La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]
- Автор: Робинсон Ким Стэнли
- Серия: Tre Californie #1
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: Interno Giallo
- ISBN: 88-356-0035-9
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]». Краткое содержание книги:
È in questo scenario apocalittico che si svolge la vicenda di Henry Fletcher, un giovane della comunità californiana di San Onofre, che per il suo sostentamento dipende interamente dalla pesca e dai raduni di baratto che si svolgono periodicamente nella valle. Dopo l’arrivo di alcuni viaggiatori di San Diego che hanno osato sfidare la vigilanza dei guardiani giapponesi. Henry viene gradualmente a conoscenza del nuovo mondo e delle sue insidie. La sua guida spirituale è Tom, l’uomo più anziano della valle, sopravvissuto alla catastrofe tristemente nota come II Giorno.
La scoperta di un mondo da cui gli americani vengono ingiustamente esclusi, il contatto con gli “stranieri” che vivono a pochi chilometri di distanza, le testimonianze di chi è riuscito a sfuggire alla prigionia in patria trascinano il giovane in un’avventura che segna la fine dell’adolescenza e la transizione verso la maturità, a cui si accompagna la speranza della redenzione per il popolo americano.
“«Soffro ancora d’insonnia» riconobbi. E sapevo perché: avevo vissuto la vita sbagliata, avevo scelto la vita in scatola.
“«Anch’io» disse lui, con mia sorpresa. «Forse perché dormo troppo sul terreno. Ma forse per il mio genere di vita.» Per un attimo parve demoralizzato quanto me. «A volte ho l’impressione di non fare niente di reale, perché nessuno lo fa. Vado contro la mia inclinazione, immagino. Spesso il sonno ne risente.»
“Così anche lui aveva i suoi guai. Ma sembravano ben poca cosa, paragonati ai miei. Era più sano e felice di me, senza dubbio.
“La tempesta aumentò d’intensità. Misi in funzione i tergicristalli, aggiungendo il loro cigolio al rombo sommesso del motore e al sibilo di pneumatici sul bagnato. I fari illuminavano scrosci di pioggia; sull’altra corsia rombavano autotreni diretti a est, che si lasciavano alle spalle lunghi strascichi di schizzi. Mettemmo nell’autoradio una cassetta con la Terza di Beethoven: il secondo movimento sembrava il rumore della tempesta. Restammo ad ascoltare e parlammo di quando eravamo bambini. «Ricordi questo?» «Oh, certo.» «Ricordi quest’altro?» «Avrei dato chissà cosa perché nessuno venisse mai a saperlo.» E così via. Chiacchiere amichevoli, che però mettevano a disagio. Non potevamo più parlare della nostra vita diversa, perché c’era qualcosa di sbagliato, una tensione, un contrasto, anche se nessuno dei due era soddisfatto.
“Cominciava a piovere più forte, il vento squassava l’auto. Si vedeva ben poco, a parte il cono di luce dei fari… la massa nera della terra, le nubi nere più in alto. La marcia del secondo movimento, musica più grandiosa di quanto non possiate immaginare, si riversò dagli altoparlanti uguagliando colpo su colpo la tempesta. E parlammo e ridemmo, e ci sentimmo felici, gridammo, battemmo i pugni sul tettuccio, sommersi da quel che accadeva… perché se eravamo lì entrambi, significava che eravamo speciali, capite. Significava che eravamo magici.
“Ma nel bel mezzo degli schiamazzi, il motore della Volvo sputacchiò, in cima a un’altra salita. Schiacciai l’acceleratore, ma il motore si spense. Mi accostai al ciglio, provai a rimettere in moto. Niente da fare. «Acqua nello spinterogeno» disse il mio doppio. «Non l’hai mai fatta riparare?»
“«No» ammisi. Discutemmo un poco e decidemmo di tentare d’asciugarlo. Non sarebbe stato facile, ma era sempre meglio di stare lì seduti tutta la notte. Tirammo fuori i ponchos; per fortuna la pioggia si ridusse a un’acquerugiola continua. Mentre indossavo il poncho, il mio compagno aveva già sollevato il cofano ed era chino sul motore. Reggeva una piccola torcia elettrica e con l’altra mano tirava via lo spinterogeno. Lo aiutai: tre mani di Tom Barnard tolsero la calotta, staccarono i fili, asciugarono le puntine, rimisero tutto a posto. Il mio doppio corse a prendere un sacchetto di plastica, mentre io restavo chino sul motore, con il poncho disteso come un mantello, e sentivo il calore che si alzava. Il mio doppio tornò… lavoravamo a velocità d’emergenza, capite… e si chinò sul motore: le nostre quattro mani lavorarono con sovrannaturale coordinazione. Rimesso a posto lo spinterogeno, lui si precipitò sul sedile di guida e mise in moto. Il motore si accese e lui lo portò su di giri. L’avevamo aggiustato! Mentre chiudevo il cofano, il mio doppio scese di macchina, sorridendo. «Bene!» disse, dandomi una manata sul palmo; a un tratto spiccò un balzo e si mise a ululare il canto Navaho che avevamo imparato quand’ero bambino… e io giravo con lui, agitavo il poncho come se fosse un manto per le danze Hopi, gridavo a pieni polmoni. Oh, era uno spettacolo bizzarro, noi due che ballavamo davanti all’auto, su quell’altura, saltellando, girando, pestando i piedi nelle pozzanghere; e mi sentii… non esistono parole per esprimere come mi sentivo in quel momento, davvero.
