La cittadella dell'Autarca [The Citadel of the Autarch - it]
- Автор: Вулф Джин Родман
- Серия: Libro del Nuovo Sole #4
- Год: 1984
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0497-X
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La cittadella dell'Autarca [The Citadel of the Autarch - it]». Краткое содержание книги:
— Ed aveva fallito. È evidente da quanto hai detto.
— Sì. Eppure, egli era un uomo molto più coraggioso di quelli che sono chiamati eroi, il primo ad andare in molti regni. Ymar, di cui avrai sentito parlare, era stato l’ultimo prima di lui.
— Eppure, anche Ymar deve essere stato giudicato indegno. Andremo ora? Riesco a vedere solo stelle tutt’intorno.
— Non stai guardando attentamente come credi. — Il Maestro Malrubius scosse il capo. — Siamo già vicini alla tua destinazione.
Ondeggiando, mi avvicinai al parapetto. Parte della mia mancanza di equilibrio aveva la sua origine nel moto della nave, credo, ma in parte era anche dovuta agli effetti residui della droga.
La notte ricopriva ancora Urth, perché avevamo viaggiato rapidamente verso ovest, e la debole luce dell’alba che aveva raggiunto l’esercito Asciano nella giungla, non era ancora apparsa qui. Dopo un momento, notai che le stelle, di lato, sembravano scivolare e slittare nel cielo, con un moto agitato ed ondeggiante. Pareva quasi che qualcosa si muovesse fra di loro come il vento si muove fra il grano. Allora, pensai, questo è il mare… ed in quel momento il Maestro Malrubius mi avvertì:
— Questo è il grande mare chiamato Oceano.
— Ho desiderato a lungo di vederlo.
— Fra breve tempo ti troverai sulla sua riva. Hai chiesto quando lascerai questo pianeta: non prima che il tuo governo qui sia solido. Quando la città e la Casa Assoluta ti obbediranno ed i tuoi eserciti avranno respinto l’invasione degli schiavi di Erebus. Forse nel giro di pochi anni, oppure fra decenni. Noi due ti verremo a prendere.
— Stanotte sei la seconda persona che mi dice che la rivedrò — osservai, e, proprio mentre parlavo, ci fu un leggero urto, simile alla sensazione che si prova quando una barca viene fatta abilmente attraccare. Scesi lungo la rampa e sulla sabbia, ed il Maestro Malrubius e Triskele mi seguirono. Chiesi se non potevano rimanere con me per qualche tempo, per consigliarmi.
— Solo per breve tempo. Se hai altre domande, le devi porre adesso.
La lingua argentea della rampa stava già rientrando lentamente nello scafo, e parve che la nave fosse appena atterrata quando si sollevò e scomparve attraverso la stessa apertura nel tempo reale in cui era entrato di corsa l’uomo verde.
— Tu hai parlato della pace e della giustizia che il Nuovo Sole porterà. C’è giustizia nel fatto che mi chiami perché vada cosi lontano? Qual è la prova che devo superare?
— Non è lui che ti chiama. Coloro che chiamano sperano di convocare presso di loro il Nuovo Sole. — rispose il Maestro Malrubius, ma io non lo compresi. Quindi, in brevi parole, mi raccontò la storia segreta del Tempo, che è il più grande di tutti i segreti e che io spiegherò poi nel punto più adeguato.
Quando ebbe finito, la testa mi girava, e temetti che avrei dimenticato tutto quello che aveva detto: mi sembrava una cosa troppo grande perché qualsiasi essere vivente potesse venirne a conoscenza, ed avevo appreso finalmente che la nebbia della dimenticanza poteva avvolgermi come qualsiasi altro uomo.
— Tu non dimenticherai, tu al di sopra di ogni altro. Al banchetto di Vodalus, hai detto che ti sentivi certo che non avresti ricordato la sciocca parola d’ordine che egli ti aveva insegnato ad imitazione delle parole d’autorità, ma non è stato così. Tu rammenterai tutto. Rammenta anche di non aver paura. È probabile che l’epica penitenza subita dalla razza umana stia volgendo al termine. Il vecchio Autarca ti ha detto la verità… non torneremo fra le stelle a meno che sotto forma di divinità, ma ora può darsi che quel tempo non sia molto lontano. Può darsi che in te tutte le diverse tendenze della nostra razza abbiano raggiunto la loro sintesi.
