tornado era davvero una giusta punizione… la vendetta, addirittura. Gridai con quanto fiato avevo nei polmoni, sentii che il vento mi strappava il grido e lo portava lontano. Gridai di nuovo. Ero sorpreso della gioia con cui accoglievo un colpo vibrato contro gli assassini della mia patria… di quanto avessi bisogno di vederlo. Johnson mi batté la mano sulla spalla e mi asciugò gli occhi bagnati di lacrime; barcollammo nel vento, attraversammo la radura, ci rifugiammo fra alcuni alberi, dove potevamo gridare e segnare a dito il tornado e prendere a calci i tronchi; lanciare maledizioni troppo terribili perché altri le udissero, lamenti troppo terrificanti anche solo da immaginare. La nostra patria era morta; quello sventurato in esilio, la mia guida, ne soffriva intensamente quanto me. Gli circondai le spalle, abbracciai un compatriota, un fratello. «Sì» disse lui, in un sibilo. «Sì, sì, sì» ripeté.

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