Chaney era apprensivo.
La luce rossa si spense. Allungò la mano per aprire e spingere il portello. La luce verde si spense. Chaney afferrò le due maniglie e si issò in una posizione più comoda, con la testa e le spalle che sporgevano dall’apertura. Sperò di essere solo nella stanza… il veicolo era immerso nel buio più completo. L’aria era fredda, pungente, e sapeva di ozono. Uscì dal portello, e scavalcò il bordo. Saltus lo aveva avvertito del fatto che la scaletta non c’era, e così Chaney si calò cautamente a terra, e rimase vicino al serbatoio di poliacqua per un momento, cercando di orientarsi. L’oscurità era completa, intorno a lui: non vedeva niente, non sentiva niente all’infuori del suono rauco del suo respiro.
Brian Chaney allungò le mani, per chiudere il portello, ma poi si fermò… il TDV era il suo unico contatto con la base di partenza. L’unico cordone ombelicale con il suo mondo e il suo tempo, e perciò era più saggio lasciare quel portello aperto, in attesa. Tese le mani, cercando l’armadietto; ricordava approssimativamente l’ubicazione, e così fece qualche passo esitante nelle tenebre, e andò a sbattere contro il mobile. Il suo vestito era appeso all’interno di un involucro di carta, coperto di polvere; era stato preparato da un lavasecco che ora si trovava a molti anni di distanza nel passato, e le scarpe erano sul fondo dell’armadio, sotto il vestito. Una pistola automatica…, la cui presenza era frutto delle insistenze di Arthur Saltus… era un rigonfio fastidioso nella tasca della giacca.
La presenza dell’arma aumentò la sua apprensione.
Chaney non si disturbò a controllare l’ora: il suo orologio non aveva un quadrante fluorescente, e sul muro non si vedeva niente. Uscì in fretta dalla stanza buia.
Lentamente camminò lungo il corridoio, in un nero silenzio spettrale, verso il deposito; la polvere sollevata dai suoi passi gli fece provare il bisogno di starnutire. Trovò a tentoni la porta del deposito, e l’aprì con una spinta, ma le luci automatiche non si accesero. Chaney cercò l’interruttore manuale, accanto alla porta, lo abbassò, ma rimase al buio: l’energia elettrica non c’era e il tecnico che aveva tenuto la conferenza era stato un bugiardo. Ascoltò attentamente, cercando di scoprire qualche rumore nella stanza invisibile. Non aveva fiammiferi, non aveva un accendisigari… era la penale che tutti i non fumatori pagavano quando c’era bisogno di luce o di fuoco… e rimase fermo, per un momento, indeciso sul da farsi, cercando di ricordare dove fossero immagazzinati gli strumenti e le lampade a petrolio. Gli sembrava che fossero negli armadi metallici, lungo la parete opposta, vicino alla sezione degli abiti pesanti.
Chaney avanzò sul pavimento, al buio, desiderando di avere quel presuntuoso, tronfio tecnico con lui, in quella stanza, al buio.
Si scontrò con una scatola vuota, e sobbalzò, impaurito; con un calcio, allontanò la scatola, che prima di fermarsi urtò un altro oggetto. Saltus si era lamentato del pessimo governo della casa, e Katrina aveva scritto un promemoria. Dopo un periodo di avanzata al buio, a tentoni, il gonfiore della tasca — l’indesiderata pistola — colpì uno spigolo del banco di lavoro, e Chaney allungò le mani per esplorarne la superficie. Una radio… collegata all’antenna… una lampada, delle scatolette vuote, una grossa scatola, un certo numero di oggetti metallici che le sue dita non riuscirono immediatamente a identificare, e una seconda lampada. Chaney esitò appena un istante sugli oggetti, poi continuò la sua esplorazione a tentoni. Le sue dita trovarono una scatola di fiammiferi; i serbatoi delle due lampade gorgogliarono in maniera rassicurante, quando lui li scosse. Accese le due lampade, e si voltò per guardare il locale. Chaney non voleva considerarsi un vigliacco o un pauroso, ma tenne la mano nella tasca che ospitava la pistola, quando si voltò a guardare nella penombra.
Il saccheggiatore era ritornato ad attingere provviste.
Dall’aspetto del posto, l’uomo doveva avere trascorso laggiù gli ultimi inverni, oppure aveva invitato anche i suoi amici.
Una terza lampada era posata a terra, vicino alla porta, e se lui avesse fatto un passo o due di lato avrebbe inciampato, rovesciandola. Accanto alla lampada c’era una scatola di fiammiferi. Un numero incredibile di scatole di cibo vuote era accumulato contro una parete, insieme a una collezione di contenitori d’acqua, e Chaney si chiese per quale motivo lo sconosciuto visitatore non aveva gettato via le scatole, bruciandole all’esterno, per liberare il posto dalla confusione. Chaney contò le scatole e i contenitori con crescente meraviglia, e cercò di calcolare quanti anni fossero passati dall’arrivo di Arthur Saltus a quel giorno. Questo gli ricordò di guardare l’orologio: le nove meno cinque. Ebbe il fastidioso sospetto di essere stato mandato dal TDV nella data sbagliata; era certo che la macchina avesse commesso un nuovo errore. Una sacca di plastica era stata aperta… come diceva Saltus nel suo rapporto… e un buon numero di abiti pesanti mancava dalle scansie. Mancavano anche numerose paia di stivali. La sacca che conteneva i guantoni imbottiti era caduta a terra, e un guanto era caduto da una parte, e nessuno l’aveva notato, al buio.
Malgrado la confusione di scatole e di contenitori, al suolo non era stata versata una briciola di cibo; chi aveva fatto razzia aveva usato tutto. Non erano visibili neppure segni di topi o di altri animaletti.
Si girò verso il reparto delle armi. Cinque fucili erano stati presi, oltre a un numero indeterminato di pistole automatiche e di mitragliatrici. Immaginò, senza controllare, che fosse sparito anche un numero adeguato di munizioni. Il maggiore Moresby e Saltus dovevano avere preso due dei fucili.
I piccoli oggetti metallici sul banco di lavoro erano i gradi che Moresby aveva staccato dall’uniforme, e Saltus aveva spiegato per quale motivo essi dovevano essere rimossi in una zona di guerra. Le scatolette vuote avevano contenuto bobine per i registratori, pellicole di nylon, e cartucce; lo scatolone rimasto conteneva il suo panciotto a prova di proiettili. La mappa rivelava il solito strato di polvere. La radio era ormai inutile… inutile, a meno che la riserva di batterie non fosse sopravvissuta agli anni trascorsi.
Anni: tempo.
Chaney prese entrambe le lampade, e ritornò nella stanza che ospitava il TDV. Si diresse verso la parete opposta, e guardò il calendario e l’orologio. Si erano fermati entrambi, quando l’energia era mancata.
L’orologio indicava pochi minuti dopo mezzogiorno, o dopo mezzanotte. Il calendario aveva cessato di misurare il tempo il 4 Mar 09. Soltanto il termometro offriva un dato significativo: 6 gradi sopra lo zero.