L'anno del sole quieto
- Автор: Такер Уилсон
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- Переводчик: Gianni Aimach
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L'anno del sole quieto». Краткое содержание книги:
Saltus spense per un attimo l’apparecchio, perché il nastro non registrasse il momento in cui lui beveva un sorso di bourbon… anche se questo sarebbe stato piuttosto difficile… e poi schiacciò di nuovo il tasto.
— Adesso vado a vedere se riesco a trovare William… cercherò di seguirlo. Dio solo sa quello che potrò trovare, dopo sedici mesi, ma tenterò ugualmente. Probabilmente ha fatto una o l’altra di queste due cose; è andato a Joliet, per cercare di scoprire il possibile sulla faccenda di Chicago, o si è buttato nella mischia, se era lungo la strada.
«Se la battaglia era qui… nella base… credo che sia corso verso l’angolo di nord-ovest, ad aiutare il caporale; lui doveva gettarsi sempre nella battaglia. — Breve pausa. — Salgo a dare un’occhiata a quell’angolo, ma se non trovo niente cercherò di raggiungere Joliet. Adesso sono nella stessa barca del vecchio William… devo sapere cos’è accaduto a Chicago. — Guardò solennemente lo spazio vuoto della bottiglia, e aggiunse — Katrina, questo è sicuramente un brutto colpo per la sua esplorazione del futuro. Tutti questi studi per niente.
Saltus smise di parlare, ma lasciò girare il nastro del registratore.
Prese una radio, e collegò il filo dell’antenna esterna. Dopo un periodo di ricerca tra le diverse frequenze, ritornò a girarsi verso il registratore.
— Radio negativa. Niente di niente sui canali militari. — Un altro breve sondaggio delle diverse frequenze. — È maledettamente strano, no? Nessuno usa le lunghezze d’onda principali.
Saltus passò alle frequenze non militari, e cercò attentamente.
— Anche le altre frequenze sono negative. Tutti tengono la bocca chiusa. Di che cosa pensate abbiano paura? — Ritornò ai canali militari, e alzò il volume al massimo, ottenendo solo un lieve fruscio di sottofondo. La mancanza di comunicazioni lo sconcertava.
Schiacciò il tasto di trasmissione.
— Marina degli Stati Uniti, rispondimi! Avanti, naviganti di terra e di mare, mi conoscete… sono io, Saltus. Sono un amico dell’ammiraglio, non ricordate? Saltus chiama la Marina degli Stati Uniti. Passo.
Chiamò per due o tre volte, su diversi canali.
Nella radio crepitò un improvviso ordine.
— Smetti di trasmettere, idiota! Ti localizzeranno subito! — Poi tacque.
Saltus rimase così sorpreso, che spense subito la radio.
Rivolgendosi al registratore:
— Chaney, ha sentito? C’è davvero qualcuno, là fuori! Non hanno grandi mezzi… poca energia, o forse la distanza è troppa… ma c’è qualcuno. Con una maledetta paura in corpo, anche. I ramjets devono fare una paura del diavolo. — Si fermò a riflettere su questo. — Katrina, cerchi di scoprire cos’è un ramjet. I nostri amici cinesi non possono essere qui; non hanno i mezzi di trasporto, e non potrebbero attraversare i “campi minati” del Pacifico, anche se li avessero. E tenga nella manica questo asso, civile… è roba segretissima.
Arthur Saltus si preparò alla ricognizione, ricordando sempre di tenere d’occhio la porta.
Si infilò un giaccone imbottito, e sollevò il cappuccio; si tolse le scarpe leggere e trovò un paio di stivali della sua misura. Infilò in una tasca i guanti imbottiti. Saltus si mise a tracolla una borraccia d’acqua, e si legò sulla schiena uno zaino con le provviste. Scelse un fucile, lo caricò, e si versò in una tasca due scatole di munizioni. La mappa non era di grande interesse… conosceva la strada per Joliet, ci era stato da poco, giovedì scorso, per andare a controllare una faccenduola per il presidente. Il presidente lo aveva ringraziato. Caricò una macchina fotografica, e trovò anche lo spazio per infilarsi in tasca una riserva di pellicole di nylon.