“La pioggia era cessata. All’orizzonte, verso sud, piccole schegge di luce saettavano a terra dalle nuvole basse. Restammo fianco a fianco a guardarle, due tre al secondo. Niente tuoni.
“«La mia vita sembra questa» disse uno di noi, non ero sicuro quale dei due. Il mio braccio, il destro, scottava, dove toccava il suo. Guardai il braccio…
“E vidi che il mio e il suo si erano uniti e terminavano in una sola mano. Diventavamo di nuovo un tutt’uno. Ma era una mano sinistra… la sua. Allora notai che la mia gamba e la sua si univano nello stesso stivale, uno stivale destro. Il mio piede.
“Nell’avambraccio che si muoveva tra noi vedevo i tessuti rossastri, simili a una cicatrice da ustione. E sentivo l’attrazione ardente, il risucchio. Ci fondevamo insieme! Già avevamo in comune parte del braccio, presto saremmo stati uniti fino alla spalla, come gemelli siamesi; e sentivo lo stesso bruciore alla gamba destra, oh, il nostro tempo era giunto alla fine! Prima braccia e gambe, poi il tronco, poi la testa!
“Nel suo viso vidi l’immagine speculare del mio, stravolta dall’orrore. Pensai, ecco come sono, ecco chi sono, il nostro tempo è terminato. Incontrai il suo sguardo.
“«Tira!» disse lui.
“Tirammo. Con la destra lui afferrò il parafango; io scostai il piede sinistro, cercando appiglio nella ghiaia fangosa. Mi piegai all’infuori, tirai come mai avevo tirato in vita mia. L’avambraccio sporgeva fra noi simile a un artiglio. Ansimammo, grugnimmo, tirammo; il tessuto cicatriziale sopra il gomito bruciava, si stirava, restituiva a ciascuno di noi un po’ del braccio. Era doloroso, come se mi fossi afferrato a un sostegno e avessi cercato deliberatamente di strapparmi il braccio. Ma funzionava. Adesso ciascuno di noi aveva un gomito suo.
“«Tieniti forte» ansimai. Mi lanciai verso la strada. Srrppp! Un istante d’acuta sofferenza… e caddi sull’asfalto bagnato. Mi rialzai sostenendomi su tutt’e due le mani. Avevo tutt’e due i piedi. Scossi con violenza la destra, mi afferrai lo stivale destro. Ero di nuovo intero.
“Il mio doppio se ne stava appoggiato alla macchina, si reggeva nella destra l’avambraccio sinistro, tremava. M’accorsi di tremare anch’io. Lui mi fissava con espressione rabbiosa. Per un secondo pensai che volesse assalirmi. Per un istante ebbi una visione, lo vidi saltarmi addosso e prendermi a pugni, vidi le mani penetrare dentro di me e non venire più fuori, cosicché lottavamo a morsi e a calci, a ogni colpo ci fondevamo l’uno nell’altro fino a diventare una singola persona che si colpiva da sola, prona sulla ghiaia, e sobbalzava e si contorceva.
“Ma era solo una visione. In realtà, lui scosse con forza la testa, arricciò le labbra in un’espressione amara.
“«Meglio che me ne vada» disse.
“Risposi: «Credo di sì». Mentre mi rimettevo in piedi, si accostò alla portiera e prese lo zaino. Si tolse il poncho per mettersi in spalla lo zaino.
“«Per te c’è il ritorno a casa, eh, Thomas?» disse. C’era disprezzo, nel suo tono. All’improvviso mi arrabbiai.
“«E tu puoi tornartene sulla strada» risposi. «Sono felice di vederti andare via. Da te ho avuto la sensazione che tutta la mia vita sia stata uno sbaglio, che tu abbia fatto bene e io male. Ma non ho fatto male! Vivo con la gente, come un essere umano dovrebbe vivere; tu fuggi, vaghi sulle strade. Brucerai in fretta.»
“Mi lanciò un’occhiata d’odio e disse: «Hai capito male, fratello. Cerco di vivere la mia vita meglio che posso. E non brucerò mai». Si rimise il poncho. «Prendi tu il nome» disse. «Non so se vivo nel tuo stesso mondo, ma qualcuno potrebbe accorgersene. Perciò, tieni tu il nome. Tanto, ho la sensazione che sia tu il Tom Barnard reale.»
“Così avevamo litigato.
“Mi guardò un’ultima volta. «Buona fortuna» disse. Poi s’allontanò dalla strada, risalì il costone. Nella nebbiolina, con il poncho addosso, parve inumano. Ma io sapevo chi era. E mentre lo guardavo svanire nel buio e fra gli arbusti, il mio spirito si riempì di disperazione. Era me stesso, colui che scompariva laggiù; guardavo il mio vero essere svanire nella pioggia. Un’esperienza che non auguro a nessuno.