La cittadella dell'Autarca [The Citadel of the Autarch - it]
- Автор: Вулф Джин Родман
- Серия: Libro del Nuovo Sole #4
- Год: 1984
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0497-X
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La cittadella dell'Autarca [The Citadel of the Autarch - it]». Краткое содержание книги:
— Credi che io sia l’Autarca? No.
— Eppure sei diverso dall’uomo che ho incontrato in passato.
— Tu stesso mi hai dato l’alzabo e la vita della Castellana Thecla. Io l’amavo. Credevi che ingerire in quel modo la sua essenza non avrebbe avuto alcun effetto su di me? Lei è sempre con me, cosicché io sono due esseri in un solo corpo, eppure non sono l’Autarca, che in un solo corpo è mille persone.
Vodalus non rispose nulla, ma socchiuse gli occhi, quasi timoroso che potessi scorgere il loro fuoco. Non c’era altro suono che il fluire del fiume e le voci soffocate del gruppetto di uomini e donne armati che parlavano fra loro ad un centinaio di passi di distanza e che ci osservavano di tanto in tanto. Un macaco strillò, saltando da un albero all’altro.
— Io ti servirei ancora — dissi a Vodalus, — se tu me lo permettessi. — Non ero certo che fosse una bugia fino a quando quelle parole non ebbero lasciato le mie labbra, ed allora rimasi mentalmente sconcertato, cercando di comprendere perché ciò che nel passato sarebbe stato vero per Thecla e per Severian, era adesso falso per me.
— L’Autarca è un solo corpo contenente mille persone — citò Vodalus, ripetendo le mie parole. — È esatto, ma in quanto pochi lo sanno.
XXVIII
IN CAMMINO
Oggi, che è l’ultimo giorno prima che io lasci la Casa Assoluta, ho partecipato ad una solenne cerimonia religiosa. Tali rituali sono divisi in sette ordini a secondo della loro importanza, oppure, come dice l’heptarca, della loro «trascendenza»… qualcosa che ignoravo completamente nel momento a proposito del quale sto scrivendo. Al livello più basso, dell’Aspirazione, ci sono i culti privati, che comprendono le preghiere pronunciate in privato, il lancio di una pietra su un tumulo e così via. Le riunioni e le cerimonie pubbliche che io, da ragazzo, credevo costituissero l’intero corpo di una religione organizzata, sono in realtà poste al secondo livello, dell’Integrazione. Quello cui abbiamo partecipato oggi apparteneva al livello più alto, dell’Assimilazione.
In accordo con il principio della circolarità, la maggior parte dei partecipanti si radunava in processione, anche se i primi sei ne venivano ora dispensati. Non c’era musica, ed il ricco vestiario della Sicurezza era stato sostituito da abiti inamidati dalle pieghe scultoree che conferivano a noi tutti l’aspetto di icone… Non ci è più consentito, come facevamo un tempo, condurre la cerimonia avvolti nella lucente cintura della galassia, ma raggiungere quell’effetto è quasi altrettanto possibile, se si esclude il campo attrattivo di Urth dall’interno della basilica. Era per me una nuova sensazione, e, sebbene non avessi paura, mi rammentava nuovamente la notte che avevo trascorso sulle montagne quando mi ero sentito sul punto di precipitare dalla superficie del mondo… qualcosa che subirò domani con assoluta serietà. Alle volte, il soffitto sembrava un pavimento oppure (cosa che era per me ancora più fastidiosa) una parete diveniva il soffitto, cosicché si poteva guardare fuori dalle finestre e vedere una montagna coperta d’erba che si alzava eterna verso il cielo. Per quanto fosse stupefacente, quella visione non era meno vera di quel che vediamo comunemente.
Ciascuno di noi divenne un sole; i ruotanti crani d’avorio erano i pianeti. Ho detto che avevamo fatto a meno della musica, ma non è del tutto vero, perché mentre essi ruotavano intorno a noi, ci giunse un debole e dolce ronzare e fischiare, provocato dal fluire dell’aria attraverso le orbite e fra i denti. Quelli che avevano un’orbita costante quasi circolare emettevano una nota continua, che variava solo leggermente quando ruotavano sui loro assi; la musica emessa da quelli con un’orbita ellittica cresceva e calava, aumentando di tono quando mi si avvicinavano, calando ad un gemito quando si allontanavano.
