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READ-E-BOOK » Космическая фантастика » Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]
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Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]

Электронная книга - «Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]». Краткое содержание книги:

L’inquisizione è tornata a colpire. Nell’anno del Signore 3131, la Chiesa, garante dell’immortalità fisica a tutti i suoi fedeli, ingaggia una crociata contro gli Ouster, indomiti mutanti di origine umana. E lancia nello spazio una spietata caccia a Aenea — la fanciulla ritenuta il nuovo messia — per carpire il segreto della sua forza misteriosa. Mentre Endymion è custodito nella cella della morte, la ribellione dei giusti sta per giungere al suo atto finale: tutto ruota intorno a Aenea, dotata di grandi poteri e portatrice di oscure verità… Dopo «Hyperion», «La caduta di Hyperion» ed «Endymion», Dan Simmons tocca con questo romanzo l’apice della forza visionaria e immaginativa. E conclude una delle più celebrate, irresistibili e sensazionali saghe fantascientifiche del nostro tempo.
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Fissai a occhi socchiusi Dem Ria, pensando che scherzasse. Ma il suo viso piacevole e liscio era serio, deciso.

«Per favore» disse il piccolo Bin, posando la manina sulla mia e tirandomi. «Per favore, Raul, fai presto.»

Scesi in fretta la scala. Un uomo in verde mi diede una veste rossa. Alem Mikail mi aiutò a indossarla sopra i vestiti. Con una decina di rapidi colpi mi sistemò il burnus rosso e il cappuccio: non sarei mai stato capace di avvolgerlo correttamente. Mi accorsi con sorpresa che l’intera famiglia, le due donne, Ces Ambre e il piccolo Bin, si era tolta le vesti azzurre e indossava vesti rosse. Capii allora di essermi sbagliato a pensare che assomigliassero ai lusiani: anche se erano di statura inferiore alla media della Pax e avevano grande muscolatura, erano perfettamente proporzionati. Gli adulti non avevano peli, né in testa né altrove. La cosa rendeva più attraente il loro corpo compatto, perfettamente intonato.

Distolsi lo sguardo, rendendomi conto d’essere arrossito. Ces Ambre si mise a ridere e mi diede di gomito. Adesso eravamo tutti in rosso. Alem Mikail fu l’ultimo a vestirsi. Una sola occhiata al suo torace muscoloso mi disse che non avrei resistito quindici secondi in un combattimento contro di lui, anche se era più basso di me. Ma non avrei resistito trenta secondi neanche contro Dem Loa o Dem Ria.

Porsi ad Alem Mikail la pistola a fléchettes, ma lui mi fece segno di tenerla e mi mostrò come infilarla in una delle fasce del burnus. Pensai che, come armi, nello zaino non avevo molto, un coltello da caccia navajo e la piccola torcia laser, e lo ringraziai con un cenno.

Fui spinto, con le donne e i bambini, in fondo al cassone dell’eolociclo che già conteneva il mio kayak; un telone rosso fu teso sui montanti, sopra di noi. Fummo costretti ad accovacciarci, perché un secondo strato di tessuto, alcune assi di legno e varie casse e barili furono sistemati intorno a noi e sopra di noi. Riuscivo appena a scorgere un barlume di luce fra la sponda ribaltabile e la copertura del cassone. Ascoltai il rumore di passi sulla pietra, quando Alem salì davanti e si sistemò su una delle due selle a pedali. Sentii anche uno degli altri uomini, adesso in rosso pure loro, unirsi a lui sul sellino da ciclista dall’altro lato della barra centrale.

Con l’albero maestro ancora abbassato su di noi e le vele di stoffa terzarolate, cominciammo a risalire un lungo piano inclinato che portava fuori del garage.

«Dove andiamo?» bisbigliai a Dem Ria, distesa accanto a me. Il legno profumava di cedro.

«L’arcata teleporter a valle del canale» mi rispose in un bisbiglio.

Rimasi sorpreso. «Sapete anche questo?»

«Ti hanno dato la ventina» bisbigliò Dem Loa, dall’altra parte di una cassa. «E hai parlato nel sonno.»

Bin era disteso proprio accanto a me. «Sappiamo che Colei che insegna ti ha mandato in missione» disse quasi allegramente. «Sappiamo che devi raggiungere la prossima arcata.» Diede un colpetto al kayak sistemato accanto a noi. «Mi piacerebbe venire con te.»

«Troppo pericoloso» sibilai, mentre dal tunnel il veicolo usciva all’aria aperta. I bassi raggi del sole illuminavano il telone che ci nascondeva. L’eolociclo si fermò per un attimo: i due uomini azionarono la manovella e drizzarono l’albero, poi spiegarono la vela. «Troppo pericoloso» ripetei. Mi riferivo ovviamente ai rischi che correvano loro nel portarmi al teleporter, non alla missione affidatami da Aenea.

