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La cittadella dell'Autarca [The Citadel of the Autarch - it]

Электронная книга - «La cittadella dell'Autarca [The Citadel of the Autarch - it]». Краткое содержание книги:

Nei romanzi precedenti del ciclo avevamo visto Severian viaggiare verso Thrax, la città del suo esilio, armato solo della mitica spada Terminus Est, ultimo dono del suo Maestro Torturatore. Nel corso del viaggio aveva incontrato numerosi personaggi strani e affascinanti, come la dolce e misteriosa Dorcas, i due gemelli Agia e Agilus, la bellissima Jolenta, il dottor Talos, ma soprattutto era entrato in possesso dell’Artiglio del Conciliatore, una gemma dai poteri miracolosi appartenuta a una figura leggendaria del passato. Arrivato a Thrax, Severian si era infine accorto che la Città delle Stanze senza Finestre non era la sua meta definitiva: strani portenti infatti gli indicano che un destino futuro molto elevato lo attende. E in questo quarto e definitivo volume della serie, finalmente Severian saprà cosa gli è stato predestinato dalla sorte. Il suo viaggio lungo e periglioso lo riporterà proprio a Nessus, la città da cui era stato bandito, con una missione che determinerà il fato dell’intera Urth e la nascita del Nuovo Sole e di una nuova era.
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Sorrise; anche se le labbra erano verdi, i suoi denti erano bianchi, e brillarono alla luce della luna.

— Noi siamo i vostri figli, e non siamo meno onesti di voi, anche se non uccidiamo per mangiare. Tu mi hai dato metà della tua pietra, la pietra che ha consunto il ferro e mi ha liberato. Cosa pensavi che avrei fatto, quando la catena non mi avesse più imprigionato?

— Supponevo che saresti tornato nella tua epoca — replicai. L’effetto della droga era svanito quanto bastava per farmi temere che la nostra conversazione potesse svegliare i soldati Asciani. Eppure, non ne vedevo nessuno, solo gli scuri tronchi torreggianti della giungla.

— Noi ricompensiamo i nostri benefattori. Ho continuato a correre su e giù per i corridoi del Tempo, cercando un momento in cui anche tu ti fossi trovato in prigione, in modo da poterti liberare.

Quando sentii quelle parole, non seppi cosa dire, ed alla fine replicai:

— Non puoi immaginare come mi senta strano adesso, sapendo che qualcuno ha frugato nel mio futuro alla ricerca di un’opportunità per farmi del bene. Ma ora, ora che siamo pari, comprenderai certo che io non ti ho aiutato perché credevo che tu avresti potuto aiutare me.

— Lo hai fatto… tu desideravi il mio aiuto per trovare la donna che ci ha appena lasciati, la donna che, da allora, hai ritrovato parecchie volte. Comunque, dovresti sapere che io non ero solo: ci sono altri che stanno cercando, e te ne manderò due. Inoltre, tu ed io non siamo ancora pari, perché, anche se ti ho trovato qui prigioniero, la donna ti aveva trovato a sua volta e ti avrebbe liberato senza il mio aiuto. Quindi, ci rivedremo.

Nel dire quelle parole, mi lasciò andare il braccio e si avviò in quella direzione di cui non avevo mai notato l’esistenza, fino a quando non vi avevo visto l’astronave svanire dalla cima del castello di Baldanders, direzione che sembrava essere visibile solo quando in essa vi era qualcosa.

Immediatamente, cominciò a correre, e, nonostante il cielo dell’alba non fosse molto luminoso, potei distinguere la sua figura in corsa per parecchio tempo, illuminata da lampi intermittenti ma regolari. Alla fine, svanì in un punto d’oscurità, ma poi, proprio quando mi aspettavo che sparisse del tutto, quel punto cominciò ad ingrossarsi, tanto che ebbi l’impressione che qualcosa d’immenso mi stesse precipitando addosso attraverso un tunnel stranamente angolato.

Non era la nave che avevo visto, ma un’altra molto più piccola; eppure era tanto grande che, quando entrò alla fine nel nostro campo di consapevolezza, le sue frisate toccarono contemporaneamente parecchi degli spessi tronchi. Lo scafo si allargò ed una rampa, più piccola di quella che portava al velivolo dell’Autarca, scivolò giù a toccare il suolo.

Da essa scesero il Maestro Malrubius ed il mio cane, Triskele.

In quel momento, riacquistai quel comando sulla mia personalità che non avevo più veramente posseduto da quando avevo bevuto l’alzabo con Vodalus e mangiato la carne di Thecla… Non era che Thecla fosse svanita (ed in effetti non desideravo che se ne andasse, anche se sapevo che, sotto molti aspetti, era stata una donna sciocca e crudele) o che il mio predecessore e le cento menti che erano state contenute nella sua fossero scomparsi. L’antica, semplice struttura della mia personalità non esisteva più, ma quella nuova e complessa struttura non mi stupiva e non mi sconcertava. Era un labirinto, ma io ne ero il proprietario e perfino il costruttore, con l’impronta del mio pollice su ciascun passaggio. Malrubius mi toccò, quindi, presa la mia mano nella sua, l’appoggiò delicatamente contro la sua guancia fresca.

