Cacciatrice di taglie [Hot Six - it]
- Автор: Иванович Джанет
- Серия: Stephanie Plum (it) #6
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Rizzoli
- ISBN: 88-17-86790-X
- Переводчик: Annalisa Garavaglia
- Жанр: Криминальные детективы
Электронная книга - «Cacciatrice di taglie [Hot Six - it]». Краткое содержание книги:
«Merda» disse Lula. «C’è di nuovo quell’odore di zolfo.»
Connie mi allungò l’assegno per Elwood. «Questo è un bel problema.»
Presi l’assegno e lo infilai nella borsa. «Ho così tanti problemi che non riesco neppure a ricordarmeli tutti.»
L’anziana signora Bestler stava giocando a fare il ragazzo dell’ascensore. «Andiamo su» disse. «Pelletteria da donna, biancheria…» Si chinò in avanti appoggiandosi sul treppiede da passeggio e mi guardò. «Oh santo cielo» disse «il salone di bellezza è al secondo piano.»
«Perfetto» le risposi. «È esattamente dove devo andare.»
Il mio appartamento era silenzioso quando entrai. Le coperte che avevo dato a Dougie e al Luna erano ordinatamente piegate sul divano. Avevano lasciato un biglietto su uno dei cuscini. Sopra c’erano scritte tre sole parole: «A più tardi».
Mi trascinai nel bagno, mi spogliai e mi lavai la testa parecchie volte. Indossai dei vestiti puliti, poi asciugai i capelli con un colpo di phon e li acconciai in una coda di cavallo. Telefonai a Morelli per sapere come andava con Bob e lui disse che il cane stava bene e che il suo vicino gli stava facendo da dog sitter. Poi scesi nel seminterrato e chiesi a Dillan di troncare la catena delle manette in modo da non avere il secondo braccialetto che dondolava al vento.
Dopo di che non mi restava altro da fare. Non avevo latitanti da rintracciare, non avevo un cane da portare a spasso, non avevo nessuno da sorvegliare e nessuna casa in cui penetrare. Avrei potuto andare da un fabbro per far aprire la manetta, ma speravo ancora di ottenere la chiave da Ranger. Avevo intenzione di consegnarlo a Joyce, quella sera: meglio questo piuttosto che correre il rischio che Joyce facesse tornare Carol sul ponte. Recuperare Carol da un possibile annegamento cominciava a diventare una storia vecchia. E sarebbe stato facile consegnare Ranger, tutto quello che dovevo fare era organizzare un incontro, dirgli che volevo che mi togliesse le manette e farlo venire da me. Poi lo avrei stordito con la scacciacani e impacchettato per consegnarlo a Joyce. Naturalmente dopo avrei dovuto inventarmi qualcosa per liberarlo. Non volevo certo che Ranger finisse in galera.
Poiché sembrava che sulla mia agenda non fosse registrato alcun impegno fino a sera, pensai che avrei potuto pulire la gabbia del criceto. E dopo la gabbia del criceto, forse, sarei passata al frigorifero. Diavolo, avrei potuto persino farmi prendere la mano e rimettere a posto il bagno… no, questo era improbabile. Ripescai Rex dalla sua mangiatoia e lo misi nella grande zuppiera che usavo per gli spaghetti, sul piano di lavoro della cucina. Rimase lì seduto a sbattere le palpebre alla luce improvvisa, contrariato per essere stato svegliato in pieno sonno.
«Mi dispiace, piccolo» dissi. «Devo pulire la vecchia fattoria.»
Dieci minuti dopo Rex era di nuovo nella sua gabbia, agitatissimo perché tutti i suoi tesori nascosti ora si trovavano in un grosso sacco di plastica della spazzatura. Gli diedi una noce sgusciata e un chicco d’uva passa. Lui portò il chicco d’uva nella mangiatoia rimessa a nuovo e quella fu l’ultima volta che lo vidi.
Guardai fuori dalla finestra del soggiorno e vidi il parcheggio bagnato. Ancora nessun segno di Habib e Mitchell, tutte le auto appartenevano agli inquilini. Ottimo, potevo andare a gettare la spazzatura senza alcun rischio. Mi avvolsi nella giacca, presi il sacco con la lettiera sporca del criceto e mi avviai lungo il corridoio.
La signora Besder era ancora nell’ascensore. «Oh, hai un aspetto molto migliore adesso, cara» disse. «Non c’è niente che faccia bene come trascorrere un’ora di relax a chiacchierare nel salone di bellezza.» Le porte dell’ascensore si aprirono sull’ingresso e io saltai fuori. «Ora si sale» cantilenò la signora Bestler. «Abbigliamento per uomo, terzo piano.» E le porte si richiusero.
