La cittadella dell'Autarca [The Citadel of the Autarch - it]
- Автор: Вулф Джин Родман
- Серия: Libro del Nuovo Sole #4
- Год: 1984
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0497-X
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La cittadella dell'Autarca [The Citadel of the Autarch - it]». Краткое содержание книги:
— Ti piacerebbe vedere il tuo vecchio bacele? Sono lontani sulla destra, ma credo di poterli localizzare per te.
L’Autarca si era seduto ai controlli. Quasi tutti i macchinari che avevo avuto modo di vedere erano quelli di Typhon, di Baldanders e quelli che Maestro Gurloes controllava nella Torre Matachin. Era di quelle macchine, non della soffocazione, che avevo paura, ma lottai contro il timore.
— Quando mi hai salvato, la scorsa notte, hai detto di non sapere che facevo parte del tuo esercito.
— Ho fatto indagini mentre dormivi.
— E sei stato tu ad ordinarci di avanzare?
— In un certo senso… Io ho emesso l’ordine che ha provocato il vostro movimento, anche se non ho avuto nulla a che fare direttamente con il bacele. Sei risentito per quello che ho fatto? Quando ti sei arruolato, credevi che non avresti mai dovuto combattere?
Stavamo muovendo verso l’alto, cadendo, come avevo un tempo temuto, nel cielo. Ma rammentai il fumo e lo squillo della tromba d’ottone, i soldati trasformati in poltiglia rossa dai colpi sibilanti, ed il mio terrore si tramutò in rabbia.
— Non sapevo nulla della guerra. Quanto ne sai tu? Hai mai partecipato ad una vera battaglia?
Mi guardò da sopra la spalla, gli occhi azzurri lampeggianti.
— Ho partecipato a migliaia di battaglie. Tu sei due entità, per come la gente conta solitamente. Quante entità credi che io sia?
Mi ci volle molto tempo per rispondergli.
XXV
LA PIETÀ DI AGIA
All’inizio, pensai che non potesse esserci nulla di più strano che vedere l’esercito stendersi sulla superficie di Urth fino a giacere dinnanzi a noi come una ghirlanda, corrusco di armi e di armature, multicolore, con gli anpiels alati che volteggiavano su di esso, quasi alla nostra stessa altitudine, girando in cerchio e levandosi sulla brezza mattutina.
Poi contemplai qualcosa di ancora più strano. Era l’esercito degli Asciani, un esercito fatto di bianchi acquosi e di neri grigiastri, rigido quanto il nostro era fluido, spiegato verso il nord dell’orizzonte. Andai a prua per osservarlo.
— Te li potrei mostrare meglio e più da vicino — mi disse l’Autarca, — ma vedresti solo volti umani.
Mi resi conto che mi stava mettendo alla prova, anche se non capivo come.
— Fammeli vedere — ribattei.
Quando avevo cavalcato con gli schiavoni ed avevo osservato le nostre truppe entrare in azione, ero stato colpito dalla loro aria di debolezza nella massa, la cavalleria che avanzava e fluiva come un’onda che s’infranga contro una grande forza e poi si ritiri ridotta a semplice acqua, troppo debole per reggere al peso di un topo, pallida sostanza che un bambino può raccogliere nelle mani. Anche i peltasti, con i loro ranghi serrati e gli scudi lucenti, mi erano parsi poco più formidabili di una serie di giocattoli disposti sul tavolo. Constatai ora quanto apparissero forti le formazioni del nemico, rettangoli che contenevano macchine grosse quanto una fortezza e migliaia di soldati schierati spalla a spalla.
Ma su uno schermo inserito nel pannello dei comandi, vidi, guardando sotto le visiere degli elmetti, che tutta quella rigidità e quella forza si fondevano in una sorta di orrore. C’erano vecchi e bambini nelle file della fanteria, ed alcuni che sembravano idioti. Quasi tutti avevano volti folli ed affamati come quelli che avevo osservato il giorno precedente, e rammentai l’uomo che aveva lasciato il suo quadrato e gettato in aria la lancia quando era morto. Distolsi lo sguardo.
L’Autarca rise, ma la sua risata era priva di gioia; era un suono piatto, come lo sventolio di una bandiera sotto un forte vento.
— Hai visto uno di loro mentre si uccideva? — chiese.
— No.
