L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
- Автор: Верн Жюль Габриэль
- Год: 1964
- Язык: итальянский
- Год: U. Mursia editore
- Переводчик: Lorenza Ester Aghito
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:
CAPITOLO XXI
ALCUNI GRADI SOTTO ZERO «ESPLORAZIONE DELLA PARTE PALUDOSA DI SUDEST» I «CULPEI» «VISTA DEL MARE» CONVERSAZIONE SULL’AVVENIRE DELL’OCEANO PACIFICO «IL LAVORO INCESSANTE DEGLI INFUSORI» CIÒ CHE DIVERRÀ IL GLOBO «LA CACCIA» LA PALUDE DELLE TADORNE
DA ALLORA, non passò giorno senza che Pencroff andasse a visitare quello ch’egli chiamava il suo «campo di grano». E sventura agli insetti che si arrischiavano a entrarvi! Non potevano aspettarsi nessuna pietà.
Verso la fine del mese di giugno, dopo interminabili piogge, il tempo si mise decisamente al freddo, e il giorno 29, un termometro Fahrenheit avrebbe certamente segnato venti gradi soltanto sopra zero (6°,67 centigradi sotto zero).
L’indomani, 30 giugno, corrispondente al 31 dicembre dell’anno boreale, era un venerdì. Nab fece osservare che l’anno finiva con una cattiva giornata; ma Pencroff gli rispose che, naturalmente, il nuovo cominciava con un giorno buono, il che era meglio. A ogni modo, l’anno esordì con un freddo acutissimo. I ghiacci si ammucchiarono alla foce del Mercy, e il lago non tardò a congelarsi in tutta la sua estensione.
Si dovette rinnovare più volte la provvista di combustibile. Pencroff non aveva certo aspettato che il fiume fosse gelato per condurre a destinazione enormi carichi di legna. La corrente era un motore infaticabile, che fu utilizzato per il trasporto del legname, fino a che il freddo venne a immobilizzarlo. Al combustibile così abbondantemente provvisto dalla foresta, fu aggiunto anche parecchio carbon fossile, che bisognò andare a prendere ai piedi dei contrafforti del monte Franklin. Il potente calore emanato dal carbon fossile poté essere grandemente apprezzato quando, il 4 luglio, la temperatura cadde a otto gradi Fahrenheit (13° centigradi sotto zero). Nella sala da pranzo era stato costruito un altro focolare, e là i coloni lavoravano in comune.
Durante quel periodo di gran freddo, Cyrus Smith non ebbe che a lodarsi d’aver condotto fino a GraniteHouse una piccola derivazione delle acque del lago Grant. Prese al di sotto della superficie gelata, condotte poi attraverso l’antico scarico, esse conservavano la loro liquidità e arrivavano a un serbatoio interno, scavato all’angolo del retromagazzino, che riversava nel mare l’eccesso d’acqua attraverso il pozzo.
In quei giorni, approfittando del tempo estremamente asciutto, i coloni, coperti quanto più era loro possibile, risolsero di dedicare una giornata all’esplorazione della parte dell’isola compresa a sudest, fra il fiume Mercy e il capo Artiglio. Era un vasto territorio paludoso, ove si sarebbe forse potuto fare qualche buona caccia, giacché gli uccelli acquatici vi dovevano pullulare.
Bisognava calcolare otto o nove miglia per l’andata, e altrettante per il ritorno e, in conseguenza, la giornata sarebbe stata bene impiegata. Inoltre, siccome si trattava di esplorare una parte sconosciuta dell’isola, tutta la colonia doveva prendervi parte. A tale scopo, il 5 luglio, alle sei del mattino, quando appena albeggiava, Cyrus Smith, Gedeon Spilett, Harbert, Nab, Pencroff, armati di spiedi, di lacci, d’archi e di frecce, e muniti di sufficienti provviste, lasciarono GraniteHouse, preceduti da Top, che sgambettava innanzi a loro. Fu scelta la via più breve, che consisteva nell’attraversare il Mercy sui ghiacci che lo ingombravano.
«Ma,» fece osservare giustamente il giornalista «questo mezzo non può far le veci di un vero ponte!»
Anche la costruzione di un ponte «vero» era quindi elencata nella serie dei lavori futuri.
Era la prima volta che i coloni mettevano piede sulla riva destra del Mercy e s’avventuravano in mezzo alle grandi e superbe conifere, allora coperte di neve.
