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L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]

Электронная книга - «L'ombra del Torturatore [The Shadow of the Torturer - it]». Краткое содержание книги:

Con questo L’ombra del torturatore ha inizio uno dei cicli di science-fantasy più osannati negli ultimi venti anni. In uno stile elegante e raffinato, lirico e sublime, Gene Wolfe ci narra le cronache di Severian il Torturatore, in un futuro talmente distante da rassomigliare al passato più remoto. Alla corporazione dei torturatori non si accede per diritto di nascita: solo i figli delle vittime possono esservi ammessi. Nella grande cittadella di incorruttibile metallo grigio il giovane Severian e i suoi compagni apprendisti studiano per raggiungere il rango di Maestro Torturatore, imparando gli antichi misteri della corporazione, legati al giuramento di torturare e uccidere i nemici dell’Autarca. Ma con l’arrivo di Thecla, una donna bella e intelligente che per le sue indiscrezioni ha perso il posto nel circolo interno delle concubine della Casa Assoluta, la vita cambierà per Severian. La sua disobbedienza alle regole che gli sono state insegnate è causa del suo esilio dalla Città: accompagnato solo dalla mitica spada del torturatore, Terminus Est, donatagli dal suo maestro, Severian si accinge ad un lungo viaggio verso la lontana Thrax, la Città delle Stanze senza Finestre. Un viaggio che lo porterà attraverso l’immensa Città e gli farà incontrare personaggi strani e misteriosi come i gemelli Agia e Agilus, che lo spingeranno a un arcano duello sul Campo Sanguinario, o ancora Dorcas, la misteriosa ragazza che gli apparirà sulle rive del Lago degli Uccelli, dove giacciono i morti. Un viaggio lungo e pieno di insidie che lo condurrà all’Artiglio del Conciliatore, la gemma dai poteri miracolosi, e, chissà, forse allo stesso trono della Casa Assoluta.
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— Ma cosa ci fai qui, tu? — scattò Agia. — Secondo il tuo biglietto lavori su commissione, ma qui cosa stai facendo?

— Gli affari miei, Padrona.

Dorcas aveva iniziato a rabbrividire. — In verità — le dissi, — ti basterebbe tornare indietro. Nel corridoio è molto più caldo. Non andare nel Giardino della Giungla. Forse sarebbe meglio quello della Sabbia. Là c'è sole ed è asciutto.

Qualcosa, nelle mie parole, parve riscuoterla. — Sì — mormorò. — Sì.

— Il Giardino della Sabbia? Ti piacerebbe?

Dorcas disse a bassa voce: — Il sole.

— Ecco la barca — annunciò Hildegrin. — Siamo in tanti e dovremo fare attenzione a dove ci sediamo. E state fermi… potreste imbarcare acqua. Una delle donne andrà a prua, per favore, e l'altra si metterà a poppa insieme al giovane armigero.

— Sarei felice di aiutarti a remare — dissi.

— Hai mai remato prima? L'immaginavo. No, è meglio che tu ti sieda a poppa come ti ho detto. Non è un problema usare due remi anziché uno, e l'ho già fatto molte volte, credimi, anche con una mezza dozzina di passeggeri.

L'imbarcazione era come lui, grande, rozza e pesante. La prua e la poppa erano quadrate, e la linea restava grossolana anche al centro, sebbene le estremità dello scafo fossero meno profonde. Hildegrin vi salì per primo e, tenendo le gambe ai due lati del sedile, si servì di un remo per avvicinare maggiormente la barca alla riva.

— Tu — disse Agia afferrando Dorcas per un braccio, — ti siederai davanti.

Dorcas era pronta a obbedire, ma Hildegrin la fermò. — Se non ti spiace, Padrona, preferirei che a prua ti mettessi tu. Non riuscirò a tenerla d'occhio mentre remo, capisci, se non si siede a poppa. Non si sente bene, lo devi riconoscere anche tu, e voglio vederla se inizierà ad agitarsi.

Dorcas stupì tutti. — Non sono pazza — disse. — È che… mi sembra di essermi appena svegliata.

Comunque Hildegrin la fece sedere a poppa insieme a me. — E adesso — spiegò, mentre staccava la barca da riva, — ecco qualcosa che non dimenticherete, se non l'avevate mai fatto. La traversata del Lago degli Uccelli, nel Giardino del Sonno Eterno. — I remi producevano un suono sordo e malinconico nel contatto con l'acqua.

Domandai perché si chiamasse Lago degli Uccelli.

— Perché l'acqua è piena di uccelli morti, secondo alcuni, ma più probabilmente solo perché ce ne sono tanti. C'è molto da dire contro la morte. Soprattutto da parte di coloro che devono morire e la raffigurano come una vecchia megera con un sacco e così via. Ma la morte è amica degli uccelli. Dovunque ci sono silenzio e uomini morti i volatili abbondano, lo so per esperienza.

Annuii, ricordando i tordi che cantavano nella necropoli.

— Adesso, se guardate alle mie spalle, potrete vedere bene la riva davanti a noi e scorgerete molte cose che prima non avevate notato a causa delle canne. Osserverete per esempio che il terreno è in salita. Lì termina l'acquitrino e iniziano le piante, le vedete?

Annuii una seconda volta, imitato da Dorcas.