— Allora sei reale — dissi.

— No. Noi siamo quasi ciò che tu pensi che siamo… poteri da dietro le quinte. Soltanto, non siamo veramente divinità. Tu sei un attore, credo.

— Non mi riconosci, Maestro? — replicai, scuotendo il capo. — Tu mi hai istruito quando ero un bambino, e sono diventato artigiano della corporazione.

— Eppure sei anche un attore. Tu hai altrettanto diritto di pensare a te stesso in un modo quanto nell’altro. Facevi l’attore quando abbiamo parlato con te nel campo vicino alle Mura, e la volta successiva che ti abbiamo visto, vicino alla Casa Assoluta, stavi recitando di nuovo. Era una bella commedia, e mi sarebbe piaciuto vederne la fine.

— Eravate fra il pubblico?

— Come attore, Severian — annuì il Maestro Malrubius, — conoscerai certo la frase cui ho accennato un momento fa. Si riferisce ad una qualche forza soprannaturale, personificata e portata sul palcoscenico nell’ultimo atto in modo che la vicenda finisca bene. C’è chi sostiene che solo i miseri commediografi ricorrono a questo espediente, ma quelli che lo dicono dimenticano che è meglio avere un essere potente calato con una corda che fa finire bene la commedia, piuttosto che non avere nessuno ed una commedia che finisce male. Qui c’è la nostra corda… molte corde ed una robusta nave, per di più. Vuoi salire a bordo?

— È per questo che siete come siete? — chiesi. — Perché mi fidi di voi?

— Sì, se così vuoi. — Maestro Malrubius accennò con il capo, e Triskele, che se ne stava seduto ai miei piedi fissandomi, si alzò e corse con la sua andatura sobbalzante a tre zampe su per la rampa fino a metà, poi si volse a guardarmi, il mozzicone della coda che ondeggiava e gli occhi che mi supplicavano come solo gli occhi di un cane sanno fare.

— So che tu non puoi essere ciò che sembri. Forse Triskele lo è, ma ti ho visto seppellire, Maestro. Il tuo volto non è una maschera, ma c’è una maschera da qualche parte, e sotto di essa, tu sei ciò che la gente comune chiama un cacogeno, anche se una volta il Dr. Talos mi ha spiegato che preferite essere chiamati Hieroduli.

— Non t’inganneremmo neppure se potessimo farlo. — Il Maestro Malrubius appoggiò una mano sulla mia. — Ma spero che tu ingannerai te stesso per il tuo bene e per quello di tutta Urth. Una qualche droga intontisce ora la tua mente… più di quanto tu comprenda… così come eri sotto l’effetto del sonno quando ti abbiamo parlato nel prato vicino alle Mura. Se adesso tu non fossi drogato, forse ti mancherebbe il coraggio di venire con noi, anche se la ragione ti convincesse che è necessario.

— Fino ad ora non mi sono convinto di questo né di altro — ribattei. — Dove mi volete portare e perché lo volete fare? Sei il Maestro Malrubius oppure sei uno Hierodulo? — Mentre parlavo, divenni maggiormente consapevole degli alberi, eretti e fermi come stanno i soldati quando gli ufficiali discutono di qualche questione strategica. Era ancora notte, ma anche qui l’oscurità si andava attenuando.

— Conosci il significato della parola Hierodulo che stai usando? Io sono Malrubius e non uno Hierodulo. Piuttosto, servo coloro che sono serviti anche dagli Hieroduli. Hierodulo significa schiavo santo. Credi che ci possano essere schiavi senza padroni?

— E mi porterai…

— Verso l’Oceano, per salvare la tua vita. — Come se mi avesse letto nel pensiero, aggiunse: — No, non ti porteremo dalle amanti di Abaia, che ti hanno risparmiato ed aiutato perché eri un torturatore e saresti divenuto Autarca. In ogni modo, hai cose ben peggiori da temere. Presto, gli schiavi di Erebus, che ti hanno tenuto prigioniero qui, scopriranno che sei fuggito, ed Erebus getterà quell’esercito, e molti altri simili ad esso, nell’abisso pur di catturarti. Vieni.

E mi trasse sulla rampa.

XXXI

IL GIARDINO SULLA SABBIA

Quella nave era azionata da mani che non potevo vedere. Avevo pensato che avremmo galleggiato nell’aria come aveva fatto il velivolo o che saremmo svaniti lungo il corridoio del tempo come l’uomo verde, ma invece salimmo rapidamente, tanto che mi sentii male. Lungo le pareti, avvertii lo spezzarsi dei grossi rami.

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