L'anno del sole quieto
- Автор: Такер Уилсон
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- Переводчик: Gianni Aimach
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L'anno del sole quieto». Краткое содержание книги:
Otto anni e mezzo dopo il giorno in cui Arthur Saltus aveva vissuto il suo disastroso cinquantesimo compleanno, dieci anni dopo che il maggiore Moresby era morto in quello scontro al recinto, il reattore nucleare che aveva alimentato il laboratorio si era guastato, o le linee erano state distrutte. Avrebbero potuto essersi consumate per mancanza di pezzi di ricambio; i trasformatori potevano essere saltati; poteva essersi verificato un corto circuito; il combustibile nucleare poteva essersi esaurito; avrebbero potuto accadere cento o mille cose, per interrompere l’emissione di energia. Una era accaduta, senz’altro. L’energia non c’era più.
Chaney non poteva sospettare neppure lontanamente da quanto tempo l’energia era cessata; sapeva soltanto di trovarsi in una data oltre il 4 marzo 2009.
Il guasto poteva essersi verificato la settimana scorsa, il mese scorso, o in qualsiasi momento degli ultimi cento anni. Non aveva chiesto ai tecnici la data precisa del suo obiettivo, ma aveva immaginato che essi l’avrebbero mandato nel futuro un anno dopo Saltus, per compiere una ricognizione della base. La supposizione era sbagliata… oppure il veicolo aveva sbagliato per la seconda volta. Cupamente, Chaney concluse che la cosa non aveva importanza… non aveva la minima importanza. Quella missione nata sotto una cattiva stella era quasi finita; sarebbe finita, non appena lui avesse ultimato un giro finale della base, e fosse ritornato con il suo rapporto.
Riportò le lampade nel deposito.
La radio attirò la sua attenzione. Chaney cercò un pacco sigillato di batterie, e infilò il numero prescritto nell’apparecchio. Cercò lungo le lunghezze d’onda dei canali militari, avanti e indietro, avanti e indietro, senza alcun risultato. Alzò il volume al massimo, e appoggiò lo strumento all’orecchio, ma non sentì neppure il fruscio dell’etere, neppure una scarica statica, niente di niente. Questo indicava che le batterie non erano sopravvissute il passaggio del tempo. Chaney buttò da una parte la radio, che ormai non serviva a nutrire, e si preparò alla ricognizione.
Era deluso per non avere trovato un messaggio di Katrina, come durante l’esplorazione sperimentale.
Indossò prima di tutto il panciotto protettivo. Arthur Saltus lo aveva avvertito, gli aveva dimostrato il valore protettivo di quel piccolo indumento cosi inconsistente all’apparenza: Saltus era sopravvissuto solo perché l’aveva indossato.
Poiché non conosceva la stagione nella quale era emerso… solo la temperatura esterna… Chaney indossò un paio di stivali, e infilò un cappotto pesante, infilandosi in tasca un paio di guanti imbottiti. Prese un fucile, lo caricò come gli aveva insegnato Moresby, e vuotò una scatola di cartucce in tasca. La mappa non aveva alcun interesse, per lui: le ricognizioni a Chicago e a Joliet erano state immediatamente annullate, e ora il suo campo d’azione era limitato solo a Elwood Station. Eseguire un rapido controllo, e ritornare subito alla base di partenza. Katrina aveva detto che il presidente e i suoi ministri stavano aspettando il rapporto finale, prima di decidere una linea d’azione atta a rimediare la tragica situazione futura. La chiamavano “formulazione di una politica di polarizzazione positiva”, e solo loro sapevano cosa accidenti volesse dire quella frase.
Un ultimo giro della base, e la missione sarebbe finita; avrebbe conosciuto solo quello, del futuro.
Chaney prese una borraccia d’acqua, poi infilò in un piccolo zaino delle provviste e dei fiammiferi, e si mise a tracolla il tutto; non si aspettava, comunque, di restare fuori tanto a lungo da averne bisogno. Fu lieto che le vecchie batterie non funzionassero… così aveva una scusa per lasciare nel deposito la radio e il registratore… ma infilò una pellicola nella macchina fotografica, perché Gilbert Seabrooke aveva richiesto una documentazione fotografica della distruzione di Elwood Station. La descrizione verbale fornita da Saltus era stata deprimente. Un’ultima, veloce ricerca nella stanza non gli mostrò altri articoli che, a suo avviso, avrebbero potuto servirgli nel corso della ricognizione.
Chaney si umettò le labbra, secche per l’apprensione e l’angoscia, e lasciò il deposito.
