L'anno del sole quieto
- Автор: Такер Уилсон
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- Переводчик: Gianni Aimach
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L'anno del sole quieto». Краткое содержание книги:
Saltus sparò in rapida successione nella porta traballante, e come risposta udì un grido di dolore; sparò di nuovo, e poi si arrampicò sul cofano della macchina, per affacciarsi sulla porta. L’uomo che urlava era disteso a terra, e si stringeva il petto insanguinato. Un negro alto e magro era appoggiato alla parete opposta, e stava prendendo la mira per sparargli. Saltus sparò senza sollevare il fucile, e poi, deliberatamente, si girò e finì con un colpo nella fronte l’uomo che si torceva disperatamente al suolo. Le grida terminarono.
Per un istante il mondo fu avvolto nel silenzio.
Saltus disse: — E adesso, cosa diavolo…
Un colpo di violenza incredibile lo scosse, un colpo alla schiena, che gli tolse il fiato e gli fece morire in gola la frase che aveva iniziato, e poi Saltus udì il rumore dello sparo, che pareva giungere da distanze inimmaginabili. Barcollò e cadde in ginocchio, mentre un incendio furioso esplodeva nella sua spina dorsale, e risaliva fino al cranio. Un altro sparo lontano ruppe la pace di quel mondo silenzioso, ma questa volta Saltus non sentì nulla. In ginocchio, cercò di voltarsi per affrontare la minaccia.
Il ramjet si stava arrampicando sul cofano della macchina, per prenderlo.
Impacciato, come un uomo proteso a nuotare tra le sabbie mobili, Saltus sollevò il fucile, e cercò di prendere la mira. L’arma era pesante, quasi troppo per essere mossa; Saltus si muoveva, con un movimento lento e dolorosissimo. Il ramjet si gettò su di lui, cercando di prendergli il fucile o di immobilizzarlo. Saltus guardò il viso, ma il viso non era che una chiazza confusa, che non poteva inquadrare chiaramente. Qualcuno, dietro il viso, torreggiava sopra di lui, grande come una montagna; le mani di qualcuno afferrarono la canna del fucile, pei strappargliela. Saltus tirò il grilletto.
Il viso torreggiante cambiò: si disintegrò in un confuso turbine di ossa, sangue e pelle, si disintegrò come l’auto elettrica di William sotto il fuoco di un mortaio. Il viso confuso scomparve, mentre un tuono tremendo riempiva la garitta e faceva scuotere la porta divelta. Un enorme frammento della montagna ondeggiò sopra di lui, minacciando di seppellirlo, al momento della caduta. Saltus cercò, disperatamente, di allontanarsi, strisciando sul terreno.
Il corpo che cadeva lo colpì sulle ginocchia, e fece schizzare via il fucile. Saltus rimase sepolto dalla massa, cercando di respirare, disperatamente, e pregando Dio di non venire schiacciato.
Arthur Saltus aprì gli occhi e vide che la luce del giorno se ne era andata. Un peso intollerabile lo schiacciava sul pavimento della garitta, e un dolore insopportabile scuoteva il suo corpo.
Muovendosi faticosamente — ogni movimento gli costava un tremendo dolore — ma avanzando solo di pochi centimetri per volta, cercò di uscire dalla massa che lo schiacciava, di rovesciarla. Dopo minuti — oppure ore? — di sforzi disperati, riuscì a emergere e a inginocchiarsi, e si tolse lo zaino che gli produceva un dolore martellante alla schiena; prima di gettare via la borraccia, cercò di bere, versando molta acqua sul terreno. Il fucile giaceva al suolo, accanto alle sue gambe, ma con sorpresa si accorse di non avere nella mano e nel braccio la forza sufficiente per raccoglierlo. Gli occorse un periodo che gli parve di un’ora per estrarre di sotto il pesante giaccone a pelo l’automatica.
Un tempo incredibile fu trascorso a strisciare sullo stesso cofano, per uscire. Con una spinta, fece cadere al suolo la pistola. Saltus si piegò, toccò l’arma, tentò d’impugnarla, e la testa gli girò; fu costretto ad abbandonare l’arma per salvarsi. Si afferrò alla maniglia, e riuscì a mettersi in piedi. Dopo qualche tempo tentò di nuovo, e riuscì soltanto a impugnarla, e la testa gli girò; fu costretto ad abbandonare l’arma per salvarsi. Si afferrò alla maniglia, e riuscì a mettersi in piedi. Dopo qualche tempo tentò di nuovo, e riuscì soltanto a impugnare la pistola e a rialzarsi, prima di essere sopraffatto da una nuova ondata di nausea. Si voltò, e vomitò nella neve.