— Sei stato fortunato. Mi capita spesso, quando li guardo. Non hanno il permesso di portare armi fino a quando non sono sul punto di attaccarci, e così molti di loro approfittano di quell’opportunità. I lanceri conficcano l’asta della lancia nel terreno, di solito, e si fanno saltare la testa. Una volta ho visto due spadaccini, un uomo e una donna, che avevano stretto un accordo. Si sono trafitti a vicenda nel ventre, ed io ho notato che prima hanno contato, muovendo la mano sinistra… uno… due… tre… e sono morti.
— Chi sono? — chiesi.
Mi lanciò un’occhiata che non riuscii a decifrare.
— Che cosa hai detto?
— Ti ho chiesto chi sono, Sieur. So che sono nostri nemici, che vivono al nord in terre calde e che si dice siano schiavi di Erebus. Ma, chi sono?
— Dubito che fino ad ora fossi cosciente di non saperlo, vero?
Sentivo la gola secca, anche se non avrei saputo spiegare il perché.
— Suppongo di no — risposi. — Non ne avevo mai visto uno fino a che non sono finito nel lazzaretto delle Pellegrine. Nel sud, la guerra sembra molto remota.
— Noi autarchi — annuì, — li abbiamo ricacciati a nord per circa la metà della distanza lungo la quale essi ci avevano in precedenza spinti a sud. Scoprirai a tempo debito chi essi siano… Ciò che conta è che desideri saperlo. — Fece una pausa. — Potrebbero essere entrambi nostri, entrambi gli eserciti, non solo quello a sud… Mi consiglieresti di prenderli entrambi? — Mentre parlava, apportò qualche modifica ai controlli e il velivolo s’inclinò, la prua verso il cielo e la poppa verso la verde terra, come se avesse avuto intenzione di farci cadere sul terreno conteso.
— Non capisco cosa intendi.
— La metà di quello che hai detto in merito a loro è inesatta. Non vengono dalle calde terre del nord ma da un continente che si trova dall’altra parte dell’equatore. Ma avevi ragione quando li hai chiamati gli schiavi di Erebus. Si ritengono gli alleati di quegli esseri che attendono nel profondo. In realtà, Erebus ed i suoi alleati li consegnerebbero a me se solo io consegnassi loro il nostro sud. Darebbero a te ed a tutti il riposo.
Dovetti aggrapparmi alla spalliera del sedile per evitare di cadergli addosso.
— Perché mi stai informando di questo?
Il velivolo si raddrizzò sobbalzando, come la barchetta di un bambino in una pozzanghera.
— Perché presto sarà per te necessario sapere che altri hanno provato ciò che proverai tu.
Non riuscii a formulare la questione che desideravo porre, ed alla fine azzardai:
— Hai promesso che mi avresti spiegato perché hai fatto uccidere Thecla.
— Non vive forse ella in Severian?
Nella mia mente un muro senza finestre andò a pezzi.
— Io sono morta! — gridai, non rendendomi conto di quel che avevo detto fino a che le parole non mi furono uscite dalle labbra.
L’Autarca prese una pistola da sotto il pannello di controllo e se la pose in grembo mentre si voltava per fronteggiarmi.
— Non ne avrai bisogno, Sieur — osservai, — sono troppo debole.
— Hai notevoli capacità di ripresa… ho già avuto modo di notarlo. Sì, la Castellana Thecla è morta, salvo il fatto che continua ad esistere in te, ed anche se voi due siete sempre insieme, vi sentite entrambi soli. Stai ancora cercando Dorcas? Mi hai parlato di lei, rammenti, quando ci siamo incontrati nella Casa Assoluta.
— Perché hai fatto uccidere Thecla?
— Non l’ho fatto. Il tuo errore sta nel pensare che io sia a monte di ogni cosa. Nessuno lo è… Non io, né Erebus o alcun altro. Quanto alla Castellana, tu sei lei. Sei stata arrestata apertamente?
Il ricordo mi giunse più vivido di quanto avrei creduto possibile. Stavo camminando lungo un corridoio sulle cui pareti erano allineate tristi maschere d’argento ed entrai in una delle stanze abbandonate, dall’alto soffitto con vecchi arazzi ammuffiti. Il corriere che dovevo incontrare non era ancora arrivato. Poiché sapevo che i divani polverosi mi avrebbero sporcato l’abito, presi una sedia, fatta d’avorio e di dorature. Un tendaggio si staccò da un muro alle mie spalle: rammentai di aver alzato lo sguardo e di aver visto il Destino incoronato di catene e la Scontentezza con il bastone ed il calice discendere su di me, lavorati in lana ricamata.