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La corona di spade

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La corona di spade
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Quello era uno dei motivi.

Le carte di Sheriam erano una copia di quelle che avevano Siuan ed Egwene. Relazioni su tutto, dal numero di candele e sacchi di fagioli che rimanevano nell’accampamento alla condizione dei cavalli, con la stessa quantità di informazioni circa l’esercito di lord Bryne. L’accampamento dei soldati circondava quello delle Aes Sedai, con uno spazio di forse venti passi a dividerli, ma per molti aspetti era come se fossero separati da chilometri e chilometri. Stranamente, lord Bryne insisteva su quel punto quanto le Sorelle. Le Aes Sedai non volevano che i soldati vagassero fra le loro tende, li consideravano un’accozzaglia di sudici analfabeti dalla mano lesta, e sembrava che neppure i soldati volessero le Aes Sedai in giro per il loro accampamento — anche se, saggiamente, tenevano per sé le loro motivazioni. Stavano marciando verso Tar Valon per deporre l’usurpatrice dello scanno dell’Amyrlin e rimpiazzarla con Egwene, eppure erano pochi gli uomini a loro agio fra le Aes Sedai, ed erano poche anche le donne.

In quanto Custode, Sheriam sarebbe stata fin troppo felice di prendersi cura delle faccende di minore importanza. Lo aveva detto a Egwene, spiegando quanto fossero irrilevanti, spiegando come l’Amyrlin Seat non dovesse essere infastidita dalle piccole incombenze quotidiane. Siuan invece le aveva detto che una buona Amyrlin faceva attenzione anche a quelle, senza rifare il lavoro di dozzine di Sorelle e impiegati, ma controllando ogni giorno qualcosa di diverso. In quel modo poteva avere una precisa idea di cosa stesse succedendo e di cosa andava fatto prima che qualcun altro si precipitasse da lei in preda all’ansia. Bisognava sentire come soffiava il vento, diceva. Accertarsi che quei rapporti raggiungessero le sue mani richiedeva settimane, ed Egwene era sicura che se avesse affidato tutto a Sheriam non avrebbe saputo mai più nulla di quelle piccole faccende, se non molto tempo dopo che erano state risolte.

Nella tenda scese il silenzio mentre leggevano le carte delle rispettive cataste.

Le tre donne non erano sole. Chesa, seduta su un cuscino, disse: «La luce fioca fa male alla vista.» Aveva mormorato, in realtà, parlando quasi da sola, tenendo tra le mani una delle calze di seta di Egwene da rammendare. «Io non mi rovinerei mai la vista cercando di leggere con così poca luce.» Era piuttosto corpulenta, con un bagliore negli occhi e il sorriso allegro. La cameriera di Egwene cercava sempre di consigliare l’Amyrlin fingendo di parlare da sola. Sembrava fosse al suo servizio da oltre vent’anni invece che da meno di due mesi, e si comportava come se avesse tre volte gli anni di Egwene e non appena il doppio. Quella sera Egwene sospettava che parlasse per riempire il silenzio. Nell’accampamento c’era molta tensione da quando Logain era fuggito. Un uomo in grado di incanalare, schermato e sorvegliato strettamente, eppure si era dissolto come la nebbia. Tutti erano circospetti, si chiedevano come avesse fatto, dove si trovasse e cosa intendeva fare ora che era di nuovo libero. Egwene più degli altri avrebbe voluto essere certa di sapere dove si era diretto Logain Ablar.

Sheriam scosse le carte che aveva in mano e guardò Chesa; non capiva perché Egwene permettesse alla sua cameriera di essere presente a quelle riunioni, e men che mai condivideva il fatto che la lasciasse parlare tanto liberamente. Non le era mai venuto in mente che la presenza di Chesa e le sue chiacchiere la turbavano al punto da aiutare Egwene a eludere i consigli che non voleva accettare e a rimandare le decisioni che non voleva prendere; o meglio, le decisioni che Sheriam voleva farle prendere. Di sicuro non era mai venuto in mente a Chesa, che sorrise come per scusarsi e riprese a rammendare, parlando da sola di tanto in tanto.

«Se continuiamo, Madre,» osservò fredda Sheriam «forse finiremo prima dell’alba.»

Egwene fissò la pagina successiva del suo fascicolo di carte e si massaggiò le tempie. Forse Chesa aveva ragione riguardo la luce. Le stava venendo un altro mal di testa. Era anche possibile che fosse solo colpa di quella pagina, con il dettaglio di quanto denaro era rimasto. Le storie che aveva letto non parlavano mai di quanto costava mantenere un esercito. Appuntate su quella pagina c’erano le note di due Adunanti, Romanda e Lelaine, che suggerivano di pagare i soldati meno spesso, anzi, di pagarli di meno. Per la verità era più di un suggerimento, e Romanda e Lelaine erano più di due semplici Adunanti del Consiglio. Le altre Adunanti seguivano le loro direttive, mentre la sola Adunante sulla quale Egwene potesse contare era Delana, anche se non del tutto. Era raro che Lelaine e Romanda fossero d’accordo su qualcosa, e non avrebbero potuto scegliere un argomento peggiore su cui concordare. Alcuni dei soldati avevano prestato giuramento, ma i più erano lì per la paga e forse nella speranza di un ricco bottino dopo il saccheggio di Tar Valon.