Attraversai l’ingresso fino alla porta sul retro e mi fermai un momento per tirare su il cappuccio. La pioggia era insistente. L’acqua aveva formato pozzanghere sull’asfalto luccicante e perle sulle carrozzerie lucidate di recente degli anziani inquilini. Feci un passo fuori, chinai la testa e mi affrettai ad attraversare il cortile fino alla pattumiera.
Gettai il sacco dentro al cassonetto, mi voltai e mi trovai faccia a faccia con Habib e Mitchell. Erano bagnati fradici e non avevano un aspetto amichevole.
«Da dove venite?» domandai. «Non ho visto la vostra macchina.»
«È parcheggiata in una strada laterale» disse Mitchell mostrandomi la pistola «ed è lì che andremo. Comincia a camminare.»
«Non credo proprio» dissi. «Se mi sparate Ranger non avrà più nessun motivo di trattare con Stolle.»
«Sbagliato» disse Mitchell. «Solo se noi ti uccidiamo, Ranger non avrà alcun motivo.»
Il cassonetto dei rifiuti si trovava all’estremità posteriore del cortile. Scivolai su un tratto di prato reso viscido dalla pioggia, con le gambe che tremavano, troppo spaventata per riuscire a pensare. Mi domandavo dove si trovasse Ranger in quel momento, proprio quando avevo bisogno di lui. Perché non era lì, a insistere per chiudermi a chiave in un rifugio? Adesso che avevo pulito la gabbia del criceto sarei stata felice di seguirlo.
Mitchell era di nuovo alla guida del furgoncino verde. Immaginai che non fossero riusciti a pulire bene la Lincoln. E forse era meglio che non scegliessi proprio quell’argomento per fare conversazione.
Habib si sedette di fianco a me sul sedile posteriore. Indossava un impermeabile che sembrava completamente intriso d’acqua: dovevano essere rimasti nascosti tra i cespugli che circondavano il palazzo. Lui non portava il cappello e l’acqua gli gocciolava dai capelli giù per la schiena e sul viso. Si passò una mano sulla faccia. Nessuno sembrava preoccuparsi del fatto che stavamo bagnando tutti i rivestimenti interni dell’auto.
«Bene» dissi cercando di tenere un tono di voce normale. «E adesso?»
«Adesso non occorre che tu sappia niente» rispose Habib. «Devi soltanto stare buona, ora.»
Stare buona era la cosa peggiore, perché mi lasciava il tempo di pensare, e pensare non era piacevole. Non c’era da aspettarsi niente di positivo da questo viaggio. Cercai di chiudere la porta alle emozioni, la paura e il rimorso non mi avrebbero portata da nessuna parte. Non volevo neppure lasciar correre libera l’immaginazione. Poteva semplicemente trattarsi di un altro incontro con Arturo, non c’era ragione di perdere la testa prima del tempo. Mi concentrai sul respiro. Profondo e regolare. Inspirare ossigeno. Mentalmente intonai una cantilena di meditazione. Ohhmmm. Lo avevo visto fare in televisione e sembrava che funzionasse sul serio.
Mitchell era diretto a ovest sulla Hamilton, in direzione del fiume. Attraversò Broad e si infilò nelle stradine della zona industriale della città. Il parcheggio in cui entrò era adiacente a una struttura di mattoni a tre piani che era stata una fabbrica di pezzi di ricambio, ma era da tempo in disuso. Un cartello con la scritta VENDESI era stato attaccato alla facciata dell’edificio, ma sembrava che fosse lì da un centinaio d’anni.
Mitchell parcheggiò e scese dall’auto. Aprì la portiera dalla mia parte e mi fece cenno di uscire tenendomi sotto tiro con la pistola. Habib mi seguì. Aprì una porta laterale dell’edificio con una chiave ed entrammo insieme. Era freddo e umido all’interno. L’illuminazione era fioca, proveniente solo dalle porte aperte dei piccoli uffici nei quali il sole filtrava attraverso finestre sudicie. Percorremmo un breve corridoio ed entrammo nell’area di accoglienza. Le piastrelle del pavimento scricchiolavano sotto le suole e tutta la stanza era spoglia a eccezione di due sedie pieghevoli di metallo e di una piccola e rovinata scrivania di legno. C’era una scatola di cartone posata a terra.