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La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]

Электронная книга - «La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]». Краткое содержание книги:

L’impero della Terra si estende attraverso una miriade di mondi, mondi antichi ma anche giovani e freschi e ribelli, disseminati nella sconfinata immensità degli spazi galattici. Un impero richiede forza e controllo: un impero diffuso attraverso gli anni luce è un impero destinato a sfaldarsi sotto la spinta di innumerevoli forze disgregatrici. Le colonie stellari più remote sono ansiose di affrancarsi dal gioco pesante del pianeta madre… che ha creato un’avida compagnia interstellare, la Multiplanetaria del Sole, per privare di ogni ricchezza i mondi dei pionieri. Ma la Lega delle Grandi Stelle decide di opporsi a queste spinte contraddittorie... e il nodo cruciale della situazione diventa una titanica stazione siderale situata nel sistema nel Sole di Pell, una colossale base cosmica nota nella Galassia umana come “la Porta dell’Infinito”. E in questa complessa partita a scacchi tra la Terra e la Confederazione dei Grandi Abissi, s’inserisce il fattore vitale della Lega dei Mondi Ribelli… uno scontro tra forze contrastanti ciascuna delle quali può muovere le stelle e i soli della Galassia, forze tra le quali nessuna sembra avere la possibilità di vincere realmente la battaglia… Un gigantesco, splendido affresco galattico, uno dei grandi cicli della fantascienza moderna: tutto questo, e molto di più, è La Lega dei Mondi Ribelli.

Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1982.
Nominato per il premio Locus in 1982.
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Avevano un unico vantaggio sulle nuove, agili navi della Confederazione, sulle splendide attrezzature, sugli equipaggi giovani, perfettamente addestrati e pronti a ogni evenienza. La Flotta aveva esperienza, poteva spostare le sue navi rabberciate con una precisione che gli ottimi strumenti della Confederazione non avevano ancora eguagliato, con un’audacia che la mentalità conservatrice e l’aderenza ai regolamenti scoraggiavano nei comandanti della Confederazione.

Potevano perdere una nave, in un’operazione di quel tipo, e forse più di una, potevano uscire troppo vicino, eliminarsi a vicenda. Era probabile che potesse capitare. Contavano sulla leggendaria fortuna di Mazian. Quello era il loro margine di vantaggio; fare quello che nessun individuo sano di mente avrebbe fatto, e approfittare del fattore sorpresa.

Gli schemi si susseguirono sullo schermo, uno dopo l’altro. Si scambiarono opinioni, ma soprattutto ascoltarono e annuirono, perché avevano poche obiezioni da fare. Fecero una pausa per il pranzo, poi ritornarono nella sala e terminarono la discussione.

— Un giorno di riposo — disse Mazian. — Partiremo alla primalba di dopodomani. Regolate i computer; controllate e ricontrollate.

Annuirono e si separarono, e ognuno ritornò alla sua nave, e anche quel commiato aveva un sapore speciale… il presagio che, al loro successivo incontro, sarebbero stati meno numerosi.

— Ci rivedremo all’inferno — mormorò Chenel, e Porey sogghignò.

Un giorno per trasmettere tutto ai computer; e poi l’appuntamento.

CAPITOLO QUINTO

STAZIONE CYTEEN: AREA DI SICUREZZA: 14/9/52

Ayres si svegliò, senza sapere bene che cosa l’avesse destato, nel silenzio del loro alloggio. Marsh era tornato… per l’ennesima volta si erano spaventati, quando non li aveva raggiunti dopo la ricreazione. La tensione ossessionava Ayres. Si rendeva conto che da un po’ di tempo dormiva troppo teso, perché gli dolevano le spalle e aveva le mani contratte. Adesso stava immobile, con il viso imperlato di sudore, senza sapere quale fosse la ragione.

La guerra dei nervi non era finita. Azov aveva ottenuto quel che voleva, un messaggio che richiamava Mazian. Adesso stavano discutendo su alcuni punti degli accordi secondari, per il futuro di Pell, che Jacoby dichiarava di cedere alla Confederazione. Aveva ottenuto le ore di ricreazione, ma continuavano ad essere inutilmente trattenuti durante i colloqui, e assillati come prima da tattiche fastidiose. Sembrava che il suo appello ad Azov avesse aggravato la situazione, perché da cinque giorni Azov era inaccessibile… se ne era andato, affermavano i suoi subordinati, e le difficoltà che adesso erano sorte sapevano di premeditazione.

Fuori qualcuno si stava avvicinando. Passi smorzati. La porta si aprì, senza che il visitatore si annunciasse. La Dias si affacciò nella stanza. — Segust — disse, — venga. Deve assolutamente venire. È Marsh.