Triskele si sollevò per un momento sulle zampe posteriori come era solito fare, poi si volse e corse lungo la spiaggia illuminata dalle stelle, infrangendo le piccole onde della riva con le sue tre zampe. Quando fu giunto ad un centinaio di passi di distanza, si volse a guardarmi, come se volesse che lo seguissi. Feci qualche passo verso di lui, ma il Maestro Malrubius intervenne:
— Non puoi andare dove sta andando lui, Severian. So che ci ritieni una sorta di cacogeni, e per qualche tempo ho creduto che sarebbe stato poco saggio disingannarti, ma adesso lo devo fare. Noi siamo acquastori, esseri creati e sostenuti dal potere dell’immaginazione e dalla concentrazione del pensiero.
— Ho sentito parlare di simili cose — replicai. — Ma io vi ho toccati.
— Questo non prova nulla. Noi siamo altrettanto solidi quanto la maggior parte delle cose false… una danza di particelle nello spazio. Solo le cose che nessuno può toccare sono vere, e tu lo dovresti sapere. Una volta hai incontrato una donna di nome Cyriaca che ti ha narrato alcune storie a proposito delle grandi macchine del passato. C’è una macchina del genere sulla nave su cui abbiamo viaggiato. Essa ha il potere di guardare nella tua mente.
— Allora voi siete macchine? — chiesi, mentre in me crescevano una sensazione di solitudine ed un vago timore.
— Io sono il Maestro Malrubius e Triskele è Triskele. La macchina ha guardato fra i tuoi ricordi e ci ha trovati. Le nostre vite nella tua mente non sono altrettanto complete come quella di Thecla e del vecchio Autarca, ma sono ugualmente presenti, e vivono finché tu vivi. Ma noi siamo mantenuti nel mondo fisico dall’energia di quella macchina, ed il suo raggio è solo di poche migliaia di anni.
Mentre pronunciava quelle parole, la sua carne si stava già trasformando in polvere lucente. Per un momento, brillò nella fredda luce stellare, quindi scomparve. Triskele rimase con me per qualche respiro ancora, poi, quando già il suo pelo giallo si era fatto argenteo e cominciava a disperdersi nella brezza delicata, udii il suo abbaiare.
Rimasi solo sulla riva del mare che avevo tanto desiderato vedere; ma, per quanto fossi solo, lo trovai rallegrante, e respirai quell’aria così diversa da ogni altra, e sorrisi nel sentire il morbido canto delle onde. La terra… Nessus, la Casa Assoluta, tutto il resto si trovava ad est, ma io mi avviai verso nord, perché ero riluttante a lasciare tanto presto il mare e perché Triskele si era messo a correre in quella direzione, lungo la riva. L’immenso Abaia poteva anche dimorare là con tutte le sue donne, ma il mare rimaneva più antico e più saggio di lui; noi esseri umani, come tutte le forme di vita terrestri, eravamo venuti dal mare, e, poiché non lo potevamo conquistare, era sempre nostro. Il vecchio, rosso sole sorse alla mia destra e sfiorò le onde con la sua sbiadita bellezza, ed udii il richiamo degli innumerevoli uccelli marini.
Quando le ombre si furono accorciate, ero stanco. La faccia e la gamba ferita mi facevano soffrire, non avevo mangiato dal mezzogiorno del giorno precedente e non avevo dormito affatto, salvo il periodo di trance nella tenda degli Asciani. Mi sarei riposato, se avessi potuto, ma il sole era caldo e la linea di colline al di là della spiaggia non offriva ombra alcuna. Alla fine, seguii le tracce di un carretto a due ruote e raggiunsi una macchia di rose selvatiche che crescevano su una duna. Là mi arrestai e sedetti all’ombra per togliermi gli stivali ed estrarne la sabbia che era penetrata attraverso le suole consunte.
Una spina s’impigliò nel mio avambraccio e si staccò dal suo ramo, essendosi conficcata nella mia carne, con una goccia di sangue non più grande di un chicco di miglio alla sua estremità. La estrassi… e poi caddi in ginocchio.
Era l’Artiglio.
L’Artiglio, perfetto, di un nero lucente, proprio com’era quando lo avevo collocato sotto l’altare di pietra delle Pellegrine. Tutto quel cespuglio e tutti gli altri che gli crescevano accanto erano coperti di boccioli bianchi e di questi perfetti Artigli. Quello sul mio palmo brillava di una luce splendente mentre lo fissavo.