Il corridoio terminava davanti alle scale che portavano all’uscita delle operazioni. Il cartello che aveva proibito di portare armi oltre la porta era stato cancellato; una chiazza di vernice nera copriva tutte le lettere, nascondendo le parole e vuotando di significato l’avviso. Il cartello era stato incollato alla porta; la vernice era stata passata sul cartello. Chaney controllò l’ora, e lasciò le due lampade sull’ultimo gradino, in attesa del suo ritorno. Infilò le chiavi nelle serrature gemelle, e uscì, esitante, all’aria aperta.
La giornata era limpida, piena di sole, ma freddissima. Il cielo era come nuovo, azzurro, e libero di aerei; pareva pulito da poco, era un cielo diverso da quel cielo inquinato, pieno di foschie e di smog, che aveva conosciuto fin quasi dalla nascita. Bianche chiazze di brina resistevano all’ombra, dove i raggi del sole non le avevano ancora toccate.
L’orologio indicava le nove e trenta, e Chaney pensò che l’ora doveva essere quasi esatta… il chiarore del mattino era ancora fresco.
Un carretto a due ruote lo aspettava, nel parcheggio.
Chaney guardò quella rozza apparizione, senza riuscire a credere ai propri occhi; era preparato a vedere quasi tutto, ma non quello. Il carro non era stato costruito con molta perizia, era stato messo assieme con legno usato, un’asse e un paio di ruote staccate da una delle piccole auto elettriche che Saltus aveva descritto. Per tenere assieme i quattro lati e le fiancate, dove i chiodi non erano serviti, era stato utilizzato del filo metallico, preso da qualche macchinario; i pneumatici erano marciti già da molto tempo, e il carro procedeva sulla parte metallica delle ruote. Non era stato certo un abile falegname a preparare il tutto.
Il secondo oggetto che attirò la sua attenzione fu un piccolo monticello di argilla, nello spazio che un tempo era stato un giardino. L’erba e gli sterpi crescevano ovunque, e l’erba era incredibilmente alta, e nascondeva in parte la visione della base, celando quasi completamente il monticello giallastro; l’erba cresceva alta intorno al parcheggio, e oltre, e negli spazi aperti che circondavano gli edifici dall’altra parte della strada. Erba e sterpi e cespugli riempivano il mondo a perdita d’occhio, e Chaney ricordò la prateria percorsa da mandrie di bisonti che, si diceva, si era estesa in quei luoghi, quando l’Illinois era stato un territorio ni diano. Il tempo aveva compiuto la trasformazione… il tempo, e l’abbandono. Da quanto tempi i prati della base non erano stati affidati alle cure di un giardiniere?
Muovendosi cautamente, fermandosi spesso a esplorare la zona che si stendeva davanti a lui, Chaney si avvicinò al monticello giallastro.
Quando fu più vicino, scoprì una pista appena visibile, che partiva dal bordo dell’edificio, attraversava il giardino e si dirigeva verso il monticello d’argilla. La seconda scoperta fu ugualmente improvvisa. Accanto al sentiero… quasi invisibile, nell’erba alta… scorreva un rigagnolo, un minuscolo canale fatto con vecchie grondaie staccate da qualche edificio, e trasformate per servire allo scopo di raccogliere l’acqua. Un acquedotto rozzo e primitivo, accanto a un sentiero appena accennato. Chaney si fermò bruscamente, sorpreso, e fissò la vecchia grondaia e il monticello vicino, immaginando già, quasi, ciò che avrebbe scoperto. Continuò ad avvicinarsi cautamente.
Giunse improvvisamente in una radura, uno spazio aperto nell’erba alta, e trovò la costruzione: una cisterna, con un rozzo coperchio di legno. Accanto alla cisterna erano posati un secchio e una fune.
Chaney, lentamente, girò intorno alla cisterna e all’argilla accumulata durante lo scavo, e per poco non inciampò in un altro canale, fatto della stessa materia; il secondo acquedotto andava verso l’edificio del laboratorio, attraverso l’erba e gli sterpi… probabilmente per raccogliere l’acqua che scendeva dal tetto. Il monticello d’argilla non era recente. Preso da una curiosità fortissima, si inginocchiò e tolse il coperchio, e vide una cisterna piena d’acqua per metà. Le pareti del pozzo erano fatte di vecchi mattoni e di pietre, ma l’acqua era singolarmente pulita, e Chaney cercò di scoprirne il perché. Dei filtri, fatti con delle tendine da finestra, erano stati posti al termine di ogni condotto, per proteggere la cisterna dall’arrivo di rifiuti o di piccoli insetti; c’era anche una sottile rete metallica, prima dei secondi filtri. Le grondaie erano sgombre di foglie e di rifiuti, ed era stato compiuto il tentativo di sigillare le giunture con una sostanza catramosa.