Saltus salì a bordo dell’auto, e innestò la marcia indietro, allontanandosi dalla porta della garitta di guardia. Aprendo un finestrino per ricevere lo stimolo dell’aria gelida, mosse di nuovo l’auto, e si diresse verso il parcheggio. L’auto zigzagò nella neve, ma questa volta Saltus non si divertiva alle evoluzioni del veicolo. L’auto cadde da un marciapiede e scivolò nella neve, slittando fino a rimbalzare contro il marciapiede opposto; avrebbe prodotto danni gravi all’occupante, se la velocità fosse stata maggiore. Saltus non aveva più la forza di spingere il freno, e la piccola auto si fermò solo quando urtò la parete di cemento del laboratorio. Saltus fu proiettato contro il volante, e poi cadde fuori, sulla neve. Una sottile traccia di sangue segnò il suo cammino incerto dall’auto alla porta con le serrature gemelle.
La porta si aprì facilmente… tanto facilmente che un angolo fievole della sua mente ottenebrata si incuriosi: aveva inserito entrambe le chiavi nelle serrature, prima di aprire la porta? Aveva usato le chiavi?
Arthur Saltus cadde, rotolando lungo la scala, perché non riuscì a fermarsi in tempo.
La pistola gli era sfuggita di mano, ma non ricordava dove l’aveva perduta; la bottiglia di bourbon, per festeggiare il suo compleanno, gli era sfuggita di tasca, ma non ricordava di averla vuotata oppure gettata via; e aveva perduto le chiavi della porta. Saltus giacque sul dorso, sul pavimento polveroso, guardando le luci e le scale che portavano alla porta chiusa. Non ricordava di avere chiuso quella porta.
Una voce disse: — Cinquanta ore.
Capì che stava perdendo i contatti con la realtà, capì che stava passando dei periodi di delirio febbrile, tra i quali s’inserivano momenti di lucidità fredda e dolorosa. Avrebbe voluto dormire su quel pavimento, avrebbe voluto girarsi, affondare il viso nella polvere e lasciare che il fuoco che infuriava nella schiena si estinguesse. Il panciotto protettivo di Katrina gli aveva salvato la vita, pei un pelo. La pallottola… una o più d’una?… era affondata nella schiena, ma senza il panciotto avrebbe attraversato tutto il petto, uscendo dall’altra parte e squarciando la gabbia toracica. Grazie, Katrina.
Una voce disse: — Cinquanta ore.
Cercò di alzarsi, ma ricadde disteso sul viso. Cercò di inginocchiarsi, ma ricadde, battendo di nuovo il viso. Non gli erano rimaste molte energie. Le forze gli stavano sfuggendo. All’unisono con lo scandito trascorrere di un’eternità, strisciò sul ventre, dirigendosi verso il TDV.
Arthur Saltus lottò per un’ora, per scalare il fianco del veicolo. La lucidità gli stava sfuggendo, scomponendosi in un mare di fantasie deliranti, di nausea e di torpore: provò diverse allucinazioni. In una, gli parve che qualcuno gli stesse sfilando gli stivali pesanti… e poi che qualcuno gli togliesse i pesanti indumenti invernali, e cercasse di togliergli gli abiti. Quando, alla fine, cadde a testa in giù attraverso il portello aperto del veicolo, ebbe l’impressione delirante che qualcuno, da fuori, lo avesse aiutato a scavalcare il bordo.
Una voce disse: — Spingi il pedale.
Giacque sullo stomaco sulla griglia, con il viso nella direzione sbagliata, e ricordò che i tecnici non avrebbero recuperato il veicolo se non al termine delle cinquanta ore. L’avevano fatto, quando William non era ritornato, e il veicolo era emerso dopo sessantuno secondi, senza il suo passeggero. Qualcosa era sotto di lui, e gli faceva male, spingeva una gabbia toracica già dolorante oltre ogni possibilità di sopportazione. Saltus riuscì a togliere l’oggetto che gli faceva male, e scoprì che si trattava di un registratore. Lo spinse in direzione del pedale, ma l’oggetto cadde a pochi centimetri dalla destinazione. L’allucinazione chiuse rumorosamente il portello, sopra di lui.