— È stato predisposto così perché la scena deve dare l'idea della bocca di un vulcano spento. La bocca di un morto, sostengono alcuni, ma non è vero. Se così fosse, avrebbero fatto anche i denti. Ma vi ricorderete che per arrivare qui siete passati attraverso un condotto sotterraneo. Io e Dorcas assentimmo di nuovo, all'unisono. Nonostante Agia fosse a due passi da noi, restava quasi nascosta dietro le voluminose spalle di Hildegrin.

— Là — continuò lui, mostrando la direzione con il mento quadrato, — dovreste notare una macchia nera. A metà altezza, fra l'acquitrino e l'orlo. Alcuni la vedono e credono di essere arrivati da quella parte; in realtà l'entrata è alle vostre spalle, più in basso e molto più piccola. Quella che vedete è la Grotta della Cumana… la donna che conosce il futuro, il passato e tutto il resto. Qualcuno dice che questo posto sia stato creato appositamente per lei, ma non ci credo.

Sottovoce, Dorcas disse: — Come è possibile? — Hildegrin fraintese, o finse di farlo.

— L'Autarca desidera che lei stia qui, o almeno così pare, per poter venire a parlare con lei senza viaggiare fino all'estremo opposto del mondo. Non so se sia vero, ma talvolta vedo qualcuno camminare lassù e vedo luccicare qualcosa, forse una gemma o del metallo. Non so chi sia, e dal momento che non intendo conoscere il mio futuro e conosco bene il mio passato, non mi avvicino mai alla grotta. A volte arriva gente, sperando di sapere quando si sposerà o se avrà successo nel commercio. Ma ho notato che pochi tornano indietro.

Eravamo quasi giunti al centro del lago. Il Giardino del Sonno Eterno si ergeva intorno a noi come le pareti di un'immensa ciotola, con l'orlo bordato di muschio e di pini e il fondo frangiato di canne e carici. Ero ancora molto infreddolito, soprattutto perché ero lì seduto immobile mentre un altro remava; e iniziavo a preoccuparmi delle conseguenze che quel bagno fuori programma avrebbe potuto avere per Terminus est se non avessi oliato e asciugato la sua lama al più presto. Ma anche in quelle condizioni, l'incantesimo di quel posto mi teneva prigioniero. C'era sicuramente un incantesimo su quel giardino. Mi pareva quasi di sentirlo aleggiare sull'acqua, di sentire voci che salmodiavano una lingua sconosciuta ma che riuscivo a capire. E penso che tutti ne fossimo soggiogati, anche Hildegrin, anche Agia. Per un po' procedemmo in silenzio; vedevo le oche, vive e contente, che nuotavano al largo; e una volta, come in sogno, mi sembrò di scorgere il volto quasi umano di un manato che mi fissava attraverso poche spanne d'acqua scura.

XXIV

IL FIORE DELLA DISSOLUZIONE

Dorcas raccolse un giacinto d'acqua e se lo pose fra i capelli. A parte la vaga macchia bianca che scorgevo sulla riva piuttosto lontano, quello era il primo fiore che vedevo nel Giardino del Sonno Eterno; ne cercai altri ma non ne trovai.

Possibile che il fiore avesse iniziato a esistere solo nel momento in cui Dorcas aveva allungato la mano? Alla luce del giorno so benissimo che queste cose sono impossibili; ma mentre scrivo è notte e allora, quando ero seduto sulla barca con il giacinto più vicino di un cubito, mi meravigliai della scarsità di luce e ricordai il commento di poco prima di Hildegrin sul fatto che la grotta della veggente, e quindi anche il giardino, si trovasse dall'altra parte del mondo.

Là, come avevo appreso dal Maestro Malrubius, tutto era rovesciato: era caldo al sud e freddo al nord; c'era luce di notte e buio di giorno; e nevicava in estate. In tal caso, il freddo che stavo soffrendo sarebbe stato giustificato, perché presto sarebbe giunta l'estate; e il tenue chiarore che divideva i miei occhi dai giacinti azzurri avrebbe voluto dire che presto sarebbe arrivata la notte.

L'Increato osserva certamente un ordine perfetto nelle cose da lui create; e i teologi sostengono che la luce sia la sua ombra. Non è forse vero che nell'oscurità l'ordine viene meno e i fiori balzano dal niente nella mano di una ragazza come nella luce primaverile nascono nell'aria dalla sporcizia? Forse, quando la notte chiude le nostre palpebre, nel mondo c'è meno ordine di quanto pensiamo. Forse è proprio questa mancanza di ordine che genera l'oscurità, una randomizzazione delle onde di energia, i campi di energia che appaiono ai nostri occhi illusi come il mondo reale, collocati dalla luce in un ordine del quale essi stessi non sono capaci.

La nebbia che saliva dall'acqua mi fece venire in mente il pulviscolo turbinante di paglia nella fragile cattedrale delle pellegrine, quindi il vapore che si alzava dal pentolone della zuppa nei pomeriggi invernali. Si dice che le streghe rimescolino quei pentoloni, ma io non ne ho mai vista una all'opera, nonostante la loro torre sorgesse a meno di una catena dalla nostra. Rammentai che stavamo percorrendo il cratere di un vulcano. Forse era il pentolone della Cumana? I fuochi di Urth si erano estinti da molto tempo, ci aveva spiegato il Maestro Malrubius; probabilmente si erano raffreddati abbastanza prima ancora che gli uomini si elevassero dalla loro condizione di bestie per edificare le città. Ma si diceva che le streghe risuscitassero i morti. Allora perché la Cumana non avrebbe potuto risuscitare i fuochi spenti per far bollire il suo pentolone? Immersi le dita nell'acqua: era fredda come la neve.

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