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Pianeta di caccia [Grass - it]

Электронная книга - «Pianeta di caccia [Grass - it]». Краткое содержание книги:

Marjorie Westriding Yrarier è stata inviata sul pianeta Grass per rispondere a un misterioso interrogativo: un contagio si sta spargendo fra le stelle, un’epidemia mortale che minaccia di distruggere la razza umana. Nessun pianeta ne è rimasto immune, tranne Grass. Perché?
Poco si conosce di Grass, se non che si tratta di un luogo idilliaco, dove la natura è assolutamente intatta e l’ambiente conserva un perfetto equilibrio. Interamente coperto dalle più strane varietà di vegetazione che si possano immaginare, il pianeta è un’autentica anomalia cosmica. Un gruppo di famiglie giunte secoli prima per colonizzarlo hanno edificato rapidamente una nuova società, ignorando la presenza aliena e creando un’aristocrazia che ruota attorno all’evento della Caccia. Con il passare delle generazioni, la vita su Grass e i vari usi e costumi sono sempre più sprofondati nel mistero e la Caccia, evento già ben noto sulla Terra, si è ora trasformato in uno strano rito, tremendo e inquietante. Già, perché qual è la vera natura e la vera funzione delle creature che partecipano alla Caccia, che cosa si nasconde dietro questo ciclico rituale e soprattutto... qual è la preda? Come ben presto intuisce Lady Westriding, su questo strano pianeta lontano milioni di chilometri vi sono più misteri di quanti se ne possano immaginare.

Nominato per i premi Hugo e Locus in 1990.
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Senza far rumore, Rillibee andò ad avvertire Joshua, il quale spostò il letto poco alla volta, in silenzio quasi assoluto, quindi aprì la botola.

Fu così che apparve Miriam, col viso pallido e striato, la chioma scarmigliata, gli abiti sporchi e stazzonati, come se avesse strisciato: - Josh. Oh, Dio, Josh! Volevano mandarmi via! Sono scappata dalla finestra perché volevano mandarmi via, e ho corso fino a non avere più fiato. Poi ho strisciato fra la vegetazione lungo il torrente e sono entrata dalla porticina dietro la bottega. Nascondimi, Josh: non lasciare che mi prendano.

— Mai, cara — rispose Joshua. — Mai.

Di nuovo silenzio.

Mainoa disse: — Senza dubbio tuo padre la amava molto.

— Non l’ho mai dimenticato — rispose Rillibee, con voce liquida e gorgogliante in gola. — Talvolta ci ripenso, di notte, quando non riesco a dormire. Risento le loro voci e rammento la mia confusione. Perché qualcuno voleva catturare mia madre? Perché volevano mandarla via? Cosa aveva fatto? Né lei né Joshua me lo dissero, e non lo dissero neppure a Song. Fingemmo che non fosse tornata a casa: ci limitammo a fingere di non averla più vista.

La mamma dormì nel letto matrimoniale assieme a papà. La mattina successiva, molto presto, Rillibee fu destato da alcuni rumori insoliti prodotti da qualche attività che si stava svolgendo in strada. Scostando a malapena la tenda, vide il funzionario smontare dall’aeromobile bianco, oltre gli alberi più giovani, e così poté svegliare appena in tempo i genitori.

Rapidamente, Miriam scese in magazzino e Rillibee ricollocò il proprio letto sopra la botola: — Torna sotto le coperte e fingi di dormire — ordinò papà, nel recarsi ad aprire, mentre si udiva bussare fragorosamente alla porta.

Con la testa sotto il cuscino, Rillibee cercò di convincere se stesso che stava vivendo un sogno, poi riuscì a sembrare confuso e irritato, come se fosse stato destato di soprassalto, quando il funzionario della Sanità entrò con arroganza a strappargli il cuscino.

In seguito, mamma dormì sempre giù in magazzino. Papà le fornì una branda e una seggetta che lui stesso aveva costruito appositamente. Durante il giorno, Miriam saliva in casa ogni volta che un familiare poteva sorvegliare il funzionario nell’aeromobile bianco, ma restava nascosta se il marito e i figli erano assenti.

La piaga infetta del braccio di Miriam, grande circa come un nocciolo di pesca, fu medicata e bendata da Joshua, ma entro la fine della settimana si allargò a coprire tutto il gomito, senza che la sofferenza diminuisse; poi si diffuse a trasformare tutto il braccio in qualcosa di simile alla carne viva. Ogni sera bisognava cambiare le bende, anche se si trattava di una operazione molto dolorosa, perché altrimenti il braccio malato puzzava: Joshua lo lavava con l’acqua calda, mentre Song reggeva il catino, e lo fasciava con le bende che Rillibee gli passava. Intanto, il pappagallo sul trespolo diceva, senza che nessuno gli badasse: — Oh, dannazione, dannazione. Oh, Dio.

