La cittadella dell'Autarca [The Citadel of the Autarch - it]
- Автор: Вулф Джин Родман
- Серия: Libro del Nuovo Sole #4
- Год: 1984
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0497-X
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La cittadella dell'Autarca [The Citadel of the Autarch - it]». Краткое содержание книги:
Adesso era appoggiato ad un muro, e sembrava parlare altrettanto per un’invisibile presenza quanto per me.
— La scienza sterile del passato — proseguì, — non ha portato a null’altro che all’esaurimento del pianeta ed alla distruzione delle sue razze. Era fondata sul semplice desiderio di sfruttare le energie grezze e le sostanze materiali dell’universo, senza alcuna considerazione per le loro attrazioni, le loro antipatie e gli eventuali destini. Guarda! — Sollevò la mano immergendola nel raggio di sole che penetrava dalla mia alta finestra circolare. — Qui c’è la luce. Tu mi dirai che non si tratta di un’entità vivente, ma perdi di vista il fatto che essa è qualcosa di più e non di meno. Senza occupare spazio, riempie l’universo. Nutre ogni cosa, eppure essa stessa si nutre di distruzione. Noi sosteniamo di controllarla, ma non è magari la luce a coltivare noi come una fonte di cibo? Non può forse essere che tutte le foreste crescano in modo da poter essere incendiate e che uomini e donne nascano per alimentare fuochi? Non è possibile che la nostra pretesa di dominare la luce sia altrettanto assurda quanto quella del grano che sostenesse di controllarci perché noi prepariamo il terreno per la sua crescita e curiamo il suo rapporto con Urth?
— Tutto questo è ben detto, ma non ci porta al nocciolo della questione — ribattei. — Perché servi Vodalus?
— Un simile sapere non si ottiene senza esperimenti. — Sorrise mentre parlava e toccò la spalla del ragazzo, ed io ebbi una visione di bambini in fiamme, ma sperai di sbagliarmi.
Questo era accaduto due giorni prima che mi issassi fino alla finestra. Il vecchio medico non era più tornato, e non ebbi modo di sapere se avesse perduto il favore di Vodalus, se fosse stato inviato in un altro luogo o se avesse semplicemente deciso che non avevo bisogno di ulteriori cure.
Agia venne una volta a vedermi, e, tenendosi fra due uomini armati di Vodalus, mi sputò in faccia e mi descrisse i tormenti che avrebbe ideato per me insieme ad Hethor non appena fossi stato abbastanza forte da sopportarli. Quando ebbe finito, le dissi con assoluta sincerità che avevo passato la maggior parte della mia vita ad assistere ad operazioni molto più terribili, e le consigliai di procurarsi l’assistenza di una persona addestrata in quel campo, ed allora se ne andò.
In seguito, fui lasciato solo per la maggior parte di parecchi giorni. Ogni volta che mi destavo, mi sentivo quasi una persona diversa, perché in quella solitudine l’isolamento dei miei pensieri negli oscuri intervalli di sonno era quasi sufficiente a privarmi della mia personalità.
Eppure, tutti quei Severian e tutte quelle Thecla cercavano la libertà.
Era facile trincerarmi nei ricordi, e sia io che Thecla lo facevamo spesso, rammentando quei giorni idilliaci quando Dorcas ed io avevamo viaggiato verso Thrax, i giochi fatti nel labirinto di siepi dietro la villa di mio padre (quando ero Thecla) e nel Vecchio Cortile, la lunga passeggiata compiuta con Agia giù per la Scalinata Adamniana prima che scoprissi che mi era nemica.
Ma spesso, anche, mi costringevo ad accantonare i ricordi ed a pensare, qualche volta zoppicando avanti e indietro, qualche altra aspettando solo che gli insetti entrassero dalla finestra per divertirmi ad afferrarli al volo. Progettai la fuga, anche se non sembrava che ci fosse la minima possibilità di attuarla se le circostanze in cui mi trovavo non fossero mutate. Riflettei su brani del libro marrone e cercai di confrontarli con le mie esperienze, in modo da produrre, fin dove fosse stato possibile, una teoria generale del modo di agire umano che mi potesse tornare a beneficio, se mi fosse mai riuscito di liberarmi.