«I soldati devono essere pagati come sempre» mormorò Egwene accartocciando le due note. Non avrebbe permesso che l’esercito si dileguasse, come non avrebbe permesso alcun saccheggio.

«Ai tuoi ordini, Madre.» Gli occhi di Sheriam risplendevano di compiacimento. Le difficoltà dovevano esserle chiare — chiunque la riteneva troppo intelligente per commettere un grosso errore — ma aveva un punto debole. Se Romanda o Lelaine dicevano che il sole stava sorgendo, con ogni probabilità Sheriam avrebbe dichiarato che stava tramontando; un tempo aveva molta influenza sul Consiglio, quanta ne avevano loro adesso e forse anche di più, fino a quando le due non vi avevano posto termine. Era vero anche l’opposto, Romanda e Lelaine avrebbero contraddetto qualsiasi frase di Sheriam prima ancora di comprenderla. Questa situazione alla fine tornava utile.

Egwene cominciò a tamburellare con le dita sul tavolo, ma si costrinse a fermarsi. Bisognava trovare il denaro — da qualche parte, in qualche modo — ma non doveva far capire a Sheriam che era preoccupata.

«Quella donna nuova si adatterà» mormorò Chesa mentre cuciva. «Le Tarenesi hanno sempre la puzza sotto il naso, ma Selame sa cosa deve fare la dama di una lady. Io e Meri le faremo abbassare presto le penne.» Sheriam alzò irritata gli occhi al cielo.

Egwene sorrise. Egwene al’Vere con tre cameriere al suo servizio. Incredibile come la stessa stola. Ma quel sorriso durò solo un attimo. Anche le cameriere andavano pagate. Una somma insignificante se paragonata alle paghe di trentamila soldati, e l’Amyrlin di certo non poteva farsi il bucato da sola o rammendarsi le sottovesti, ma se la sarebbe cavata benissimo solo con Chesa e l’avrebbe fatto se avesse potuto. Meno di una settimana prima, Romanda aveva deciso che l’Amyrlin aveva bisogno di un’altra cameriera e aveva scovato Meri fra i profughi che si accalcavano in ogni villaggio fino a quando non venivano cacciati via. Per non essere da meno, Lelaine aveva portato Selame, trovata nello stesso posto. Le due donne erano finite nella tenda di Chesa prima ancora che Egwene venisse a sapere della loro esistenza.

Il principio che aveva indotto a quella scelta era sbagliato; tre cameriere quando non avevano abbastanza denaro per pagare l’esercito ed erano solo a metà strada da Tar Valon; tre cameriere scelte per lei e senza chiederle nulla. Inoltre Egwene ne aveva già un’altra, anche se non riceveva un soldo. Tutti credevano che Marigan fosse la domestica dell’Amyrlin.

Egwene mise la mano sotto al tavolo per rovistare nel sacchetto appeso alla cintura, alla ricerca del bracciale. Doveva indossarlo più spesso, era un suo dovere. Se lo infilò tenendo sempre le mani basse. Era una fascia d’argento fatta in modo tale che la chiusura fosse invisibile una volta bloccato. Era stato creato con l’Unico Potere. Si chiuse sotto al tavolo con uno scatto ed Egwene ebbe l’impulso di toglierlo di nuovo.

Un angolo della sua mente fu inondato da una serie di emozioni e sensazioni, quasi le stesse immaginando per riporle in uno scomparto separato dal resto. Ma non si trattava di immaginazione, era tutto fin troppo reale. Quel bracciale faceva parte di un a’dam e creava un legame fra lei e la donna che ne indossava l’altra metà, un collare d’argento che non poteva essere rimosso da chi lo portava. Le due donne erano collegate una all’altra anche senza abbracciare saidar ed Egwene, che indossava il bracciale, era la guida. ‘Marigan’ adesso dormiva, aveva mal di piedi per aver camminato tutto il giorno e quello precedente, ma anche nel sonno il sentimento che trapelava con maggior forza era la paura; solo l’odio si avvicinava all’intensità della paura in quel torrente che fluiva attraverso l’a’dam. Egwene era riluttante a usarlo per diversi motivi. Perché si sentiva corrosa dalla paura di quella donna, perché in passato anche lei aveva portato il collare e perché sapeva chi era la donna dall’altro lato. Odiava dover condividere qualsiasi cosa con quella creatura.

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