Ayres si alzò, prese la vestaglia, e seguì la Dias. Anche Karl Bela stava uscendo dalla camera accanto. La stanza di Marsh era dall’altra parte del salotto, vicino a quella della Dias, e la porta era aperta.

Marsh si era impiccato con la sua cintura, appesa ad un gancio che reggeva una lampada mobile, e girava lentamente su se stesso. La faccia era orribile. Ayres restò impietrito per un istante, poi spostò la sedia che era scivolata di lato, salì, e cercò di staccare Marsh. Non aveva un coltello, non aveva niente per tagliare la cintura. Era penetrata nel collo di Marsh, e Ayres non poteva staccarla e sostenere nello stesso tempo il corpo. Bela e la Dias cercarono di aiutarlo, reggendo le ginocchia di Marsh, ma non servì a nulla.

— Dobbiamo chiamare la sicurezza — disse la Dias.

Ayres scese dalla sedia, ansimando, guardò gli altri due.

— Forse avrei potuto impedirglielo — disse la Dias. — Ero ancora sveglia. Ho sentito dei rumori, un certo trambusto. Poi alcuni suoni strani. Quando sono cessati, all’improvviso, così a lungo… finalmente mi sono alzata e sono venuta a vedere.

Ayres scrollò la testa, guardò Bela, poi andò in salotto, al quadro del comunicatore vicino alla porta, e chiamò la sicurezza. — È morto uno dei nostri — disse. — Mi faccia parlare con un responsabile.

— La richiesta verrà inoltrata — rispose una voce. — La sicurezza sta arrivando.

Il contatto fu interrotto.

Ayres sedette, con la testa fra le mani, cercò di non pensare all’orribile cadavere che ruotava lentamente nella stanza accanto. Era inevitabile; aveva temuto di peggio, e cioè che Marsh crollasse nelle mani dei suoi tormentatori. A modo suo era un uomo coraggioso, non aveva ceduto. Ayres cercava di convincersene.

O forse era il rimorso? Il rimorso avrebbe potuto spingerlo al suicidio.

La Dias e Bela erano seduti vicino a lui e attendevano, cupi, con i capelli ancora in disordine. Ayres cercò di pettinarsi con le dita.

Gli occhi di Marsh. Non voleva pensarci.

Passò molto tempo. — Che cosa aspettano? — chiese Bela, e Ayres recuperò un po’ di lucidità; lo guardò duramente, rimproverandogli quella manifestazione di umanità. Era la solita guerra; continuava nonostante questo, soprattutto dopo questo.

— Forse dovremmo tornare a letto — disse la Dias.

In un altro momento e in un altro luogo sarebbe stata una proposta demenziale. Lì era logica. Avevano bisogno di riposare. Era in atto uno sforzo sistematico per non farli dormire. Ancora un po’ e si sarebbero ridotti tutti come Marsh.

— Probabilmente arriveranno tardi — dichiarò Ayres, a voce alta. — Tanto vale che torniamo a letto.

Come se fosse la cosa più razionale del mondo, si ritirarono nelle loro stanze. Ayres si tolse la vestaglia e l’appese sulla sedia accanto al letto; pensò, ancora una volta, che era fiero dei suoi compagni perché avevano resistito così bene, e che odiava… odiava la Confederazione. Non era compito suo odiare, ma solo ottenere risultati. Marsh era libero, finalmente. Si chiese come la Confederazione trattasse i propri morti. Forse li macinava per ricavare fertilizzanti. Sarebbe stato tipico di una società simile. Economico. Povero Marsh.

C’era da aspettarsi che la Confederazione si comportasse in un modo studiato apposta per irritarli. Ayres si era appena messo a letto, portando la mente a un livello che escludeva i pensieri lucidi e chiudendo gli occhi nel tentativo di dormire, quando la porta esterna si apri, i passi risuonarono nel salotto, la porta della sua stanza si aprì bruscamente, e i soldati armati apparvero, stagliati in controluce.

Si alzò in piedi, con calma studiata.

— Si vesta — disse un soldato.

Ayres obbedì. Era inutile discutere con i manichini.

— Ayres — disse il soldato, facendo un cenno con il fucile. Erano stati condotti in uno degli uffici, lui e la Dias e Bela, e fatti sedere per almeno un’ora su scomode panche, in attesa di qualcuno. Presumibilmente, la sicurezza aveva bisogno di esaminare con cura l’appartamento. — Ayres — disse il soldato una seconda volta, bruscamente, indicandogli di alzarsi e di seguirlo.

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