Se il medico, che era un uomo anziano, poteva ancora ricercare il sapere nonostante la certezza della morte imminente, non potevo forse io, la cui morte appariva ancor più imminente, trarre un certo conforto dalla certezza che essa fosse meno inevitabile?
Così, esaminai le azioni dei maghi, dell’uomo che mi aveva avvicinato fuori dallo jacal della ragazza malata e di molti altri uomini e donne che avevo conosciuto, cercando una chiave che aprisse tutti i cuori.
Non ne trovai alcuna che si potesse esprimere in poche parole del tipo: «Uomini e donne fanno quello che fanno per questo e questo…». Nessuno dei laceri frammenti di metallo s’incastrava con gli altri… il desiderio di potere, la brama di amore, il bisogno di essere rassicurati, o la predilezione per una vita avventurosa. Ma trovai un principio, che giunsi a chiamare quello della Primitività, che credo sia ampiamente applicabile, e che, anche se non dà inizio all’azione, sembra almeno influenzare il tipo di forma che l’azione assume. Avrei potuto definirlo così: Poiché le culture preistoriche sono durate per così tante chiliadi, esse hanno modellato la nostra eredità in modo da indurci a comportarci come se le loro condizioni fossero ancora attuali.
Per esempio, la tecnologia che un tempo poteva aver permesso a Baldanders di osservare tutte le azioni del capo del villaggio vicino al lago, si era ormai ridotta in polvere da migliaia di anni; ma durante gli eoni della sua esistenza, essa aveva gettato su di lui un incantesimo per cui rimaneva efficace anche se non esisteva più.
Allo stesso modo, tutti abbiamo in noi gli spettri di cose svanite da tempo, di città crollate e di macchinari meravigliosi. La storia che avevo un tempo letto a Jonas quando eravamo imprigionati (con quanta minore ansierà e con quanta maggiore compagnia), dimostrava chiaramente questo, ed io la rilessi più volte nello zigurrat. L’autore, essendosi trovato nella necessità d’inventare qualche mostro marino come Erebus o Abaia, ma inserito in un contesto mitologico, gli aveva dato una testa simile ad una nave… che era la sola parte visibile del suo corpo poiché il resto rimaneva sommerso… in modo che esso fosse distaccato dalla realtà protoplasmica e diventasse la macchina richiesta dai ritmi della mente.
Mentre mi divertivo con queste speculazioni, mi resi sempre più conto della natura transitoria dell’occupazione dell’antico edificio da parte di Vodalus. Anche se il medico non si era più visto, come ho detto, ed Agia era venuta una sola volta a trovarmi, sentivo di frequente un suono di piedi in corsa nel corridoio all’esterno della mia porta, e, di tanto in tanto, udivo gridare qualche parola.
Ogni qualvolta mi giungevano quei suoni, accostavo la guancia fasciata alle travi; in effetti, spesso li anticipavo, sedendo in quella posizione per lunghi periodi nella speranza di udire qualche brano di conversazione che mi rivelasse qualcosa dei piani di Vodalus. Non potei far a meno di pensare, allora, mentre ascoltavo invano, alle centinaia di persone rinchiuse nella nostra segreta che dovevano avermi ascoltato quando portavo da mangiare a Drotte, ed a come dovevano aver teso l’orecchio per intercettare frammenti delle conversazioni che giungevano nel corridoio della cella di Thecla e quindi nelle loro celle, quando io andavo a trovarla.
E che dire dei morti? Io ho talvolta pensato a me stesso come se fossi stato quasi morto. Non sono forse anch’essi bloccati sottoterra in camere più piccole della mia, in milioni di milioni? Non c’è categoria d’attività umana in cui i morti non siano molte volte più numerosi dei vivi. La maggior parte dei bambini è morta, la maggior parte dei soldati, la maggior parte dei codardi. Le donne più belle e gli uomini più eruditi… sono tutti morti. I loro corpi riposano in casse, sarcofagi, sotto arcate di rozza pietra, dovunque sotto la terra. I loro spiriti perseguitano le nostre menti, gli orecchi premuti contro le ossa delle nostre fronti. Chi può dire con quanta attenzione essi ascoltino quando noi parliamo, o in attesa di quale parola?
XXVII