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L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]

Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:

Questo straordinario romanzo presenta non poche analogie con Robinson Crusoe, dello scrittore inglese Defoe, di cui Verne era un grande ammiratore. Anche qui, la situazione è press’a poco la stessa: alcuni naufraghi approdano fortunosamente su un’isola deserta e lottano disperatamente per sopravvivere. Ma se Robinson, di fronte alla natura selvaggia, incarnava l’uomo del ‘700, che si industria come può, ricorrendo ai piccoli espedienti suggeritigli dalla ragione, senza altri strumenti che le proprie mani, i cinque naufraghi protagonisti di questo libro incarnano la nuova idea dell’uomo «scientifico» qual era concepito nella seconda metà dell’800, l’uomo che domina ormai la natura in virtù di una tecnologia progredita che gli permette di trasformare rapidamente un’isola selvaggia in una colonia civile. Non a caso Robinson è un uomo comune, un marinaio, ed è solo, a lottare contro le forze cieche della natura, mentre qui siamo dì fronte a una vera e propria équipe, composta da persone di estrazione e di competenze diverse, ma guidata da un ingegnere e scienziato, Cyrus Smith…
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L’INVERNO cominciò veramente con il mese di giugno, che corrisponde al mese di dicembre dell’emisfero boreale. Esordì con acquazzoni e raffiche senza tregua. Gli abitanti di GraniteHouse poterono apprezzare i vantaggi di una dimora dove le intemperie non potevano giungere. Il rifugio dei Camini sarebbe stato davvero insufficiente contro i rigori di un’invernata, dovendosi anche temere che le grandi maree, spinte dai venti provenienti dal largo, vi avrebbero potuto fare ancora irruzione. Anzi, in previsione di questa eventualità, Cyrus Smith prese delle precauzioni, allo scopo di preservare, per quanto era possibile, la fucina e i fornelli che vi erano impiantati.

Durante tutto il mese di giugno il tempo fu impiegato in svariati lavori, non escluse la caccia e la pesca, per cui le riserve della dispensa poterono essere mantenute abbondanti. Pencroff si proponeva, appena gli fosse stato possibile, di collocare opportunamente delle trappole, da cui egli si aspettava risultati straordinari. Aveva fabbricato dei lacci con fibre legnose, per cui non passava giorno senza che la garenna fornisse il suo contingente. Nab occupava quasi tutto il suo tempo a salare o ad affumicare carni, la qual cosa assicurava alimenti ottimamente conservati.

Alla fine, i coloni dovettero discutere molto seriamente anche la questione dei vestiti. Essi non avevano altri indumenti che quelli che indossavano quando il pallone li aveva gettati sull’isola. Questi abiti tenevano caldo ed erano resistenti; essi, poi, ne avevano avuto estrema cura, così come della biancheria, tenendoli in perfetto stato di pulizia; ma ciò nonostante, sarebbe stata presto necessaria una sostituzione. Inoltre, se l’inverno fosse stato rigido, i coloni avrebbero molto sofferto per il freddo.

In questo, l’ingegnosità di Cyrus Smith fu colta alla sprovvista. Egli aveva provveduto ai bisogni più urgenti, l’abitazione e l’alimentazione, ma il freddo l’aveva sorpreso prima che il problema dei vestiti fosse risolto. Bisognava, dunque, rassegnarsi a passare quel primo inverno senza troppo lamentarsi. Venuta la bella stagione, si sarebbe fatta una seria caccia ai mufloni, di cui era stata segnalata la presenza durante l’esplorazione del monte Franklin, e, una volta raccolta la lana, l’ingegnere avrebbe ben saputo fabbricare delle stoffe morbide e durature… Come? Ci avrebbe pensato.

«Ce la caveremo arrostendoci i polpacci a GraniteHouse!» disse Pencroff. «Il combustibile abbonda e non c’è alcuna ragione di risparmiarlo.»

«D’altronde,» rispose Gedeon Spilett «l’isola di Lincoln non è posta a una latitudine molto elevata, ed è quindi probabile che gli inverni non siano crudi. Non ci avete detto, Cyrus, che il trentacinquesimo parallelo in cui si trova l’isola corrisponde a quello della Spagna nell’altro emisfero?»

«Indubbiamente,» rispose l’ingegnere «ma certi inverni sono freddissimi in Spagna! Neve e ghiaccio, nulla vi manca, e anche l’isola di Lincoln potrebbe essere rigorosamente provata. Tuttavia, è un’isola, e, come tale, spero che la temperatura vi sia più moderata.»

«Perché, signor Cyrus?» chiese Harbert.

«Perché il mare, ragazzo mio, può considerarsi come un immenso serbatoio, nel quale s’immagazzina il calore estivo. Nell’inverno esso restituisce tale calore, e questo assicura alle regioni vicine agli oceani una temperatura media, meno elevata d’estate, ma anche meno bassa d’inverno.»

