La cittadella dell'Autarca [The Citadel of the Autarch - it]
- Автор: Вулф Джин Родман
- Серия: Libro del Nuovo Sole #4
- Год: 1984
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0497-X
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La cittadella dell'Autarca [The Citadel of the Autarch - it]». Краткое содержание книги:
Avevo restituito l’Artiglio, ma avevo conservato la piccola sacca di pelle che Dorcas aveva cucito per esso. L’estrassi dalla giberna e me l’appesi al collo alla vecchia maniera, con l’Artiglio ancora una volta al suo interno. Fu solo dopo che lo ebbi riposto in quel modo che rammentai di aver visto uno di quei cespugli nel Giardino Botanico, all’inizio del mio viaggio.
Nessuno può spiegare cose del genere. Da quando sono arrivato alla Casa Assoluta, ho parlato con l’heptarca e con svariati acaryas, ma essi sono stati in grado di dirmi ben poco, salvo che l’Increato aveva già in passato scelto di manifestarsi per mezzo di simili piante.
In quel momento non ci pensai, pieno com’ero di meraviglia… ma non poteva darsi che fossimo stati guidati all’incompiuto Giardino sulla Sabbia? Avevo portato indosso l’Artiglio perfino quando non sapevo di averlo, perché Agia lo aveva fatto scivolare sotto la chiusura della mia giberna. Non poteva darsi che fossimo giunti all’incompiuto Giardino sulla Sabbia affinché l’Artiglio, volando tome faceva contro il vento del Tempo, potesse dare il suo addio? È un’idea assurda, ma, del resto, tutte le idee lo sono.
Quello che mi colpì là sulla spiaggia… e mi colpì davvero, tanto che barcollai come se avessi ricevuto un colpo… fu che se il Principio Eterno era stato racchiuso in quella spina ricurva che avevo portato con me, appesa al collo, per così tante leghe, e se riposava ora nella nuova spina (forse la stessa spina) che avevo appena riposto, allora esso poteva risiedere in ogni cosa, in ogni spina di ogni cespuglio, in ogni goccia d’acqua di mare. La spina era un sacro Artiglio perché tutte le spine erano sacri Artigli; la sabbia nei miei stivali era sabbia sacra perché proveniva da una spiaggia di sabbia sacra. I cenobiti conservano le reliquie dei sannysini perché i sannysini hanno accostato il Pancreatore. Ma ogni cosa aveva accostato e perfino toccato il Pancreatore, perché ogni cosa era caduta dalla sua mano, ogni cosa era una reliquia. Mi tolsi gli stivali che avevo calzato per così tanto tempo e li gettai in mare, in modo da non camminare con essi su un suolo sacro.
XXXII
LA SAMRU
Continuai a camminare come se fossi stato un possente esercito, perché sentivo di essere accompagnato da tutti coloro che camminavano dentro di me. Ero circondato da una numerosa guardia, ed ero io stesso la guardia intorno alla persona del monarca. C’erano donne nei miei ranghi, sorridenti e cupe, e bambini che correvano e ridevano, e, sfidando Erebus ed Abaia, gettavano conchiglie nel mare.
Nell’arco di mezza giornata raggiunsi la bocca del Gyoll, così ampia che la riva opposta si perdeva in lontananza. In essa giacevano isole triangolari fra le quali vascelli dalle vele gonfie di vento si facevano strada come nubi fra i picchi delle montagne. Salutai gli occupanti di una nave che oltrepassava la punta su cui mi trovavo e chiesi un passaggio per Nessus. Dovevo sembrare una figura selvaggia, con il volto sfregiato, il mantello lacero e le costole che sporgevano.
Il suo capitano mandò ugualmente una barca a prendermi, una gentilezza che non ho mai dimenticato. Lessi paura e rispetto negli occhi dei rematori. Forse era a causa della vista delle mie ferite guarite solo parzialmente, ma quelli erano uomini che avevano visto molte ferite, ed allora rammentai come mi ero sentito quando avevo per la prima volta osservato la faccia dell’Autarca, nella Casa Azzurra, anche se egli non era un uomo alto e neppure un vero uomo.
La Samru risalì il Gyoll per venti giorni e venti notti. Usavamo le vele quando era possibile, e remavamo, una dozzina di remi per lato, quando non si poteva. Fu un periodo duro per i marinai, perché la corrente, per quanto lenta tanto da risultare quasi impercettibile, scorreva giorno e notte, ed i meandri del canale erano tanto lunghi ed ampi che spesso un rematore scorgeva ancora a sera il punto da cui aveva cominciato a faticare quando il tamburo aveva scandito il primo turno di guardia.
