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L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]

Электронная книга - «L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]». Краткое содержание книги:

Con questo L’ombra del torturatore ha inizio uno dei cicli di science-fantasy più osannati negli ultimi venti anni. In uno stile elegante e raffinato, lirico e sublime, Gene Wolfe ci narra le cronache di Severian il Torturatore, in un futuro talmente distante da rassomigliare al passato più remoto. Alla corporazione dei torturatori non si accede per diritto di nascita: solo i figli delle vittime possono esservi ammessi. Nella grande cittadella di incorruttibile metallo grigio il giovane Severian e i suoi compagni apprendisti studiano per raggiungere il rango di Maestro Torturatore, imparando gli antichi misteri della corporazione, legati al giuramento di torturare e uccidere i nemici dell’Autarca. Ma con l’arrivo di Thecla, una donna bella e intelligente che per le sue indiscrezioni ha perso il posto nel circolo interno delle concubine della Casa Assoluta, la vita cambierà per Severian. La sua disobbedienza alle regole che gli sono state insegnate è causa del suo esilio dalla Città: accompagnato solo dalla mitica spada del torturatore, Terminus Est, donatagli dal suo maestro, Severian si accinge ad un lungo viaggio verso la lontana Thrax, la Città delle Stanze senza Finestre. Un viaggio che lo porterà attraverso l’immensa Città e gli farà incontrare personaggi strani e misteriosi come i gemelli Agia e Agilus, che lo spingeranno a un arcano duello sul Campo Sanguinario, o ancora Dorcas, la misteriosa ragazza che gli apparirà sulle rive del Lago degli Uccelli, dove giacciono i morti. Un viaggio lungo e pieno di insidie che lo condurrà all’Artiglio del Conciliatore, la gemma dai poteri miracolosi, e, chissà, forse allo stesso trono della Casa Assoluta.
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Allungai nuovamente la mano, con più cautela, tenendo l'avambraccio schiacciato contro il terreno, e mi accorsi che, sebbene fossi costretto a strisciare la spalla sull'erba per evitare le foglie più basse, riuscivo a prendere lo stelo. Una punta che pareva a mezzo cubito dai miei occhi vibrava al mio respiro.

Mentre spezzavo lo stelo — e non fu un'impresa facile — capii perché sotto gli avern crescesse solo quell'erbetta corta e soffice. Una foglia della pianta che stavo cogliendo aveva trafitto un ciuffo di erba palustre e questa, nonostante fosse larga circa un'alna, aveva iniziato ad appassire.

Una volta raccolto, l'avern era un fastidio enorme, come avrei dovuto immaginare. Non sarebbe stato possibile trasportarlo così com'era sulla barca di Hildegrin senza colpire qualcuno. Perciò, prima di ripartire dovetti salire il pendio e tagliare un alberello. Una volta eliminati i rametti, io e Agia legammo l'avern a un'estremità di quel tronco esile in modo tale che, quando più tardi ci incamminammo attraverso la città, sembrava che stessi trasportando un grottesco stendardo.

Agia mi spiegò come veniva usata la pianta nei duelli e io raccolsi un secondo avern, correndo ancora più rischi della prima volta perché ero troppo sicuro di me, e mi esercitai a fare quello che lei mi aveva detto.

Contrariamente a quanto avevo immaginato, l'avern non è semplicemente una mazza dai denti di vipera. Si possono staccare le foglie, torcendole fra pollice e indice, così che la mano non tocchi né i bordi né la punta. In tal caso la foglia diventa una vera e propria lama senza impugnatura, avvelenata e affilata come un rasoio, pronta per essere lanciata. Il duellante sorregge la pianta con la sinistra, stringendo la base dello stelo, e strappa le foglie più basse, lanciandole con la destra. Agia mi spiegò che avrei dovuto tenere il mio avern lontano dalla portata dell'avversario, perché levando le foglie un tratto dello stelo resta scoperto ed è facile per il nemico afferrarlo e strapparlo di mano.

Quando brandii la seconda pianta e iniziai a esercitarmi, mi resi conto che il mio avern per me sarebbe stato probabilmente pericoloso quanto quello del Septentrion. Se l'avessi tenuto troppo vicino, avrei rischiato di pungermi il braccio o il petto con le lunghe foglie inferiori, mentre il fiore, con la sua spirale turbinosa, incatenava il mio sguardo tutte le volte che mi accingevo a strappare una foglia, e mi attraeva con l'arido fascino della morte. Tutto questo sembrava abbastanza spiacevole, ma una volta che ebbi imparato a tenere gli occhi lontani dal fiore semiaperto, conclusi che anche il mio avversario sarebbe stato esposto agli stessi pericoli.

Lanciare le foglie risultò più facile del previsto. La loro superficie era lucida, come quella della maggior parte delle piante viste nel Giardino della Giungla, e si staccavano facilmente dalle dita; inoltre erano abbastanza pesanti da volare diritte verso il bersaglio. Si potevano lanciare con la punta in avanti, come un coltello, oppure si poteva farle roteare in volo in modo che tagliassero tutto quello che incontravano con i loro orli esiziali.

