L'anno del sole quieto
- Автор: Такер Уилсон
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- Переводчик: Gianni Aimach
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L'anno del sole quieto». Краткое содержание книги:
Chaney uscì dalla rimessa, e si fermò bruscamente sulla strada. Forse era stata un’illusione prodotta dalla tensione, ma gli era parso di avere notato un movimento nell’erba alta, dall’altra parte della strada. Tolse la sicura al fucile, e camminò in quella direzione. Nella fitta vegetazione non si vedeva niente.
Non c’erano brecce nel recinto, sull’angolo di nord-ovest.
La carcassa bruciata e arrugginita di un camion occupava un punto che un tempo era stato una breccia, ma adesso quel camion faceva parte del recinto riparato. L’apertura era stata riempita di filo spinato, teso e avvolto sopra, sotto, intorno al rottame del camion, fino a farlo diventare parte integrante della barriera; e dell’altro filo spinato era stato avvolto verticalmente e diagonalmente, rendendo impossibile a chiunque, anche a un bambino, di penetrare dal basso. Chaney si diresse verso la seconda breccia. Era stata riempita, la barriera era stata riparata allo stesso modo, e un’antica cavità nel terreno era stata colmata completamente. La barricata era intatta, impenetrabile.
L’erba e gli arbusti crescevano tutt’intorno, altissimi, nascondendo buona parte del recinto. Chaney non si sorprese nel vedere gli stessi talismani raccapriccianti appesi all’angolo di nord-ovest, a guardia della base; si era aspettato di trovarli. Gli scheletri ai quali i teschi appartenevano non c’erano, ma Chaney non aveva visto un solo corpo umano in tutta la base… qualcuno li aveva seppelliti tutti, amici e nemici. I tre teschi penzolavano dalla cima del recinto, guardando con le orbite vuote la pianura sottostante e le rotaie arrugginite della ferrovia, più lontano.
Chaney distolse lo sguardo.
Cercò nell’erba alta, sperando confusamente di trovare qualcosa. Arthur Saltus non era riuscito a scoprire alcuna traccia del maggiore, ma Chaney non poté fare a meno di cercare a sua volta; cercò il minimo indizio, qualcosa che potesse rivelare la presenza dell’uomo in quel punto, sulla scena dell’attacco. Era impossibile rinunciare così alla ricerca, lasciare scomparire nel nulla il maggiore Moresby, senza fare qualche sforzo, senza fare qualche tentativo di scoprire dov’era stato, come era morto, se era morto.
Lontano, da un punto nascosto, il grido gioioso di un bambino ruppe il silenzio del mattino freddo.
Chaney sobbalzò, sbalordito, e per poco non inciampò su un pezzo di metallo nascosto tra l’erba. Si voltò rapidamente, per esplorare l’angolo della base che aveva creduto deserto, e poi guardò indietro, lungo la strada che aveva percorso per arrivare lassù. Udì di nuovo il richiamo del bambino… e poi una voce di donna, che lo chiamava. Dietro di lui. Giù dal pendio. Chaney provò un’eccitazione nuova e ansiosa, si girò e corse verso il recinto. Ed erano laggiù, oltre la barriera.
Li trovò immediatamente: un uomo, una donna, e un bambino di tre o quattro anni, che camminavano lungo le rotaie arrugginite, non molto lontano. L’uomo portava soltanto un bastone di legno, mentre hi donna portava una grossa borsa, una specie di sacco. Il bambino correva dietro di loro, giocando un gioco che doveva avere inventato da poco.
Chaney fu così felice di vederli da dimenticare il pericolo che avrebbe potuto correre, e gridò con tutte le sue forze. Il fucile era un peso incomodo, e lo gettò a terra, per agitare le braccia nella loro direzione.
Ignorando il filo spinato, si arrampicò sul recinto per qualche decina di centimetri, per mostrarsi e attirare la loro attenzione. Gridò di nuovo, e a cenni li invitò a venire da lui.
Il risultato lo lasciò attonito, sconvolto.
