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La cittadella dell'Autarca [The Citadel of the Autarch - it]

Электронная книга - «La cittadella dell'Autarca [The Citadel of the Autarch - it]». Краткое содержание книги:

Nei romanzi precedenti del ciclo avevamo visto Severian viaggiare verso Thrax, la città del suo esilio, armato solo della mitica spada Terminus Est, ultimo dono del suo Maestro Torturatore. Nel corso del viaggio aveva incontrato numerosi personaggi strani e affascinanti, come la dolce e misteriosa Dorcas, i due gemelli Agia e Agilus, la bellissima Jolenta, il dottor Talos, ma soprattutto era entrato in possesso dell’Artiglio del Conciliatore, una gemma dai poteri miracolosi appartenuta a una figura leggendaria del passato. Arrivato a Thrax, Severian si era infine accorto che la Città delle Stanze senza Finestre non era la sua meta definitiva: strani portenti infatti gli indicano che un destino futuro molto elevato lo attende. E in questo quarto e definitivo volume della serie, finalmente Severian saprà cosa gli è stato predestinato dalla sorte. Il suo viaggio lungo e periglioso lo riporterà proprio a Nessus, la città da cui era stato bandito, con una missione che determinerà il fato dell’intera Urth e la nascita del Nuovo Sole e di una nuova era.
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Dall’alto, inoltre, mi giunse una voce di donna.

— Adesso ti ho ripagato per la miniera… sei ancora vivo.

XXVI

SOPRA LA GIUNGLA

Atterrammo con la luce delle stelle. Era come un risveglio: sentivo che non stavo lasciando il cielo ma un luogo d’incubo. Come una foglia cadente, l’immensa creatura calò in cerchi sempre più stretti attraverso zone d’aria progressivamente più calda fino a quando potei avvertire l’odore del Giardino della Giungla: il mescolarsi dell’odore di piante verdi e di legno marcente con il profumo di grandi, maturi, ignoti fiori.

Uno zigurrat sollevò la testa scura al di sopra degli alberi… pur essendo esso stesso coperto di alberi che sporgevano dalle sue mura in rovina come funghi da un albero morto. Atterrammo con leggerezza su di esso, ed immediatamente arrivarono alcune torce ed un suono di voci agitate. Io ero ancora debole a causa dell’aria gelida e rarefatta che avevo respirato fino ad un momento prima.

Mani umane presero il posto degli artigli che mi avevano tenuto stretto per così tanto tempo. Scendemmo lungo scale e gradini di pietra consunta fino a che venni infine a trovarmi davanti ad un fuoco, e vidi, dall’altra parte di esso, il bel volto serio di Vodalus e quello a forma di cuore della sua consorte, Thea, ora mia sorellastra.

— Chi è costui? — domandò Vodalus.

Tentai di sollevare le braccia, ma qualcuno le tratteneva.

— Signore — dissi, — tu devi riconoscermi.

Da dietro le mie spalle, la stessa voce che avevo udito in aria rispose:

— Questo è l’uomo del prezzo, l’assassino di mio fratello. Per lui io… ed Hethor, che serve me… ci siamo messi al tuo servizio.

— Allora, perché lo hai portato da me? — chiese Vodalus. — Lui è tuo. Pensavi che, quando lo avessi visto, mi sarei pentito del nostro accordo?

Forse ero più forte di quanto credevo, o forse feci perdere l’equilibrio all’uomo alla mia destra. Comunque sia, riuscii a contorcermi in modo da gettarlo nel fuoco, dove i suoi piedi fecero volare intorno i carboni rossi.

Agia era in piedi dietro di me, nuda fino alla vita, ed Hethor era dietro di lei, mettendo in mostra tutti i denti rotti mentre le accarezzava il seno. Lottai per fuggire. Agia mi schiaffeggiò con la mano aperta… sentii uno strappo alla guancia, un dolore lancinante, poi il fuoriuscire caldo del sangue.

Da allora, ho appreso che quell’arma si chiama lucivee, e che Agia l’aveva perché Vodalus aveva proibito a chiunque tranne che alle sue guardie del corpo di presentarsi armato in sua presenza. Si tratta soltanto di una piccola sbarra di metallo con due anelli per fissarlo al pollice ed all’anulare e con quattro o cinque lame ricurve che si possono così nascondere all’interno del palmo; tuttavia, ben pochi sono sopravvissuti ad essa.