Ma non avevano percorso mezzo miglio, quando, da un folto macchione, videro scappare tutta una famiglia di quadrupedi, che colà avevano eletto domicilio, e che i latrati di Top avevano messo in fuga.
«Ah, si direbbero volpi!» esclamò Harbert, quando vide tutto il branco svignarsela al più presto.
Ed erano volpi, infatti, ma volpi di grandissima corporatura, che facevano udire una specie di latrato, di cui lo stesso Top parve molto stupito, poiché nel più bello dell’inseguimento si fermò, lasciando ai rapidi animali il tempo di svignarsela.
Il cane aveva il diritto di essere sorpreso, giacché non conosceva la storia naturale. Ma quelle volpi, dal mantello grigio rossastro, dalla coda nera, terminante con una nappina bianca, con i loro latrati avevano svelato la propria origine. Così Harbert diede loro, senza esitare, il loro giusto nome di culpei. I culpei si trovano facilmente nel Cile, nelle Malvine e in tutte le regioni americane poste fra il trentesimo e il quarantesimo parallelo. Harbert rimpianse molto che Top non avesse potuto impadronirsi di uno di quei carnivori.
«Si possono mangiare?» domandò Pencroff, che considerava sempre i rappresentanti della fauna dell’isola da un punto di vista particolare.
«No,» rispose Harbert «ma gli zoologi non hanno ancora assodato se la pupilla di queste volpi sia diurna o notturna e se convenga o no classificarle nel genere cane propriamente detto.»
Cyrus Smith non poté fare a meno di sorridere udendo la riflessione del giovanetto, che dimostrava uno spirito serio. Quanto al marinaio, dal momento che quelle volpi non potevano essere classificate nel genere commestibile, poco gliene importava. Tuttavia, egli fece osservare che quando a GraniteHouse si fosse installato un pollaio, sarebbe stato opportuno prendere delle precauzioni contro la probabile visita di quei predoni a quattro zampe, ciò che nessuno contestò.
Dopo aver girato la punta del Relitto i coloni trovarono una larga plaga bagnata dal vasto mare. Erano allora le otto del mattino. Il cielo era purissimo, come avviene durante i grandi freddi prolungati; ma Cyrus Smith e i suoi compagni, riscaldati dalla corsa, non sentivano molto le punture dell’atmosfera. D’altronde, non tirava vento, circostanza questa che rende infinitamente più sopportabile i forti abbassamenti di temperatura. Un sole brillante, ma senza calore, sorgeva allora dall’oceano, e il suo disco enorme si librava all’orizzonte. Il mare formava una distesa tranquilla e turchina, come quella d’un golfo mediterraneo, quando il cielo è nitido. Il capo Artiglio, incurvato in forma di scimitarra, si disegnava nettamente a quattro miglia circa verso sudest. A sinistra, il margine della palude era bruscamente interrotto da una piccola punta, che i raggi solari contornavano allora con una striscia di fuoco. Certo, in questa parte della baia dell’Unione, che nulla proteggeva dall’alte mare, nemmeno un banco di sabbia, le navi, investite dai venti dell’est, non avrebbero trovato alcun rifugio. Si capiva dalla tranquillità del mare, le cui acque non erano turbate da nessun bassofondo, come appariva dal suo colore uniforme, non macchiato da nessuna sfumatura giallastra, si capiva insomma dall’assenza di ogni scoglio, che lungo quella costa pulita l’oceano copriva profondi abissi. Dietro, a ovest, a una distanza di quattro miglia, si spiegavano le prime linee d’alberi della foresta del Far West. C’era da credersi, per così dire, sulla costa desolata di qualche isola antartica invasa dai ghiacci. I coloni sostarono in quel punto per far colazione. Fu acceso un fuoco di sterpi e alghe secche, e Nab preparò la colazione di carne fredda, alla quale aggiunse alcune tazze di té d’Oswego.
Mentre mangiavano, i coloni si guardavano intorno. Quella parte di Lincoln era veramente sterile e contrastava con tutta la regione occidentale. Questa constatazione indusse il giornalista a una riflessione, e cioè che se il caso avesse a tutta prima gettato i naufraghi su quella spiaggia, essi avrebbero avuto un deplorevole concetto del loro futuro dominio.