Mi rivolsi a Dem Ria. «Se sanno chi sono» bisbigliai «di sicuro sorvegliano l’arcata.»

Scorsi il contorno del suo cappuccio, mentre lei annuiva. «Saranno di guardia, Raul Endymion. Ed è pericoloso. Ma fra poco sarà buio. Fra quattordici minuti.»

Diedi un’occhiata al comlog. Dalle mie osservazioni nei due giorni precedenti, mancava non meno di un’ora e mezzo al crepuscolo e un’altra ora a notte.

«Ci sono solo sei chilometri da qui all’arcata» bisbigliò Ces Ambre, distesa dall’altro lato del kayak. «I villaggi saranno pieni di gente dello Spettro in festa.»

Finalmente capii. «La duplice tenebra?» bisbigliai.

«Sì» disse Dem Ria. Mi diede un colpetto sulla mano. «Ora dobbiamo stare in silenzio. Stiamo per entrare nel traffico della strada di sale.»

«Troppo pericoloso» bisbigliai ancora una volta, mentre il veicolo iniziava a cigolare e scricchiolare nel traffico. La trasmissione a catena rumoreggiava sotto l’assito e il vento premeva sulla vela. "Troppo pericoloso" dissi, solo a me stesso.

Se avessi saputo che cosa accadeva intanto a qualche centinaio di metri da noi, avrei capito quant’era davvero pericoloso quel momento.

Mentre l’eolociclo percorreva rumorosamente la strada di sale, scrutai dalla fessura tra il cassone di legno e il telo. Per quanto potevo capire, quella strada di grande traffico era una striscia di sale duro come roccia fra i villaggi raggruppati intorno al canale sopraelevato e il deserto a reticolo che si estendeva verso nord a perdita d’occhio.

«Il deserto Wahhabi» bisbigliò Dem Ria, mentre il veicolo acquistava velocità e puntava a sud. Altri eolocicli ci sorpassarono, diretti a sud, con la vela gonfia di vento, i due pedalatori strenuamente impegnati. Un numero maggiore di veicoli dai teloni a colori vivaci andava a nord: le vele erano orientate in maniera diversa, i pedalatori si sporgevano all’esterno per mantenere l’equilibrio, mentre i carri cigolanti si alzavano su due sole ruote, con le altre due che giravano inutilmente in aria.

Coprimmo in dieci minuti i sei chilometri e dalla strada di sale svoltammo in una rampa lastricata che passava in mezzo a un gruppo di abitazioni, di pietra bianca, stavolta, non di mattoni. Poi Alem e il suo compagno ammainarono la vela e pigiando sui pedali spinsero lentamente l’eolociclo lungo la via acciottolata che correva fra le case e il canale. In quel punto, alte felci a ciuffi crescevano lungo le rive, tra pontili dalle forme curiose e complicate, gazebo e banchine a vari piani, dove erano ormeggiate elaborate case galleggianti. La città pareva terminare lì, dove il canale si allargava a formare una via d’acqua di aspetto molto più naturale che artificiale; alzai la testa quanto bastava a scorgere, qualche centinaio di metri più a valle, la gigantesca arcata. Sotto l’arco arrugginito e dall’altra parte potevo scorgere solo la foresta di felci sulle rive e il deserto a est e a ovest. Alem guidò l’eolociclo su una rampa di carico di mattoni e si spostò al riparo di un boschetto di alte felci.

Diedi un’occhiata al comlog. Mancavano meno di due minuti alla duplice tenebra.

In quell’istante soffiò una ventata d’aria calda e un’ombra passò sopra di noi. Ci appiattimmo tutti, mentre il nero skimmer della Pax sorvolava il fiume a una quota inferiore ai cento metri; l’aerodinamica forma a otto del velivolo fu chiaramente visibile, mentre lo skimmer si inclinava in una brusca virata e poi piombava a volo radente sopra le imbarcazioni che varcavano nei due sensi l’arco del teleporter. In quella zona, dove il fiume si allargava, il traffico fluviale era intenso: eleganti barche da corsa a palelle, con squadre di vogatori da quattro a dodici persone, lucide motobarche che sollevavano scie luccicanti, barche a vela che andavano dai barchini monoposto alle sguazzanti giunche dalla vela quadrata; canoe e canotti; alcune maestose case galleggianti che lottavano contro la corrente; una manciata di silenziosi hovercraft elettrici che si muovevano in un alone di spruzzaglia; perfino alcune zattere che mi ricordarono il precedente viaggio sul Teti in compagnia di Aenea e di A. Bettik.

Lo skimmer sorvolò a bassa quota quelle imbarcazioni, passò in direzione sud sopra l’arco del teleporter, tornò indietro, passò sotto l’arcata e scomparve verso Chiusa Childe Lamonde.

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