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L'ultima fase [Blood Music - it]

Электронная книга - «L'ultima fase [Blood Music - it]». Краткое содержание книги:

Vergil Ulam, brillante ricercatore dei Genetron Labs, sta lavorando segretamente ad un esperimento che promette risultati sensazionali, e cioè la produzione di nuclei intelligenti di materia cellulare, capaci di evolversi e di apprendere con straordinaria rapidità. Ma quando Ulam infrange le norme di sicurezza del laboratorio e viene licenziato, si rifiuta di distruggere il frutto delle sue ricerche, come gli è stato ordinato, e decide invece di iniettarsi nel sangue le colonie cellulari, e diventare così egli stesso la cavia di un nuovo straordinario esperimento. Ma sarà il primo di un incredibile processo di mutazione e trasformazione, i cui limiti non sono facilmente immaginabili, perché infatti è subito chiaro che questa forma di intelligenza virale può assorbire e riplasmare qualsiasi materia vivente. Un’epidemia assolutamente inattaccabile, un vero e proprio universo di miliardi di cellule senzienti in frenetica espansione, che lentamente inghiottono l’America del Nord, trasformandola in uno scenario “alieno” che suscita al tempo stesso orrore e meraviglia. Ma si può parlare di catastrofe? O non è piuttosto un nuovo gradino nella scala dell’evoluzione? E che ne sarà dell’umanità, letteralmente trasfigurata da questi microscopici organismi che rappresentano una nuova dimensione di ciò che si può concepire come “vita”?

Nominato per il premio Nebula in 1985.
Nominato per i premi Hugo, Campbell e BSFA in 1976.
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Il sangue è un’autostrada, una sinfonia d’informazioni e di istruzioni. È una delizia analizzare e modificare quel ricco brodo. Le informazioni hanno il loro sapore e ciascuna è un pensiero vivente, capace di modificarsi nel sangue a meno che non venga costruita con cura, sfrondata dei sovrappiù e ben compattata. Le parole non potrebbero comunicare ciò che lui sta facendo. Il suo intero essere vive nelle chiacchiere che assorbe analizzando e processando.

E mentre pensa attraverso i suoi sottili processi mentali — molecole che pensano alle molecole, registrando se stesse — sente arrivare la vertiginosa spirale delle rivelazioni in termini che fino a quel momento non esistevano dentro di lui. È come ricevere la parola di Dio diretta a un albero, e portarla giù a quell’albero, e vederlo fiorire arrossendo di confusa emozione.

Tu sei il potere, il potere buono, il più ricco di tutti i sapori… il supremo messaggio dall’alto.

I suoi compagni lo avvicinano, si raggruppano intorno alle sue appendici nel sangue, si affollano. Lui è come un novizio in un monastero, improvvisamente ispirato dal respiro di Dio. I monaci si radunano, pregano per avere un tocco da lui, un segno di redenzione e uno scopo. È intossicante. Li ama perché sono la sua squadra; loro fanno perfino più che amarlo soltanto, poiché lui è la Sorgente.

Il gruppo di comando sa che lui, lui stesso, è parte di una gerarchla più vasta, ma quest’informazione non lo sminuisce né lo abbassa di livello ai loro occhi. I gruppi comuni Io considerano con timore reverenziale.

Tu sei il flusso della vita. Tu hai la chiave che °apre° e °chiude°, la chiave della pulsazione e del silenzio.

— Più avanti — dice lui. — Conducetemi più avanti e mostratemi la vostra vita.

XXXVIII

— Suzy. Svegliati.

Gli occhi di Suzy si aprirono pian piano. Davanti a lei erano in piedi Kenneth e Howard. La ragazza sbatté le palpebre e girò lo sguardo sulle pareti azzurre della sua camera da letto. Sentì il suo cuscino sotto la nuca. — Kenny? — sussurrò.

— Mamma ti aspetta.

— Howard!

— Alzati, su, Fiorellino. — Era così che Kenneth la chiamava sempre. Scostò la coperta, poi se la tirò di nuovo addosso: aveva ancora la blusa, ma dalla vita in giù era nuda. A parte gli stivaletti.

— Devo vestirmi — disse.

Howard le porse i jeans. — Fai presto. — I due uscirono dalla camera da letto e chiusero la porta. Lei mise fuori le gambe e infilò i piedi nei pantaloni, poi si alzò e li tirò su chiudendo la lampo e il bottone. Il ginocchio non le faceva più male. Il gonfiore era sparito, e tutto quanto sembrava bello e a posto. Aveva anche un buon sapore in bocca. Cercò attorno la torcia elettrica e la radio. Erano sul pavimento ai piedi del letto. Le raccolse, aprì la porta e uscì in corridoio. — Kenny?

