Il sole nudo [The Naked Sun - it]
- Автор: Азимов Айзек
- Серия: Elijah Baley e R. Daneel Olivaw (it) #3
- Год: 1957
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Beata Della Frattina
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il sole nudo [The Naked Sun - it]». Краткое содержание книги:
Ancora una volta un caso da risolvere.
Ancora una volta Uomo e Robot assieme.
Naturalmente, ancora una volta Baley e Olivaw.
E ricomincia il sottile duello tra uomo e robot, tra istinto e ragione. Un argomento che molti tratterebbero con superficiale banalità , ma che nella penna di Asimov raggiunge livelli di incredibile meraviglia.
Sarà l’uomo a piegarsi alla razionalità del robot, oppure R. Daneel Olivaw comprenderà i meccanismi illogici del cervello umano?
Ancora una meravigliosa avventura che lascerà il lettore estasiato.
La coppia più riuscita di tutta la letteratura di fantascienza.
Ancora una perla del geniale good doctor Isaac Asimov.
Un romanzo degno del precedente (Abissi d’Acciaio) e un preludio eccellente al meraviglioso seguito: I Robot dell’Alba.
«Si bacia mai la gente nei romanzi?»
Lei arrossì molto a disagio. «Non leggo quella roba.»
«Mai?»
«Be'… C'è sempre in giro qualche film sporco, lo sai, e qualche volta, così, per curiosità… È disgustoso.»
«Davvero?»
Parlò con improvvisa animazione. «Ma la Terra è tanto diversa. Tanta gente. Quando cammini, Elijah, immagino che t… tocchi la gente. Per caso, voglio dire.»
Baley fece un mezzo sorriso. «Puoi arrivare a stenderle a terra, per caso.» Pensava alla folla sulla Linea celere che si dava strattoni e spintoni, balzando su e giù dai nastri mobili, e per un istante sentì l'inevitabile morso della nostalgia.
«Non c'è bisogno che tu stia laggiù» disse Gladia.
«Allora posso avvicinarmi un poco?»
«Credo di sì. Ti dirò io quando devi fermarti.»
Un passo dopo l'altro Baley cominciò ad avvicinarsi, mentre Gladia lo fissava con gli occhi spalancati.
«Non ti piacerebbe» disse lei all'improvviso «vedere un po' delle mie coloriture di campo?»
Baley era arrivato a un paio di metri. Si fermò a guardarla. Aveva un'aria piccola e fragile. Cercò d'immaginarsela con qualcosa in mano (che cosa?) che abbatteva furiosamente sulla testa del marito. Cercò d'immaginarsela pazza d'ira, omicida per odio e per rabbia.
Dovette ammettere che avrebbe potuto essere. Anche una donna di cinquanta chili avrebbe potuto rompere un cranio, se avesse avuto l'arma adatta e fosse abbastanza infuriata. Baley aveva conosciuto assassine (sulla Terra, naturalmente) che, rilassate, erano dei coniglietti.
«Che cosa sono le coloriture di campo, Gladia?»
«Una forma d'arte» disse lei.
Baley ricordò quello che aveva detto Leebig a proposito dell'arte di Gladia. Annuì. «Mi piacerebbe vederle.»
«Allora vieni.»
Baley continuò a mantenere una distanza prudenziale di due metri tra loro. Almeno era un terzo della distanza che aveva preteso Klorissa.
Entrarono in una stanza fiammeggiante di luce. Brillava in ogni angolo di ogni colore.
Gladia aveva l'aria compiaciuta, padrona. Alzò gli occhi, pieni di attesa, su Baley.
La risposta di Baley doveva essere quella che lei si aspettava, anche se non disse nulla: si girava lentamente, cercando di capire quello che vedeva, perché c'era solo luce, non un oggetto materiale.
Le masse di luce riposavano su piedistalli avvolgenti. Erano geometria vivente, linee e curve di colore che si fondevano in un insieme unico, pur mantenendo identità distinte. Non ce n'erano due nemmeno remotamente uguali.
Baley annaspava in cerca delle parole appropriate, infine disse: «Dovrebbe significare qualcosa?».
