La cittadella dell'Autarca [The Citadel of the Autarch - it]
- Автор: Вулф Джин Родман
- Серия: Libro del Nuovo Sole #4
- Год: 1984
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0497-X
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La cittadella dell'Autarca [The Citadel of the Autarch - it]». Краткое содержание книги:
Era questo ciò da cui avevo cercato di fuggire, non Agia o Vodalus o gli Asciani. Delicatamente, gli sfilai la catena dal collo, aprii la fiala ed inghiottii la droga. Poi, presi la corta ma resistente lama, feci quello che andava fatto.
Quando ebbi finito, lo coprii da testa a piedi con la sua stessa tunica color zafferano e mi appesi al collo la fiala vuota. L’effetto della droga fu violento, proprio come egli mi aveva detto. Tu che leggi queste pagine, e che, forse, non hai mai posseduto più di un’identità, non puoi sapere cosa significhi possederne due o tre, ed ancor meno averne cento. Esse vivevano tutte in me, ed erano felici, ciascuna a suo modo, di scoprire che avevano acquisito nuova vita. L’Autarca morto, il cui volto avevo visto pochi momenti prima ridotto ad una rovina scarlatta, viveva ora di nuovo. I miei occhi e le mie mani erano le sue, conoscevo il lavoro svolto dalle api degli alveari della Casa Assoluta e la loro sacralità, perché esse si muovevano vicino al sole e portavano fertilità ad Urth. Sapevo del suo viaggio fino al Trono della Fenice ed alle stelle e ritorno; la sua mente era la mia, e mi colmò di conoscenze di cui non avevo mai sospettato l’esistenza e del sapere che altre menti avevano apportato alla sua. Il mondo fisico parve farsi tenue e vago come un disegno, gli angoli della sua cima presero a ruotare come il prisma di un caleidoscopio. Ero caduto a terra senza accorgermene, e giacevo ora vicino al cadavere del mio predecessore, ed i tentativi di sollevarmi si risolsero solo in un battere delle mani contro il terreno.
Non so per quanto tempo rimasi in quello stato. Avevo pulito il coltello… che era adesso, ancora, il mio coltello, e lo avevo nascosto come aveva fatto l’Autarca morto. Riuscivo vividamente ad immaginarmi un me stesso formato da dozzine d’immagini sovrimpresse, che tagliava la tela e scivolava nella notte. Severian, Thecla, miriadi di altri, tutti che fuggivano. Il pensiero era talmente reale che spesso ero convinto di averlo fatto, ma sempre, quando credevo di essere in corsa fra gli alberi, evitando gli esausti soldati Asciani che dormivano, mi ritrovavo invece nella familiare tenda, con il cadavere coperto non lontano da me.
Due mani mi afferrarono. Pensai che gli ufficiali fossero tornati con le loro fruste e mi sforzai di vedere e di alzarmi in modo da non essere colpito. Ma un centinaio di ricordi sconnessi s’intromisero in rapida successione, come i quadri che il proprietario di una galleria di terz’ordine mostra ai suoi clienti: una gara di corsa, le torreggianti canne di un organo, un diagramma con angoli numerati, una donna che viaggia su un carretto.
— Stai bene? — mi chiese qualcuno. — Cosa ti è successo?
Sentii la saliva sgocciolarmi dalle labbra, ma non riuscii ad emettere nessun suono.
XXX
I CORRIDOI DEL TEMPO
Un colpo vibrante mi raggiunse al volto.
— Cosa è successo? Lui è morto. Sei stato drogato?
— Sì, drogato. — Qualcun altro stava parlando, e, dopo qualche istante, compresi di chi si trattasse: era Severian, il giovane torturatore.
Ma chi ero io?
— Alzati, dobbiamo andarcene.
— La sentinella.
— Le sentinelle — ci corresse la voce. — Erano tre e le abbiamo uccise.
Stavo scendendo una scalinata bianca come sale, giù verso i nenufari e l’acqua stagnante. Accanto a me camminava una ragazza abbronzata con lunghi occhi obliqui. Da dietro la sua spalla, sbirciava la faccia scolpita di uno degli eponimi: lo scultore aveva lavorato su un pezzo di giada, e l’effetto era quello di una faccia fatta d’erba.