«Lo vedremo» rispose Pencroff. «Non voglio preoccuparmi oltre del freddo che farà o che non farà. Ciò che è certo, intanto, è che i giorni sono già brevi e le serate lunghe. Se trattassimo un po’ il problema dell’illuminazione?»

«Niente di più facile» rispose Cyrus Smith.

«Da trattare?» domandò il marinaio.

«Da risolvere.»

«E quando cominceremo?»

«Domani, organizzando una caccia alle foche.»

«Per fabbricare delle candele di sego?»

«Eh, via! Pencroff, delle candele steariche!»

Questo era, infatti, il proposito dell’ingegnere; proposito realizzabile, del resto, poiché c’era la calce e l’acido solforico, e gli anfibi dell’isolotto avrebbero fornito il grasso necessario a quella fabbricazione.

Si era al 4 di giugno. Era la domenica di Pentecoste e all’unanimità fu deciso di osservare la festa. Tutti i lavori furono sospesi e preghiere si elevarono al cielo. Ma le preghiere erano ormai ringraziamenti. I coloni dell’isola di Lincoln non erano più dei miseri naufraghi gettati sull’isolotto. Essi non chiedevano più, ma ringraziavano.

L’indomani, 5 giugno, con un tempo piuttosto incerto, partirono per l’isolotto. Bisognò ancora approfittare della bassa marea per passare a guado il canale, e a questo proposito, si convenne di costruire, bene o male, una barca, per rendere più facili le comunicazioni e permettere anche di risalire il fiume Mercy, quando si sarebbe compiuta la grande esplorazione del sudovest dell’isola, rinviata ai primi giorni di bel tempo.

Le foche erano numerose, e i cacciatori, armati dei loro spiedi ferrati, ne uccisero facilmente una mezza dozzina. Nab e Pencroff le scuoiarono e non portarono a GraniteHouse che il grasso e la pelle, dovendo questa servire alla fabbricazione di solide calzature.

Il risultato della caccia fu il seguente: circa trecento libbre di grasso, che dovevano essere interamente adoperate per la fabbricazione delle candele steariche.

L’operazione fu semplicissima, e diede un prodotto se non assolutamente perfetto, almeno utilizzabile. Se Cyrus Smith non avesse avuto a sua disposizione che dell’acido solforico, riscaldando quest’acido insieme ai corpi grassi neutri, nel suo caso il grasso di foca, avrebbe potuto ottenere la glicerina; poi, dalla nuova composizione avrebbe facilmente separata l’oleina, la margarina e la stearina, usando l’acqua bollente. Ma, per semplificare l’operazione, l’ingegnere preferì saponificare il grasso mediante la calce. Ne ottenne una specie di sapone calcareo, facile a decomporsi per mezzo dell’acido solforico, che precipitò la calce allo stato di solfato e rese liberi gli acidi grassi.

Di questi tre acidi, oleico, di margarina e stearico, il primo, essendo liquido, fu eliminato con una pressione sufficiente; mentre gli altri due formavano proprio la sostanza, che doveva servire alla fabbricazione delle candele steariche.

L’operazione non durò più di ventiquattro ore. I lucignoli, dopo parecchie prove, furono alla fine fatti di fibre vegetali, e, dopo essere stati immersi nella sostanza liquefatta, formarono delle vere e proprie candele steariche, modellate a mano, alle quali non mancava che di essere sbiancate e levigate. Non offrivano, è vero, il vantaggio che presentano gli stoppini impregnati di acido borico, di vetrificarsi cioè a mano a mano che si opera la loro combustione e di consumarsi quindi interamente; ma avendo Cyrus Smith fabbricato un bel paio di smoccolatoi, quelle candele furono grandemente apprezzate durante le veglie di GraniteHouse.

Durante tutto quel mese, il lavoro non mancò nella nuova dimora. I falegnami ebbero da fare. Si perfezionarono gli utensili, che erano molto rudimentali, e se ne aggiunsero di nuovi.

Fra l’altro, furono fabbricate delle forbici e i coloni poterono finalmente tagliarsi i capelli, e se non farsi la barba, almeno tagliarla a volontà. Harbert non ne aveva. Nab, ben poca; ma gli altri erano irsuti a tal punto da giustificare interamente la fabbricazione delle forbici.

La fabbricazione d’una sega a mano, del tipo di quelle che si chiamano saracchi, costò infinite fatiche, ma alla fine fu creato uno strumento che, vigorosamente maneggiato, poté dividere le dure fibre del legno. Furono, quindi, fatte tavole, sedie, armadi, con i quali si arredarono le stanze principali, intelaiature per letti, il corredo dei quali consisteva tutto in materassi di zostera. La cucina, con le sue mensole, su cui erano allineati gli utensili di terracotta, con il suo fornello di mattoni e il suo lavandino, aveva un assai bell’aspetto e Nab vi cucinava con gravità, come se fosse stato in un laboratorio chimico.

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