Saltus decise di non prendere né la radio né il registratore, essendo il peso già notevole; sarebbe già stato scomodo, senza, e tutti i segni parevano indicare che la ricognizione era perduta, e non aveva lasciato alcuna traccia. Chicago era perduta, proibita, e Joliet avrebbe potuto costituire un problema. Ma lui poteva fare qualcosa con il registratore e con il breve messaggio di William… qualcosa per assicurarne il ritorno alla base di partenza. Un ultimo esame della stanza non gli suggerì altri oggetti da portare con sé. Spense le luci e bevve un lungo sorso della sua provvista di bourbon, che si assottigliava sempre di più, e lasciò il deposito. Il corridoio era vuoto e polveroso, e gli parve di vedere le sue impronte, nella polvere.
Portò il registratore, con il cordone dondolante, nella stanza delle operazioni, dove il veicolo aspettava nel suo serbatoio di poliacqua. Una ricerca attenta nella stanza non gli rivelò nessuna presa di elettricità; perfino i fili che facevano funzionare l’orologio e il calendario erano nascosti nella parete, venivano dall’altra parte del muro e non erano visibili.
— Maledizione! — Saltus si girò, guardando i due occhi di vetro. — Perché voi ragazzi non siete capaci di fare qualcosa di giusto, almeno per una volta? Perfino il vostro schifoso giroscopio a protoni è… è Sheeg!
Uscì dalla stanza, camminò lungo il corridoio polveroso fino a raggiungere la porta del laboratorio adiacente, e diede alla porta un sonoro calcio, per avvertire i tecnici del suo scontento. Questo avrebbe dovuto scuotere i tecnici.
Spalancò la bocca, quando vide la porta spalancarsi sotto il colpo. Nessuno la richiuse. Saltus si avvicinò, e guardò dentro. Nessuno lo respinse. Il laboratorio era vuoto. Vi entrò, e si guardò intorno; era la prima volta che vedeva il centro operativo del progetto, e l’impressione non fu delle migliori.
Anche nel laboratorio alcune lampade erano bruciate, senza essere cambiate. Un gruppo di tre monitor occupava un pannello che copriva quasi una parete, alla sua sinistra; uno dei monitor era spento e silenzioso, ma i due restanti gli diedero una visione confusa e insoddisfacente della stanza che aveva appena lasciato. Il veicolo era riconoscibile soltanto per la sua forma, e per il serbatoio che lo ospitava. Le due immagini erano difettose, come se gli apparecchi fossero invecchiati, deteriorandosi, senza che nessuno li sostituisse. Si girò, lentamente, e guardò con attenzione il locale; non c’era alcun segno di occupazione, per lo meno recente. Gli strumenti e gli apparecchi c’erano… e funzionavano ancora… ma il personale del laboratorio era svanito, lasciando solo polvere e segni nella polvere. Una spia gialla di un computer lo guardava, considerandolo probabilmente un intruso.
Saltus posò il registratore, e lo collegò alla presa.
Disse, senza preamboli:
— Chaney, la casa del tesoro è vuota, abbandonata… i tecnici se ne sono andati. Non mi chieda dove e perché… non ci sono segni né indizi, e non hanno lasciato alcun messaggio. Adesso sono nel laboratorio, ma qui non c’è nessuno, all’infuori dei topi e di me. La porta era aperta, più o meno, e io sono entrato. — Bevve un sorso di bourbon, ma questa volta non si preoccupò di nasconderlo al registratore.
— Adesso vado a cercare William. Mi aspetti, Katrina, deliziosa strega. Buon compleanno, gente.
Saltus staccò il registratore, avvolse il cordone intorno allo strumento, e ritornò nell’altra stanza, per calare l’apparecchio nel TDV. Per compensare l’aumento di peso, staccò la telecamera sistemata nella bolla, e la gettò fuori, non prima di avere recuperato le pellicole. Sperava che l’agente di collegamento mandato da Washington piangesse calde lacrime sulla perdita. Saltus chiuse il portello, e uscì dalla stanza.
Il corridoio terminò e le scale lo portarono in alto, verso l’uscita di servizio, la “porta delle operazioni”, come la chiamavano. Il cartello che proibiva di portare armi oltre la porta era stato cancellato; una chiazza di vernice nera copriva tutte le lettere.