Howard la prese dolcemente per un braccio conducendola verso la porta della camera da letto della madre. Era chiusa. Kenneth girò la maniglia, spinse il battente e i tre entrarono nell’ascensore. Howard premette il pulsante per il ristorante e i vestiboli dell’ultimo piano.

— Lo sapevo — disse lei, ripiegandosi su se stessa. — Sto sognando. — I suoi fratelli la guardarono, sorrisero e scossero il capo.

— No, non stai sognando — disse Kenneth. — Siamo tornati.

Silenziosamente l’ascensore li portò su per i venticinque piani che restavano.

— È uno scherzo — mormorò lei, sentendo le lacrime scivolarle calde giù per le guance. — Questo è crudele.

— D’accordo, la parte che riguardava la camera da letto, la casa… consideralo un sogno. C’era lì altra roba che probabilmente non ti avrebbe fatto piacere vedere. Ma noi siamo qui. Siamo di nuovo con te.

— Voi siete morti — disse lei. — Anche Mamma.

— Siamo diversi — disse Howard. — Ma non morti.

— Ah! E cosa siete allora, zombies? Dio ci protegga!

— Loro non ci hanno uccisi — spiegò Kenneth. — Ci hanno solo… smantellati. Come tutti gli altri.

— Be’, quasi tutti gli altri. — Howard indicò lei, e i due giovanotti sorrisero.

— Tu non hai avuto fortuna, sei stata lasciata da parte — disse Kenneth.

Adesso la ragazza aveva paura. La porta dell’ascensore si aprì, e uscirono in una sala piena di eleganti specchi. Le luci elettriche si riflettevano in un’infinità di superfici. Le luci erano accese. L’ascensore funzionava. Era chiaro che stava sognando, oppure era definitivamente diventata pazza.

— Qualcuno è morto, però — disse Kenneth con gravità, prendendola per mano. — Incidenti, errori.

— Questa è solo una parte di ciò che sappiamo, adesso — disse Howard.

Oltrepassarono il corridoio di specchi, un nido di cristalli ornamentali tagliato in due, un monumentale frammento di quarzo rosa e un alto nodulo di malachite. Sulla porta del ristorante nessuno si fece loro incontro. — Mamma è dentro — disse Howard. — Se hai fame c’è una quantità di roba da mangiare qui, puoi starne certa.

— C’è la corrente elettrica — disse lei.

— Il generatore d’emergenza, nei sotterranei. Ha funzionato per un po’ dopo che la centrale si è fermata, ma poi è finito il carburante. Capisci? Così ne abbiamo trovato dell’altro. Loro ci hanno detto come funziona e lo abbiamo riacceso prima di venire a cercarti — disse Howard.

— Sì. E dato che per loro era difficile ricostruire molta gente lo hanno fatto soltanto con Mamma e noi. Non ci sono gli inservienti del grattacielo, né gli altri. Abbiamo fatto noi tutto il lavoro. Tu hai dormito per un bel po’, sai.

— Due settimane.

— Ecco perché il tuo ginocchio è guarito.

— Quello, e…

— Ssssh! — lo zittì Kenneth, mettendo una mano su un braccio al fratello. — Non tutto in una volta. — Suzy spostò lo sguardo dall’uno all’altro, mentre la conducevano nel ristorante.

Era tardo pomeriggio. La città, chiaramente visibile dalle larghe finestre panoramiche del locale, non era più ricoperta dallo strato biancastro e marroncino.

La ragazza non riuscì a riconoscere nessun punto di riferimento. In precedenza aveva almeno potuto discernere gli edifici dalla forma, le strade dalla posizione, e i contorni dei quartieri a lei noti.

Il luogo non era più lo stesso.

Forme nere e grigie, sconcertante biancore di marmi, edifici piramidali, immensi poliedri dai molti lati alcuni dei quali traslucidi come vetro o ghiaccio. Lastroni alti centinaia di metri erano in fila come pezzi del domino lungo quella che una volta era stata West Street, da Battery Park fino a Riverside Park. Tutti gli stabili e i grattacieli di Manhattan erano stati smontati a pezzi, rimescolati, quindi costruiti in altro modo e ridipinti.

Ma le strutture non le sembravano più di cemento e acciaio. Non aveva idea di cosa fossero fatte.

Erano vive.

Sua madre era seduta a un lungo tavolo ricoperto di cibarie. C’erano insalate di diverso genere intorno a un grosso prosciutto parzialmente affettato, vassoi di olive e antipasti sulla destra, dessert e paste sulla sinistra. La donna sorrise e si alzò, girando intorno al tavolo col suo passo elastico da ex giocatrice di tennis, e le tese le braccia. Indossava una gonna costosa di sartoria, un’elegante camicetta a maniche lunghe guarnita di pizzi e ricami, e appariva assolutamente terrificante.

— Suzy — le disse. — Non guardarmi con quell’aria sconvolta, via. Siamo venuti a farti visita.

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