Io fui uno di quei pochi, e mi ridestai dopo due giorni per trovarmi rinchiuso in una stanza spoglia. Forse, nella vita di ciascuno di noi, c’è una stanza che diventa più familiare delle altre. Per un prigioniero, si tratta sempre della sua cella. Io, che avevo lavorato all’esterno di tante celle, spingendo dentro i vassoi di cibo ai clienti sfigurati e dementi, avevo adesso di nuovo il modo di conoscere una mia cella personale. Non sono mai riuscito ad immaginare cosa poteva un tempo essere stato lo zigurrat. Forse effettivamente una prigione; forse un tempio o la sede di qualche arte dimenticata. La mia cella era circa due volte più grande di quella che avevo occupato sotto la torre dei torturatori, lunga dieci passi e larga sei. Una porta fatta di una lucente ed antica lega era appoggiata ad una parete, inutile per i carcerieri di Vodalus perché non erano in grado di chiuderla a chiave, e la soglia era sbarrata da un battente nuovo, rozzamente costruito con i fusti, duri come ferro, di una qualche pianta della giungla. Una finestra che credo non fosse mai stata intesa a quello scopo, trapassava una delle pareti scolorite molto in alto e dava luce alla cella.

Passarono ancora tre giorni prima che io fossi abbastanza in forze da riuscire a saltare, e, afferrandone il bordo inferiore con una mano, ad issarmi per guardare fuori. Quando giunse quel giorno, vidi una distesa di verde punteggiata di farfalle… un luogo così diverso da quel che mi ero aspettato, che pensai di essere impazzito e persi l’appiglio per lo stupore. Si trattava, come compresi alla fine, della distesa delle chiome degli alberi, dove piante alte dieci catene allargavano le loro fronde a formare un prato di foglie, raramente visto da qualcuno che non fosse un uccello.

Un vecchio con la faccia malvagia e sapiente mi aveva bendato la guancia e cambiato la fasciatura alla gamba. Più tardi, tornò portando con sé un ragazzo di forse tredici anni, e trasfuse il suo sangue nel mio corpo fino a che le labbra del giovane si fecero pallide come il piombo. Chiesi al vecchio medico da dove venisse, e questi, credendomi probabilmente un nativo di quelle zone, rispose:

— Dalla grande città nel sud, nella valle del fiume che prosciuga le terre fredde. Il Gyoll è un fiume più lungo del vostro, anche se la sua corrente non è così violenta.

— Sei molto abile — osservai. — Non avevo mai sentito parlare di un medico che fosse capace di tanto. Mi sento già bene, e vorrei che sospendessi prima che questo ragazzo muoia.

— Si riprenderà in fretta — replicò il vecchio, pizzicandogli la guancia. — … In tempo per riscaldarmi il letto stanotte. A quest’età si riprendono sempre. No, non è come pensi tu: gli dormo semplicemente accanto perché il respiro notturno dei ragazzi della sua età agisce come un tonico sui vecchi come me. La gioventù, vedi, è una malattia, e si può sempre sperare di prenderla in forma lieve. Come va la tua ferita?

Non c’era nulla… neppure un’ammissione, che avrebbe potuto generarsi da un qualche perverso desiderio di mantenere un’apparenza di potenza… che avrebbe potuto convincermi altrettanto completamente quanto il suo diniego. Gli dissi la verità, che la guancia destra era intorpidita salvo un vago bruciore altrettanto irritante quanto un prurito, e mi chiesi quale dei suoi doveri desse più fastidio allo sfortunato ragazzo.

Il vecchio mi tolse le bende e mi applicò un secondo strato del balsamo puzzolente e marrone che aveva già usato in precedenza.

— Tornerò domani — mi disse quindi, — anche se non credo che avrai ancora bisogno di Mamas. Stai migliorando. Sua esultanza (un cenno della testa indicò che si trattava di un ironico riferimento ad Agia) ne sarà molto contenta.

Replicai, in un modo che speravo apparisse noncurante, che mi auguravo che tutti i suoi pazienti stessero bene.

— Ti riferisci al delatore che è stato portato qui insieme a te? Sta bene quanto ci si poteva aspettare — replicò, e volse la faccia da un lato perché non vedessi la sua espressione spaventata.

Nella speranza di guadagnare su di lui una certa influenza che mi permettesse in seguito di aiutare l’Autarca, lodai in modo stravagante la sua conoscenza della medicina, e terminai dicendo che non riuscivo a comprendere come mai un medico così abile si fosse unito a quella gente malvagia.

Mi guardò con occhi socchiusi ed il suo volto si fece serio.

— Per acquisire sapere. Non c’è luogo dove un uomo della mia professione possa imparare quanto imparo qui.

— Ti riferisci al fatto di mangiare i cadaveri? Anch’io ho condiviso questi banchetti, anche se forse non te lo hanno detto.

— No, no. Gli uomini istruiti, specialmente quelli della mia professione, praticano quell’attività dovunque, e di solito con risultati migliori, dato che selezioniamo maggiormente i soggetti e ci limitiamo a consumare i tessuti più ricettivi. Il sapere che io cerco non può essere appreso in quel modo, poiché nessuno di coloro che sono morti di recente lo ha posseduto, e forse non lo ha mai posseduto nessuno.

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