La prima indagine di Montalbano
- Автор: Камиллери Андреа
- Год: 2009
- Язык: итальянский
- Год: Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
- ISBN: 978-88-04-55020-4
- Жанр: Полицейские детективы
Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:
«Tu ci hai detto che nei nuovi consigli d’amministrazione, oltre al nome di Balduccio junior, ne compare sempre un altro.»
«Sissignore!» fece Fazio sorridendo con l’occhi sparluccicanti.
«Perché ti stai divertendo tanto?»
«Perché vossia è uno sbirro che non ce ne sono altri!»
«Grazie. Mi dici questo nome?»
«Calogero Infantino.»
«E chi è?»
«Calogero Infantino è un signore, incensurato, che fino a quando è arrivato l’americano aveva un negozio all’ingrosso e al minuto di elettrodomestici.»
«E dopo l’arrivo dell’americano?»
«Ha sempre mantenuto il negozio.»
«E allora che c’entra con l’americano?»
«Con l’americano non c’entra. Ma, vede, Calogero Infantino si è maritato con Angelina Cuffaro.»
«Minchia!» fece Mimì. «I Cuffaro e i Sinagra si sono appattati!»
«Proprio accussì» disse Fazio. «E a quanto mi risulta, l’accordo tra le due famiglie mafiose è stato voluto, come prima cosa, da Balduccio junior. Quindi, dottore, non ci saranno né raffiche di kalashnikov né morti da contare. I Sinagra e i Cuffaro andranno d’amore e d’accordo.»
«E noi che possiamo fare?» spiò Mimì.
«Noi possiamo fare come gli antichi» disse Montalbano.
Augello lo taliò imparpagliato.
«E che facevano gli antichi?»
«Si grattavano le panzè e si taliavano i bellichi.»
Andò alla trattoria, ma non aviva tanta gana di mangiare. Enzo se ne addunò e si preoccupò:
«Comu si senti, dutturi?»
«Bene, grazie.»
«E allura pirchì nun havi pititto?»
«Pirchì ogni tanto mi vennu troppi pinseri.»
«Mali, dutturi. Lu sapi? Ci sunno dù parti del corpo che non vonnu pinseri: la panza e l’autra ca vossia capisci.»
A malgrado non avesse nicissità digestive, si fece lo stisso la longa passiata sino al faro. Assittato supra al solito scoglio, gli tornò il pinsero che gli aviva fatto passare il pititto. E che non era un pinsero vero e proprio. Era qualichi cosa che non quatrava nel modo d’agire del rapitore di Laura, ma questa qualichi cosa non gli arrinisciva di precisarla, di metterla a foco.
Tornò in ufficio, accomenzò a firmare una muntagna di carte e a un certo momento il telefono squillò.
«Dottori? Venni una signora a dire che fora un mastro l’aspetta.»
Il delirio di Catarella peggiorava di giorno in giorno: Mastro era il cognome di Linda. Puntualissima.
«Come mai conosci il posto dove stiamo andando?»
Linda sorrise.
«Ci sono cresciuta. Mio padre si era comprato un pezzo di terra da quelle parti e si era fatto costruire una casetta. Poi, io avevo una quindicina d’anni, la vendette a sua sorella, zia Rita.»
«Allora i tuoi ricordi si fermano a quel periodo?»
«No. Io volevo molto bene a zia Rita e ogni domenica venivo a trovarla. Suo marito, zio Carlo, era uno che sapeva tutto di tutti.»
«Quindi i tuoi zii abitano ancora lì.»
«No. Zio Carlo, due anni fa, è stato trasferito a Cosenza, dove era nato, e ha venduto a sua volta.»
«Sai a chi?»
«Ai Carmona, gente che conosco.»
«Ora ti dico perché stiamo andando là.»
«Non ce n’è bisogno. L’ho capito.»
«Che hai capito?»
«Stiamo andando a cercare una casa, una villa o quello che è, che abbia anche un garage in muratura.»
Come gli caminava la testa, a quella bella picciotta! Montalbano la taliò ammirativo.
«Perché stai facendo questa strada? Così allunghiamo» fece Linda.
«Lo so. Ma voglio vedere una cosa. Un momento solo.»
Fermò, scinnì. Linda lo seguì. La villa dei Sinagra era in cima alla collina sotto la quale passava la strata, tutte le finestre erano raprute, davanti al cancello, quello che una volta era protetto da òmini armati, sostavano tri machine. Balduccio aviva ospiti, ma non si vidiva anima criata. I tempi erano cangiati, non c’era più bisogno di guardie del corpo, di squatre di sorveglianza, tutto alla luce del sole.
