L'ultima fase [Blood Music - it]
- Автор: Бир Грег
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0180-6
- Переводчик: Gianluigi Zuddas
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L'ultima fase [Blood Music - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per il premio Nebula in 1985.
Nominato per i premi Hugo, Campbell e BSFA in 1976.
Jerry fece un cenno d’assenso. Il veicolo rallentò.
A una velocità inferiore ai dieci km l’ora si avvicinarono a una cortina verticale di nebbia danzante. Era alta dai trenta ai quaranta metri e si estendeva ai due lati della strada, torcendosi attorno a vaghe forme arancione che un tempo potevano essere stati edifici.
— Gesù, Gesù! — sussurrò John.
— Ferma — ordinò April. Jerry arrestò il furgone. La donna fissò John finché lui non si decise ad aprire la portiera e a scostarsi per lasciarla uscire. Jerry spostò in folle la leva del cambio e mise il freno a mano, quindi scese dall’altra parte.
— Voialtri, signori, avete perso quelli che amavate, vero? — domandò April, lisciandosi la gonna spiegazzata. Il maelstrom ruggiva in distanza come un uragano: ruggiva e soffiava con un rumore di pioggia che scrosciasse giù per una grondaia.
John e Jerry accennarono di sì.
— Se il mio Vergil è lì dentro, e io so che c’è, allora devono esserci anche loro. Oppure lì c’è il modo di raggiungerli.
— È la cosa più stupida che abbia mai sentito — disse John. — Mia moglie e mio figlio non possono essere lì.
— Perché no? Sono morti?
John la fissò accigliato.
— Lei sa che non sono morti. E io so che mio figlio non è morto.
— Lei è una strega — la accusò Jerry, quasi con ammirazione.
— Altri l’hanno detto. Anche il padre di Vergil, prima di lasciarmi. Ma voi sapete. Non è così?
John ebbe un tremito. Due lacrime gli scivolarono sulle guance. Jerry fissò la cortina di nebbia con una smorfia.
— Saranno là dentro, John? — chiese al fratello.
— Non lo so. — Lui tirò su col naso e se lo asciugò su una manica.
April s’avviò verso la cortina. — Grazie per l’aiuto, gentiluomini — disse. Mentre penetrava nella nebbia cominciò a distorcersi come un’immagine televisiva fuori sintonia, e poi scomparve.
— Gesù, guarda! — ansimò John, con un brivido.
— Ha ragione lei — mormorò Jerry. — Non lo senti?
— Non lo so! — gemette John. — Cristo, fratello, non lo so!
— Andiamo a cercarli — disse Jerry, prendendolo per mano. Lo incitò con un cenno del capo. John fece resistenza.
Jerry lo spinse avanti.
— E va bene — stabilì John sottovoce. — Insieme.
Fianco a fianco percorsero gli ultimi metri di discesa ed entrarono nella parete di nebbia.
XXXVI
Quando fu all’ottantaduesimo piano le gambe le cedettero di colpo. Con un gemito e una mezza giravolta cadde, battendo la testa sulla ringhera e un ginocchio contro l’orlo di uno scalino, proprio sotto la rotula. La torcia elettrica e la radio le volarono via dalle mani, sul pianerottolo. Il contenitore dell’acqua si spaccò in due, inzuppandola e rotolando via, ed ella non poté fare altro che seguirlo con gli occhi, paralizzata dal dolore. Le parvero ore — ma probabilmente furono solo pochi minuti — prima che trovasse la forza di trascinarsi sul pianerottolo. Lì giacque sulla schiena, con occhi velati dalla sofferenza ma incapace di piangere.
Un bernoccolo sulla fronte, una gamba che non voleva piegarsi più molto bene, poco cibo e niente acqua, spaurita, dolorante, e con altri trenta piani da fare. Poi la torcia elettrica sfarfallò e si spense, lasciandola nel buio più completo. — Merda! — disse. Sua madre aveva detestato quella parola quanto il pronunciare il nome di Dio invano. Poiché non erano stati una famiglia molto religiosa quella veniva giudicata un’infrazione minore, oscena solo quando fatta davanti a chi se ne sarebbe offeso. Ma dire merda era peggio, era un’ammissione di cattive maniere e cattiva educazione, o semplicemente il sintomo che si stava cedendo a emozioni degradanti.
