La cittadella dell'Autarca [The Citadel of the Autarch - it]
- Автор: Вулф Джин Родман
- Серия: Libro del Nuovo Sole #4
- Год: 1984
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0497-X
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La cittadella dell'Autarca [The Citadel of the Autarch - it]». Краткое содержание книги:
L’Autarca era trasportato su un palanchino coperto che si trovava molto più avanti di me nella colonna, ed il mio medico mi fece capire che egli era ancora vivo; ed una notte, mentre le guardie chiacchieravano fra loro ed io sedevo a gambe incrociate vicino al nostro piccolo fuoco, vidi la vecchia guida (la sua figura contorta e l’impressione di una testa immensa conferita dalla sua maschera grottesca erano inequivocabili) avvicinarsi al palanchino e scivolare sotto di esso. Trascorse qualche tempo prima che si allontanasse. Si diceva che quel vecchio fosse un uturuncu, uno sciamano capace di assumere la forma di una tigre.
Nel giro di pochi giorni da quando avevamo lasciato lo zigurrat, senza incontrare mai nulla che si potesse definire una strada o anche solo un sentiero, c’imbattemmo in una pista ricoperta di cadaveri. Erano Asciani, ed erano stati spogliati di armi e di equipaggiamento in modo tale che i corpi sembravano essere caduti dal cielo nel punto in cui giacevano. Mi parve che fossero morti da una settimana circa, ma senza dubbio lo stato di decadimento era stato accelerato dall’umidità e dal calore ed in realtà il tempo trascorso era molto minore. La causa della morte era raramente chiara.
Fino ad allora avevamo visto pochi animali più grossi dei grotteschi scarafaggi che ronzavano di notte intorno ai nostri fuochi; gli uccelli che cantavano dalle cime degli alberi si mantennero invisibili, e se qualche pipistrello vampiro ci fece visita, le sue ali nere come inchiostro si fusero con il buio notturno. Adesso sembrava che avanzassimo invece attraverso un esercito di animali attirati verso la sfilza di cadaveri come le mosche lo sono da un animale morto. Passava a stento un turno di guardia senza che udissimo un suono di ossa fracassate da grandi mascelle, e di notte grandi occhi verdi e scarlatti, talvolta anche a due spanne di distanza l’uno dall’altro, ci fissavano dall’esterno dei nostri piccoli cerchi di fuochi. Anche se era assurdo pensare che quelle bestie sazie di carogne potessero assalirci, le mie guardie raddoppiarono le sentinelle e quelle che dormivano lo fecero con le corazze addosso e le armi a portata di mano.
Ad ogni giorno che passava, i corpi diventavano più freschi, fino a che non tutti quelli che trovavamo erano morti. Una pazza, con i capelli tagliati cortissimi, s’imbatté nella nostra colonna poco più avanti del mio gruppo, gridò qualcosa che nessuno riuscì a capire e fuggi fra gli alberi. Udimmo grida d’aiuto, strilli e fruscii, ma Vodalus non permise a nessuno di deviare, e verso mezzogiorno della stessa giornata c’immergemmo… nello stesso senso in cui in precedenza si sarebbe potuto dire che c’eravamo immersi nella giungla… nel grosso dell’orda degli Asciani.
La nostra colonna era formata dalle donne e dalle provviste, da Vodalus stesso e dal suo seguito, e da pochi dei suoi aiutanti con i loro accoliti. In tutto, non ammontava neppure ad un quinto della forza, ma se ogni insorto che militava sotto le sue bandiere fosse stato là e se ciascuno si fosse moltiplicato per cento, il numero sarebbe stato sempre, rispetto a quella moltitudine, ciò che una tazza d’acqua era rispetto al Gyoll.
Quelli che incontrammo all’inizio erano soldati di fanteria. Rammentai come l’Autarca mi avesse detto che non venivano date loro armi fino al momento della battaglia, ma, se era così, i loro ufficiali dovevano aver pensato che quel momento fosse vicino. Ne vidi migliaia armati con il ransieur, tanto che alla fine giunsi a pensare che tutta la fanteria Asciana fosse equipaggiata in quel modo. Poi, quando stava ormai scendendo la notte, ne raggiungemmo altre migliaia armate di demilune.
Dal momento che marciavamo più veloci degli Asciani, ci addentrammo con maggiore profondità nelle loro file, ma ci accampammo più presto di loro (ammesso che si accampassero), e per tutta la notte, fino a quando finalmente non mi addormentai, ne udii le grida rauche e lo strisciare dei piedi. Il mattino dopo eravamo un’altra volta circondati da morti e morenti e impiegammo più di un turno di guardia a raggiungere di nuovo le loro file barcollanti.