Per me, il viaggio era gradevole come una spedizione di piacere. Per quanto mi fossi offerto di remare e di lavorare alle vele con tutti gli altri, non me lo vollero permettere. Allora dissi al capitano, un uomo dal volto astuto che aveva l’aria di vivere tanto di commercio quanto di navigazione, che gli avrei pagato il passaggio quando fossimo arrivati a Nessus, ma egli non ne volle sapere ed insistette (tirandosi i baffi, cosa che faceva quando desiderava mostrare di essere sincero al massimo) che la mia presenza era una sufficiente ricompensa per lui e per l’equipaggio. Io non credo che avessero intuito che ero l’Autarca, e, per timore di tipi come Vodalus, fui attento a non lasciarmi sfuggire i! minimo accenno che potesse farlo capire. Ma, dai miei occhi e dai miei modi, essi parvero ricevere l’impressione che fossi un adepto.
L’incidente relativo alla spada del capitano dovette rafforzare la loro superstizione. Si trattava di una craquemarte, la più pesante delle spade di mare, con una lama larga quanto il mio palmo, ricurva e decorata con stelle e soli ed altri simboli che il capitano non capiva. Egli la portava quando eravamo tanto vicini ad un villaggio della riva o ad un’altra nave da fargli sentire che l’occasione richiedeva una certa dignità, ma per la maggior parte del tempo la lasciava sul piccolo cassero. Io la trovai là, e, non avendo altro da fare che osservare bastoni e bucce che galleggiavano sulla corrente, tirai fuori la mia mezza pietra e l’affilai. Dopo qualche tempo, il capitano mi notò, mentre provavo il taglio con il pollice, e prese a vantarsi della propria abilità di spadaccino, e, dal momento che la craquemarte pesava circa due terzi di quanto aveva pesato Terminus Est, con una corta impugnatura, era divertente sentirlo e lo ascoltai con piacere per circa un turno di guardia. Per caso, c’era nelle vicinanze un rotolo di cavo spesso quanto il mio polso, e, quando il capitano cominciò a perdere interesse alle sue stesse invenzioni, chiesi a lui ed al nostromo di tendere circa tre cubiti di quella corda fra loro. La craquemarte la tagliò come fosse un capello, e poi, prima che i due si fossero ripresi dallo stupore, la lanciai verso il sole e la riafferrai per l’elsa.
Come temo che quell’incidente mostri fin troppo chiaramente, cominciavo a sentirmi meglio. Non c’è nulla che possa incantare il lettore se si scrive di riposo, aria fresca e cibo semplice; ma essi possono operare meraviglie sulle ferite e sulla stanchezza.
Il capitano mi avrebbe ceduto la sua cabina se glielo avessi permesso, ma dormii invece sul ponte, avvolto nel mio mantello, e, in una notte di pioggia, mi riparai sotto la barca di salvataggio, che era conservata, rovesciata, nel centro della nave. Come appresi a bordo di quella nave, la natura delle brezze è quella di svanire quando Urth volge la schiena al sole; così, la maggior parte delle notti, andavo a dormire con il canto dei rematori negli orecchi, ed al mattino mi destavo al tintinnare della catena dell’ancora.
Talvolta, tuttavia, mi svegliavo prima dell’alba, quando eravamo accostati alla riva e con una sola assonnata sentinella di guardia sul ponte. E qualche altra volta mi destava la luce della luna, e trovavo la nave in movimento sotto la spinta delle vele, il nostromo al timone e gli uomini che dormivano. Durante una di quelle notti, poco dopo che avevamo oltrepassato le Mura, andai a poppa, e vidi la fosforescenza della nostra scia simile ad un freddo fuoco sull’acqua scura e pensai per un momento che gli uomini-scimmia della miniera stessero venendo per essere curati dall’Artiglio o per prendersi un’antica rivincita. Questo, naturalmente, non era del tutto strano… solo lo sciocco errore di una mente ancora in parte addormentata. Neppure quello che accadde la mattina successiva fu strano, ma mi colpì profondamente.
I rematori stavano remando lentamente per farci aggirare una curva lunga parecchie leghe, fino ad un punto dove avremmo potuto intercettare un po’ di vento. Il battito del tamburo ed il suono dell’acqua che cadeva dai lunghi remi era come ipnotico, credo perché era tanto simile al battito del cuore nel sonno ed al suono che il sangue fa quando supera l’orecchio interno per raggiungere il cervello.