— Sta morendo?
— Ora ci vede. Guarda i suoi occhi.
Sapevo dove mi trovavo. Presto il banditore avrebbe fatto capolino dalla soglia e mi avrebbe ordinato di andarmene.
— Sopra il terreno — osservai. — Mi avevi detto che l’avrei vista sopra il suolo, ma era facile. Lei è qui.
— Dobbiamo andare. — L’uomo mi prese per il braccio sinistro, Agia per il destro e mi condussero fuori.
Camminammo a lungo, proprio come io avevo immaginato la mia fuga, scavalcando talvolta gli Asciani addormentati.
— Fanno ben poca guardia — sussurrò Agia. — Vodalus mi ha spiegato che i loro capi sono obbediti tanto bene che non riescono neppure ad immaginare la possibilità di un attacco a tradimento. In guerra, i nostri soldati li prendono spesso di sorpresa.
— I nostri soldati… — ripetei come un bambino, senza comprendere.
— Hethor ed io non combatteremo più per loro. Come potremmo, dopo averli visti? Quel che devo fare riguarda te.
Cominciavo ad essere di nuovo me stesso, e le menti che componevano la mia mente stavano occupando il loro giusto posto. Mi era stato detto una volta che autarca significava «chi governa se stesso», ed intuii allora da cosa fosse nato quel titolo.
— Tu mi volevi uccidere — osservai, — ed ora mi stai liberando. Avresti potuto pugnalarmi. — Rividi con la memoria la daga ricurva che tremava conficcata nell’imposta della casa di Casdoe.
— Avrei potuto ucciderti anche più rapidamente. Gli specchi di Hethor mi hanno procurato un verme, non più lungo della tua mano, che brilla di un fuoco bianco. Devo solo tirarlo fuori, ed esso uccide e poi torna strisciando da me… ho ucciso così le sentinelle, una alla volta. Ma quest’uomo verde non mi ha permesso di ucciderti, ed io non volevo farlo: Vodalus mi aveva promesso che la tua agonia sarebbe durata settimane intere, e non mi accontenterò di meno.
— Mi stai riportando da lui?
Agia scosse il capo, e, nella debole e grigia luce dell’alba che passava fra le foglie vidi i riccioli marroni sobbalzarle sulle spalle come quando l’avevo osservata mentre sollevava le grate del suo negozio.
— Vodalus è morto. Credi che, avendo questo verme a mia disposizione, avrei potuto permettergli d’ingannarmi e di continuare a vivere? Ti avrebbero portato via. Adesso ti lascerò libero… perché ho una certa intuizione di dove ti dirigerai… ed alla fine cadrai nelle mie mani di nuovo, come hai fatto quando i nostri pteriopi ti hanno preso agli evzoni.
— Allora mi stai salvando perché mi odi — osservai, ed Agia annuì. Vodalus, suppongo, aveva odiato nello stesso modo quella parte di me che era stata l’Autarca.
O, piuttosto, aveva odiato la sua concezione dell’Autarca, perché era stato invece leale, fino al limite della sua capacità, al vero Autarca, che credeva essere un suo servitore. Quando ero un ragazzo, nelle cucine della Casa Assoluta, c’era un cuoco che, nutrendo un profondo disprezzo per gli armigeri e per gli esultanti per i quali cucinava, faceva tutto con una perfezione febbrile in modo da non correre mai il rischio di dover subire l’indegnità dei loro rimproveri. Alla fine, era stato nominato capo dei cuochi di quell’ala. Pensai a lui, e, mentre lo facevo, il tocco di Agia sul mio braccio, che era divenuto quasi impercettibile mentre camminavo, svanì del tutto. Quando la cercai, era scomparsa, ed ero solo con l’uomo verde.
— Come hai fatto ad arrivare qui? — gli chiesi. — Hai quasi perso la vita in quest’epoca, e so che non potrai sopravvivere sotto il nostro sole.