Suzy tentò di alzarsi e cadde di nuovo, stordita dalla fitta di dolore che le partiva dal ginocchio. — Merda, merda, MERDA! — gridò. — Non farmi tanto male! Oh, non farmi male! — Provò a massaggiarsi la rotula ma toccarla era peggio che lasciarla stare.
A tentoni cercò la torcia e la recuperò. Dopo qualche colpetto riuscì a farla accendere, e subito girò il raggio attorno per controllare che il lenzuolo marrone e i filamenti non l’avessero raggiunta. Guardò la porta dell’ottandaduesimo piano e seppe che non avrebbe potuto continuare l’ascesa per un po’, forse per il resto del giorno. Vacillò al battente, s’appoggiò alla maniglia e si volse a cercare la radio. Era finita sul pianerottolo inferiore, dopo avere preso alcuni brutti colpi. Per un momento pensò che tanto valeva lasciarla là; ma per la radio rappresentava ancora qualcosa di speciale. Era il solo oggetto umano che le restava, il solo oggetto che le parlava. Frugando nell’edificio avrebbe sempre potuto trovarne un’altra, ma abbandonarla significava rischiare il silenzio. Tenendo rigida la gamba sofferente scese a riprenderla.
Oltrepassare carponi la pesante porta antincendio risultò tragicamente difficile, e si procurò un’altra escoriazione quando il battente le si chiuse su un braccio; infine, però, giacque sul tappeto del corridoio davanti all’ascensore e sospirò, con gli occhi fissi al rivestimento antiacustico del soffitto. Si girò bocconi, tesa a captare ogni movimento.
Silenzio, immobilità.
Pian piano, cercando di dosare le forze, avanzò nel corridoio e girò un angolo.
Al di là di una porta a vetri c’era un vastissimo locale pieno di tavoli da disegno, le cui gambe smaltate poggiavano su una moquette gialla, e da ciascuno di essi si levavano lampade nere come fenicotteri dal collo regolabile. La porta era tenuta aperta da un cuneo di gomma. Barcollò oltre una scrivania e un divano e si appoggiò al più vicino dei tavoli, gli occhi senza espressione per la stanchezza e il dolore. Sul piano c’erano dei disegni tecnici. Quello era l’ufficio di un architetto, dunque. Si chinò a osservare meglio gli schemi e vide che erano gli interni di un’imbarcazione. Lì aveva lavorato gente che disegnava barche. — E che diavolo me ne importa? — gemette fra sé.
Sedette su un alto sgabello fornito di ruote girevoli. Per mezzo minuto armeggiò con un piede sulla leva che sbloccava le ruote, quindi lo usò per avanzare nella fila di centro sfruttando i bordi dei tavoli per spingersi oltre.
Una larga vetrata separava il locale dei disegnatori da un serie di uffici. Si fermò a scrutarli. La paura l’aveva abbandonata, adesso. Fuggendo se l’era lasciata indietro. Il mattino dopo ci sarebbero state altre paure per lei, rifletté, ma intanto ne avava abbastanza. Ora si limitava a osservare.
I cubicoli degli uffici erano pieni di cose in movimento. Erano così strane che per un poco pensò di non saperle descrivere neppure a se stessa. Su e giù per il vetro si spostavano dei dischi dai piedi artigliati, i cui bordi emanavano luce. In un altro cubicolo c’era qualcosa di fluido e senza forma, come cera liquida, che emetteva pseudopodi e bolle bianche; in un terzo si contorcevano dei cavi neri da cui sprizzavano scintille; nel quarto tutto era ricoperto da una sostanza verde fluorescente. Nell’ultimo ufficio una foresta di bastoncelli simili a zampe di gallina, di altezza diversa, si piegavano e oscillavano come sotto l’impatto di un vento irreale.
— È pazzesco — sussurrò. — Questo non ha nessun significato. E se nulla ha senso, allora non sta succedendo nulla.
Spinse lo sgabello a rotelle lontano dagli uffici, fino alla finestra sul lato opposto. Nel resto dei locali sembrava non esserci niente, neppure vestiti vuoti. Visti da quella distanza i cubicoli oltre la vetrata le parvero un acquario di creature esotiche.
Forse lì era al sicuro. Solitamente quello che stava dentro un acquario non ne usciva fuori. Cercò di convincersi che nulla la minacciava, e tuttavia neppure questo le importava più. Per il momento non c’era nessun altro posto in cui potesse andare.