Logicamente, smaniavo dal desiderio di chiedere a Hildegrin notizie su Vodalus, ma non mi si presentò l'occasione giusta fino a quando ci ebbe riportato dall'altro lato del lago silenzioso. Poi, Agia fu talmente occupata a cercare di allontanare Dorcas che io riuscii ad appartarmi con lui e a sussurrargli che ero anch'io un amico di Vodalus.

— Ti stai sbagliando, giovane sieur… stai parlando di Vodalus il fuorilegge?

— Io non dimentico mai alcuna voce — dissi. — Né altro. — Poi, nella mia brama di smascherarlo, aggiunsi forse la frase peggiore che avrei potuto dire: — Tu cercasti di fracassarmi il cranio con il badile. — La sua faccia divenne una maschera: risalì sulla barca e si allontanò remando velocemente sull'acqua scura.

Quando Agia e io uscimmo dai Giardini Botanici, Dorcas ci seguiva ancora. Agia era ansiosa di congedarla, e per un po' la lasciai provare. Temevo che se Dorcas fosse rimasta con noi non sarei riuscito a far giacere Agia insieme a me; ma capivo anche che Dorcas, già confusa e atterrita, avrebbe sofferto nel vedermi morire. Solo poco prima avevo confessato ad Agia tutta la mia angoscia per la morte di Thecla; in quel momento, una nuova serie di preoccupazioni l'avevano messa a tacere e mi resi conto che avevo versato quell'angoscia come un uomo può riversare a terra un vino acido. Avevo usato il linguaggio della sofferenza per cancellare la sofferenza, per il momento… la magia delle parole è talmente forte che riesce a rendere affrontabili passioni che diversamente ci annienterebbero.

Quali che fossero le motivazioni mie, di Agia e di Dorcas, Agia fallì nel suo intento e io arrivai a minacciare di picchiarla se non avesse lasciato in pace la povera Dorcas, che ci seguiva a una cinquantina di passi di distanza.

Procedemmo tutti e tre in silenzio, suscitando molte strane occhiate. Io ero inzuppato d'acqua, e non mi curavo più che il mantello coprisse la mia cappa da torturatore. Agia, nella sua veste di broccato strappata, doveva risultare ancora più inconsueta di me. Dorcas era ricoperta di fango, che le si asciugava addosso nel tiepido vento primaverile e le incrostava i capelli dorati, lasciando chiazze di un marrone polveroso sulla sua pelle chiara. Sopra le nostre teste, l'avern ondeggiava come un vessillo ed esalava profumo di mirra. Il fiore semiaperto splendeva ancora bianco come un osso, ma le foglie nella luce del sole apparivano quasi nere.

XXV

LA LOCANDA DEGLI AMORI PERDUTI

Ho sempre avuto la fortuna — o forse la sfortuna — che i posti ai quali è stata legata la mia vita hanno avuto tutti, tranne rarissime eccezioni, carattere permanente. Se lo desiderassi, domani potrei fare ritorno alla Cittadella e, penso, dormire sulla stessa branda in cui dormivo da apprendista. Il Gyoll scorre ancora attraverso Nessus, la mia città, e i Giardini Botanici scintillano tuttora al sole, sfaccettati in quegli strani recinti che conservano in eterno la loro atmosfera. Le uniche cose transitorie della mia vita che mi vengano in mente sono le persone. Tuttavia ci sono anche alcuni edifici, e fra di loro spicca la locanda ai margini del Campo Sanguinario.

Avevamo camminato per quasi tutto il pomeriggio lungo ampi viali e angusti vicoletti, e sempre le case che ci circondavano erano fatte di pietra e di mattoni. Finalmente arrivammo a un giardino che non era esattamente un giardino, perché nel suo centro non sorgeva nessuna villa sontuosa. Rammento che avvisai Agia del temporale imminente… l'aria era soffocante e all'orizzonte si scorgeva una nera linea minacciosa.

Lei rise. — Quello che vedi e senti non sono altro che le Mura della Città. Qui è sempre così. Le Mura ostacolano il movimento dell'aria.

— Quella linea scura che arriva a metà del cielo?

Agia rise di nuovo, ma Dorcas si strinse a me. — Ho paura, Severian.

Agia la sentì. — Delle Mura? Non ti possono fare del male a meno che ti crollino addosso, ma sono in piedi da dozzine di ere. — Io la fissai con sguardo interrogativo e lei soggiunse: — Per lo meno, sembrano tanto vecchie, o forse lo sono ancora di più. Chi lo sa?

— Pare che escludano il resto del mondo. Circondano tutta la città?

— Per definizione. La città è quello che viene racchiuso, nonostante a nord ci siano le campagne, ho sentito dire, e a sud leghe e leghe di rovine nelle quali non vive nessuno. Ma ora, guarda fra quei pioppi. Vedi la locanda? Non ci riuscivo.

— Sotto la pianta. Mi hai promesso un pasto ed è lì che lo voglio. Credo che abbiamo il tempo di mangiare prima del duello con il Septentrion.

— No — dissi. — Sarò felice di offrirti la cena dopo il combattimento. Darò subito disposizioni, se preferisci. — Continuavo a non vedere la taverna, ma avevo notato qualcosa di strano nella pianta: una scala di legno rustico si snodava intorno al tronco.

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