Quanto siamo sciocchi a vedere solo la morte in quegli occhi incassati ed in quelle calotte di marmo! Quanti amici ci sono fra loro! Il libro marrone che avevo trasportato così a lungo, la sola cosa fra quelle che mi ero portato dietro dalla Torre di Matachin che sia ancora con me, era stato impaginato, stampato e composto da uomini e donne con quelle facce ossute; e noi, immersi nel suono delle loro voci, offrivamo ora, a vantaggio di coloro che erano il passato, noi stessi ed il presente alla folgorante luce del nuovo sole.
Eppure in quel momento, circondato dal più significativo e splendido simbolismo, non potei fare a meno di pensare quanto fosse stata diversa la realtà dei fatti quando avevamo lasciato lo zigurrat il giorno successivo a quello del mio colloquio con Vodalus e ci eravamo messi in marcia (io sotto la scorta di sei donne che erano talvolta costrette a trasportarmi) per una settimana o più attraverso la giungla pestilenziale. Non sapevo… e non lo so tuttora,… se stavamo fuggendo gli eserciti della Repubblica o gli Asciani che erano stati alleati di Vodalus. Forse cercavamo soltanto di riunirci al gruppo principale delle forze degli insorti. Le mie guardie si lamentarono dell’umidità che sgocciolava dagli alberi e consumava le loro armi ed armature come acido, e del calore soffocante, ma io non avvertii nessuna delle due cose. Rammento di aver una volta abbassato lo sguardo sulla mia coscia e di aver notato con sorpresa che la carne era caduta in modo da lasciare esposti i muscoli simili a corde e da permettermi di scorgere il movimento del ginocchio così come si vede il funzionamento della ruota di un mulino sul suo asse.
Il vecchio medico era con noi, e mi visitava ora due o tre volte al giorno. All’inizio, tentò di tenermi sulla faccia una benda asciutta, poi, quando vide che era uno sforzo vano, rimosse ogni fasciatura e si accontentò di spalmare il balsamo sulle ferite. Da allora, alcune delle donne della mia scorta rifiutarono di guardarmi e, se dovevano parlarmi, lo facevano tenendo lo sguardo abbassato, mentre altre parvero gloriarsi della loro capacità di sopportare la vista del mio volto lacerato, stando a gambe divaricate (una posa che consideravano evidentemente bellicosa) ed appoggiando la sinistra sull’impugnatura delle armi con studiata noncuranza.
Parlavo con loro più spesso che potevo… non perché le desiderassi, in quanto la malattia generata dalle mie ferite mi aveva tolto ogni desiderio del genere… ma perché nel mezzo di quella sparsa colonna mi sentivo solo come non mi ero sentito quando vagavo nel nord lacerato dalla guerra e neppure quando ero rinchiuso nell’antica cella dello zigurrat, e perché in qualche assurdo angolo della mia mente speravo ancora di fuggire.
Le interrogavo su ogni argomento che potevano ragionevolmente conoscere, e rimanevo sempre stupito nello scoprire quanto pochi fossero i punti su cui le nostre menti avevano opinioni convergenti. Nessuna delle sei si era unita a Vodalus perché comprendeva la differenza fra la restaurazione del progresso, che egli cercava di ripristinare, ed il ristagnare della Repubblica. Tre avevano semplicemente seguito il loro uomo fra le sue file; due erano venute nella speranza di vendicarsi di qualche ingiustizia personale, ed una per fuggire da un detestato patrigno. Tutte, tranne l’ultima, avrebbero adesso desiderato di non essersi unite a Vodalus, e nessuna sapeva con esattezza dove fossimo o in che direzione stessimo andando.
Come guide, la nostra colonna aveva tre selvaggi: un paio di giovani uomini che avrebbero potuto essere fratelli o addirittura gemelli, ed un vecchio, contorto, pensai, da qualche deformità oltre che dall’età, che indossava sempre una maschera grottesca. Anche se i primi due erano più giovani ed il terzo molto più vecchio, tutti e tre mi ricordavano l’uomo nudo che avevo visto una volta nel Giardino della Giungla. Erano nudi come lui, avevano la stessa pelle scura e dall’aria metallica ed i capelli lisci. I due più giovani portavano cerbottane più lunghe del loro braccio e dardi fatti a mano e tinti di un color ambra bruciata, senza dubbio con il succo di qualche pianta selvatica. Il vecchio aveva un bastone storto quanto lui e sormontato dalla testa disseccata di una scimmia.