Il funzionario tornò ripetutamente a perquisire la casa, una volta assistito da due colleghi, ma sempre senza trovare la botola sotto il letto di Rillibee, perché Joshua l’aveva ricostruita con tale perizia che le commessure erano pressoché invisibili.

Talvolta, Miriam saliva in casa durante il giorno, mentre Song e Rillibee erano a scuola, e la sera raccontava loro quello che aveva fatto e dove aveva passeggiato: - Hai notato che le foglie stanno cambiando, Rillibee? Stanno diventando di oro struggente. Dio, come sono belle! - Poi decidevano insieme cosa preparare per cena la sera seguente. Miriam suggeriva a Joshua che cosa comperare, e in quali quantità, quindi spiegava a Songbird come cucinare, e a Rillibee come aiutare. Restavano insieme per un poco a conversare, o a giocare, infine cambiavano la fasciatura, e Miriam tornava giù, in magazzino.

Terribile fu la notte in cui, nel cambiare le bende, si staccarono dalla mano alcuni pezzi di carne e la mamma emise uno strano lamento, come se stesse per vomitare, o come se stesse per gridare ma non avesse abbastanza fiato.

— Fuori — disse Joshua ai figli, indicando la porta, il viso contratto a snudare i denti in una sorta di orribile sogghigno, che rammentava una lanterna ricavata da una zucca.

I ragazzi corsero in cucina. Song pianse, gemendo nello sforzo di soffocare i singhiozzi, e Rillibee disse a se stesso che era soltanto un sogno, un brutto sogno: in realtà, non stava succedendo. A veva veduto le ossa della mano della mamma, dove due dita lucide e bianche si erano staccate senza che scorresse il sangue: un liquido grigiastro era gocciolato lentamente a chiazzare le bende, con un fetore disgustoso, soffocante, che pareva inestinguibile.

Nei giorni successivi, papà non permise più ai figli di assisterlo nel cambiare le bende, quindi proibì loro di restare nella stessa camera in cui si trovava la mamma. Per qualche tempo continuarono a sentire la voce di Miriam, ancora riconoscibile, e di quando in quando anche una risata stridula, spaventosa; poi non fu più una voce, ma soltanto un acuto uggiolare simile a quello di un cane investito da un automezzo o di un conìglio ghermito da un falco.

Il fetore che saliva ogni notte dal magazzino era terribile, peggiore di qualunque altro puzzo.

— Oh, oh, no - diceva il pappagallo. — Oh, Dio, no.

Papà e Rillibee sì scambiarono le camere, e così trascorsero i giorni, senza che i figli vedessero Miriam, mai più. Una notte, coricato nel letto del padre, Rillibee cercò invano di rammentare l’aspetto della mamma prima della malattia. Allora ebbe il desiderio di guardare il ritratto appeso sopra il caminetto. Si recò in soggiorno, accese una lampada e vide Miriam sorridente nel ritratto, col viso incorniciato dalla chioma lustra.

— Lasciami morire — sussurrò il pappagallo. — Oh, ti prego, ti prego. Lasciami morire.

— Zitto! — ordinò Rillibee sottovoce, scagliando le parole come ardenti getti di vomito. — Zitto! Zitto! - E promise a se stesso di non recarsi più in soggiorno, e non ascoltare più il pappagallo. A partire dal giorno successivo mangiò sempre in cucina, fece normalmente i compiti, non pose domande, non parlò più della mamma.

— Dev’essere stato duro — osservò frate Mainoa. — Dev’essere stato molto duro.

— Non riuscivo a smettere di pensare a lei: non potevo. Nel mio ricordo, il suo viso diventava grigio e cominciava ad arricciarsi come una fotografia in fiamme, sinché non riuscivo più a distinguere i lineamenti, non potevo più ricordare il suo aspetto. Sopportai quanto potei, prima di tornare in soggiorno a riguardare il suo ritratto, e di nuovo il pappagallo disse: «Uccidimi, ti prego. Ti prego: uccidimi.»

Fu il giorno dopo, quello del suo dodicesimo compleanno, che Rillibee si destò con la consapevolezza che era stato tutto un sogno, mentre il sole color oro struggente entrava dalla finestra. Si vestì e si recò in soggiorno, dove il pappagallo si muoveva lungo il trespolo, dicendo: — Grazie a Dio. Grazie a Dio. Grazie a Dio.

Song era già seduta a tavola. Un pacchetto era collocato davanti al posto di Rillibee, il quale sedette, con un sorriso, e lo esaminò, lo agitò, per indovinarne il contenuto.

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