Questi Asciani avevano una rigidità, un attaccamento all’ordine privo di volontà, che non avevo mai notato altrove, e che non mi sembrava avesse radici nello spirito o nella disciplina come io li intendevo. Sembrava che obbedissero soltanto perché non riuscivano ad immaginare un altro possibile modo di agire. I nostri soldati portavano quasi sempre parecchie armi… quanto meno un’arma ad energia ed un coltello (fra gli schiavoni, io avevo costituito un’eccezione, non possedendo una simile arma da aggiungere al mio falcione). Ma non vidi mai un Asciano con più di un’arma, e la maggior parte dei loro ufficiali non ne aveva nessuna, come se disprezzassero l’idea di combattere personalmente.
XXIX
AUTARCA DELLA REPUBBLICA
Verso la metà della giornata, oltrepassammo di nuovo tutti coloro che avevamo superato il pomeriggio precedente, prima di raggiungere un convoglio di salmerie. Credo che tutti noi fummo stupiti di scoprire che le grandi forze che avevamo visto non erano altro che la retroguardia di un esercito inconcepibilmente più vasto.
Gli Asciani usavano uintati e platibelodonti come bestie da soma. Mescolate ad essi, c’erano macchine con sei zampe ed in apparenza costruite per servire allo stesso scopo. Per quel che potevo vedere, i conducenti non facevano alcuna differenza fra una di quelle bestie o una macchina; se un animale si sdraiava e non poteva essere costretto a rialzarsi, il suo carico veniva distribuito fra quelli vicini ed esso abbandonato, e lo stesso valeva per le macchine che cadevano e non si raddrizzavano più. Non sembrava che si facesse il minimo sforzo per macellare le bestie in modo da ricavarne carne né per smembrare le macchine ed utilizzarne le parti come ricambi.
Più tardi, nel pomeriggio, un grande eccitamento attraversò la nostra colonna, anche se né io né le mie guardie riuscimmo a determinarne la causa. Vodalus stesso ci passò accanto frettoloso con alcuni dei suoi luogotenenti, ed in seguito ci fu una serie di andirivieni fra la testa ed il fondo della colonna. Quando scese l’oscurità, non ci accampammo, ma continuammo a viaggiare nella notte con gli Asciani. Ci furono passate alcune torce, e, dato che non avevo nessuna arma da trasportare e mi sentivo alquanto più forte che in passato, le portai io, e questo mi diede quasi l’impressione di comandare le sei guardie munite di spada che mi circondavano.
Ci arrestammo verso mezzanotte, a quanto potei giudicare. Una delle guardie trovò rami per il fuoco, che accendemmo con la torcia. Proprio quando stavamo per distenderci, vidi un messaggero destare i portatori del palanchino, fermi più avanti, e farli avanzare nel buio. Non erano ancora svaniti che il messaggero si avvicinò a noi ed ebbe una rapida e sussurrata conversazione con il sergente della mia scorta. Immediatamente mi furono legate le mani (cosa che non era più stata fatta da quando Vodalus me le aveva sciolte), e ci affrettammo a seguire il palanchino. Oltrepassammo la testa della colonna, contrassegnata dal padiglione della Castellana Thea, senza fermarci, e ben presto ci trovammo a vagare fra le miriade di soldati che formavano il grosso dell’esercito degli Asciani.
Il loro quartier generale era una cupola di metallo; suppongo che dovesse essere possibile smontarla e ripiegarla come una normale tenda, ma appariva altrettanto permanente e solida quanto un edificio, nera all’esterno, ma rilucente di una pallida luce priva di una chiara origine quando un lato si aprì per farci entrare. Vodalus era là, rigido e deferente; accanto a lui c’era il palanchino, le tende tirate a mostrare il corpo immobile dell’Autarca. Al centro della cupola, tre donne sedevano intorno ad un basso tavolo. Né allora né più tardi, alcuna di esse dedicò a Vodalus o al palanchino con l’Autarca o a me, quando venni introdotto, più di una fuggevole occhiata. C’erano mucchi di carta davanti a loro sul tavolo, ma le donne non guardavano neppure questi… si fissavano solo a vicenda l’una con l’altra. Come aspetto, non differivano molto dagli altri Asciani che avevo incontrato, salvo per il fatto che i loro occhi avevano uno sguardo meno folle ed un aspetto meno affamato.