«Possiamo ripartire.»
«Da come guardavi quelle finestre» disse Linda «parevi Romeo sotto il balcone di Giulietta. Speravi che s’affacciasse?»
Montalbano non arrispunnì. Arrivato a Piano Torretta, il commissario vi trasì con la machina da uno dei varchi aperti nella recinzione d’arbusti.
«Tu lo sai dove i Mongiardino avevano preparato il loro tavolo?»
«Sì. Vai avanti ancora. Lo vedi laggiù quell’altro varco? Vi si erano messi proprio accanto.»
Montalbano proseguì e si fermò dove gli aviva detto Linda. Scinnero. Piano Torretta, quasi perfettamente circolare, era molto vasto e i Mongiardino erano andati a mettersi ai margini e per di più nelle vicinanze di un varco indovi certamente ci sarebbe stato trafico di auto.
«Non è stata una scelta felice» disse Linda.
«Bastava che si fossero messi un po’ più verso il centro e alla bambina non sarebbe potuto capitare niente» fece Montalbano. «La palla con la quale giocava non avrebbe mai potuto raggiungere la recinzione e superarla.»
«Già» fece asciutta Linda.
Rimontarono in machina, passarono attraverso il varco e si trovarono sulla strata che portava a Gallotta. C’era poco movimento.
«Come procediamo?» spiò Linda.
«Intanto apri il cruscotto, ci stanno una biro e un taccuino. Da qui alla villa del dottore ci sono circa sei chilometri. Tu devi scrivere a chi appartengono le abitazioni ai due lati della strada, se lo sai. Se non lo sai, segniamo il posto con un punto interrogativo. Naturalmente prenderemo in considerazione solo le abitazioni che hanno un garage in muratura.»
«Е se ci troviamo davanti a una casa che potrebbe avere un garage, ma non è a vista, che facciamo?»
«Fermiamo, scendiamo e ci diamo da fare. Macari se sarò obbligato a scavalcare qualche cancello.»
«Perché solo tu? Ho messo i pantaloni apposta.»
Di subito, tutta la facenna s’addimostrò assà più complicata. Anzitutto le case non erano tutte allineate lungo i due lati della strata, ma ce n’erano alcune in seconda fila. Di queste ultime s’arrinisciva a vidiri la facciata, ma la parte posteriore arrisultava ammucciata rispetto alla strata, abbisognava allora avvicinarsi il più possibile percorrendo stritti viottoli, controllare e tornare narrè. Un’imprevista perdita di tempo. Per di più alcune case erano recintate da muretti sui quali abbisognò acchianare per poter aviri un esauriente colpo d’occhio. Per fortuna non si vidiva gente, si trattava di case di vacanza, ancora non era arrivata la stascione e per di più quello era un jorno lavorativo. A un certo punto Montalbano disse:
«Per facilitarci il lavoro, tutte le case dovrebbero essere come quella lì.»
E ne indicò una a mano dritta, una vera costruzione di campagna, col suo garage, ricavato da quella che una volta era stata una stalla, in bella evidenza e inserrato da una saracinesca.
«Purtroppo» disse Linda «quella è proprio la casa che ti dicevo, dove sono cresciuta. Ora è dei… Accosta! Ferma!»
«Che c’è?» spiò il commissario ubbidendo automaticamente.
«Mi pare che c’è qualcuno» fece Linda scinnenno di corsa e chiamando a gran voce: «Signora Carmona!».
Sempre assittato al suo posto, il commissario vitti una signora anziana comparire da darrè la casa, isare le vrazza al cielo nel riconoscere Linda, correrle incontro, abbrazzarla. Le dù fìmmine parlarono tra loro tanticchia, doppo Linda si voltò verso la machina.
«Salvo! Vieni!»
Scinnì, le fìmmine erano trasute in casa, le seguì. S’attrovò in un salone rustico, confortevole. La signora Carmona era una sittantina che gli fece subito simpatia perché gli arricordò vagamente una sua vecchia amica, una maestra in pensione, Clementina Vasile-Cozzo. L’istisso modo di parlare, la stissa franchezza nelle parole e nei gesti. Umberto, il marito, era andato a Vigàta ma sarebbe tornato tra poco. Perché Linda non l’aspittava? Sarebbe stato felice di rivederla. Loro avivano definitivamente abbannunato il paisi e si erano trasferiti lì, indove c’era la paci dell’angeli.