I due adulti si guardarono intorno, con una certa sorpresa, guardarono lungo la strada ferrata, nei campi, e finalmente lo scoprirono in piedi sul recinto, proprio sotto i teschi. Rimasero immobili, paralizzati dalla paura, solo per pochi istanti. La donna gridò, come se qualcuno l’avesse colpita, e lasciò cadere la borsa; corse verso il bambino, per proteggerlo. L’uomo corse dietro di lei… la superò… e con un rapido gesto prese tra le braccia il bambino. Il bastone gli cadde di mano. Si voltò solo una volta a fissare Chaney, sospeso a metà del recinto, e poi si mise a correre lungo le rotaie. La donna incespicò… per poco non cadde… e poi corse disperatamente, per restare sulla scia dell’uomo. Il padre si mise il bambino su una spalla… poi, con la mano libera, aiutò la donna, spingendola, incoraggiandola a correre più forte. Fuggirono da lui con tutte le forze che possedevano, con tutta la velocità che riuscirono a raggiungere, e il bambino cominciò a piangere di paura. Era la paura a farli fuggire; la paura correva con loro.
— Tornate indietro!
Si aggrappò alla barriera, senza curarsi del filo spinato, e li seguì con lo sguardo, fino a quando non li vide sparire. L’impalcatura con il suo cartellone traballante e l’erba alta li nascosero, e il pianto del bambino fu soffocato. Chaney rimase là, protendendo le dita attraverso il reticolato.
— Vi prego! Tornate indietro!
L’angolo di nord-ovest del mondo rimase vuoto. Lui scese dal recinto, con le mani sanguinanti.
Chaney raccolse il fucile e si voltò, aprendosi la strada faticosamente tra le erbe e gli arbusti, verso la strada e l’agglomerato di edifici nel cuore della base. Non ebbe il coraggio di voltarsi a guardare. Non aveva mai conosciuto nessuno che fosse fuggito davanti a lui… neppure quei bam4 bini, quei piccoli mendicanti che erano rimasti sulle sabbie del Negev, accoccolati a guardarlo, mentre lui frugava nella sabbia alla ricerca della loro storia dimenticata. Erano sempre stati timidi e diffidenti, quei beduini, ma non erano fuggiti davanti a lui. Lui camminò senza fermarsi, non guardò la rimessa delle inutili automobili, non guardò il centro ricreativo con al centro quella fossa dei rifiuti che era stata una piscina, non guardò i resti delle caserme bruciate e gli anemoni che erano restati di guardia…, non volle guardare niente, perché non voleva più vedere nulla del mondo che era stato, né di quello che aveva scoperto quel giorno. Camminò in silenzio, assaporando il gusto della morte e della decomposizione che circondava ogni cosa.
Elwood Station era un mondo chiuso, un mondo circondato da una barriera che faceva paura, che si ergeva come un’isola di stolido isolamento tra i sopravvissuti di quella violenta guerra civile. C’erano dei sopravvissuti. Erano là fuori, oltre il recinto, ed erano fuggiti davanti a lui… che era rimasto dentro. Le loro paure, i loro terrori erano centrati sulla base: era là il demonio che conoscevano. Era lui il demonio che avevano intravisto per un istante.
Ma la base aveva un abitante… non un visitatore, non un saccheggiatore venuto dal mondo esterno, che si serviva delle provviste durante l’inverno, ma un abitante permanente. Un demone che abitava là, e che aveva riparato il recinto e appeso quegli orribili talismani per tenere lontano i sopravvissuti, un abitante cristiano che aveva scavato una fossa e vi aveva posto sopra una croce.
Chaney si fermò, al centro del parcheggio.
Davanti a lui: le pareti impenetrabili del laboratorio si levavano, come un grande tempio grigio, in un campo d’erba e di sterpi. Davanti a lui: un monticello ili argilla giallastra accanto a una cisterna nabatea si ergeva come un anacronistico pollice, con una tomba solitaria accanto. Davanti a lui: un carro a due ruote, fatto di legno e di ruote prese da macchine ben più perfezionate.
Da qualche parte, dietro di lui: un paio d’occhi che lo fissava.
Capitolo sedicesimo
Brian Chaney estrasse di tasca le chiavi, e aprì la porta delle operazioni. Due lampade erano posate sul primo gradino, ma non si udì suonare un campanello, in basso, quando la porta si aprì. Un fiotto d’aria stantia uscì dalla porta, e si perse nell’aria fresca e tersa del mattino. Il sole era alto… quasi allo zenit… ma la giornata era fredda, e non prometteva di diventare più calda. Chaney fu lieto di avere indossato il cappotto.