Gladia rise con la sua piacevole voce di contralto. «Significa qualunque cosa ti piace che significhi. Sono solo forme-luce che potrebbero farti sentire adirato, o curioso, o felice, o qualunque altra cosa provavo io quando le ho costruite. Potrei farne una per te, una specie di ritratto. Però potrebbe anche non venire tanto bene, perché dovrei improvvisare.»
«Lo faresti? Mi interesserebbe molto.»
«Va bene» disse lei e fece una piccola corsa fino a una figura in un angolo, passandogli vicina qualche centimetro. Sembrò che non lo notasse.
Toccò qualcosa sul piedistallo della figura-luce e lo splendore al di sopra morì senza un tremolio.
Baley annaspò e disse: «Non farlo».
«Va tutto bene. Comunque mi aveva stancato. Abbasserò temporaneamente le altre, in modo che non mi distraggano.» Aprì un pannello su un muro liscio e spostò un reostato. I colori svanirono in qualcosa di scarsamente visibile.
«Non hai un robot per fare questo?» chiese Baley. «Che chiuda i contatti?»
«Zitto, ora» disse lei con impazienza. «Non tengo robot, qui. Tutto questo sono io.» Lo guardò fremendo. «Non ti conosco abbastanza, è questo il guaio.»
Non guardava il piedistallo, ma le dita posavano leggere sul ripiano, tutte e dieci curve, tese, in attesa.
Un dito si mosse, descrivendo una mezza curva sulla superficie liscia. Una sbarra di luce giallo cadmio sciabolò obliquamente nell'aria al di sopra. Il dito s'inclinò un po' indietro e la luce diventò meno profonda nell'ombra.
Lei lo guardò un istante. «Immagino che sia così. Una specie di forza senza peso.»
«Giosafatte.»
«Ti sei offeso?» Sollevò le dita e la linea obliqua di luce rimase stazionaria in alto.
«No, niente affatto. Ma che cos'è? Come fai?»
«È difficile a spiegarsi,» disse Gladia, mentre guardava pensierosamente il piedistallo, «tenendo conto che in realtà non lo capisco neanch'io. È una specie di illusione ottica, mi hanno detto. Componiamo campi di forza a diversi livelli di energia. In realtà sono espulsioni dell'iperspazio e non hanno affatto le proprietà dello spazio ordinario. A seconda del livello d'energia, l'occhio umano vede luci di tonalità diverse. Le forme e i colori sono controllati dal calore delle mie dita contro punti adatti del piedistallo. Dentro ogni piedistallo ci sono tutti i tipi di controlli.»
«Vuoi dire che se ci mettessi su un dito…» Baley avanzò e Gladia gli lasciò il posto. Mise esitando un polpastrello sulla superficie e avvertì una leggera pulsazione.
«Va' avanti. Muovi il dito, Elijah» disse lei.
Baley lo fece e una frastagliatura di luce grigio sporco apparve nell'aria ad attraversare la luce gialla. Baley ritirò il dito di scatto e Gladia rise per poi prendere subito un'aria contrita.
«Non avrei dovuto ridere» disse. «È proprio difficile a farsi, perfino per gente che ci ha provato per lungo tempo.» Mosse la mano leggermente e troppo in fretta perché Baley potesse seguire il movimento e la mostruosità che lui aveva fatto sparì, lasciando la sola luce gialla.
«Come hai imparato a farlo?» chiese Baley.
«Continuando a provare. È una nuova forma d'arte, sai, e solo uno o due sanno davvero come…»
«E tu sei la migliore» concluse Baley tetro. «Su Solarìa tutti sono i migliori o gli unici in qualche campo.»
«Non mi prendere in giro. Ho fatto mostre dei miei piedistalli. Ho dato spettacoli.» Alzò il mento. Il suo orgoglio era inequivocabile.
«Fammi andare avanti con il tuo ritratto» continuò lei. Mosse ancora le dita.
Nella forma-luce apparvero alcune curve che crebbero e si modificarono alle sue direttive. Ora era tutta angoli acuti. E il colore dominante era il blu.
«Quella è la Terra, in un certo senso» commentò lei, mordendosi il labbro inferiore. «Ho sempre pensato alla Terra come blu. Tutta quella gente che vede, vede, vede. Visionare è più rosa. Come ti sembra?»
«Giosafatte, non riesco a immaginarmi le cose come se fossero dei colori.»
«Ah, no?» disse lei distratta. «Ora, tu ogni tanto dici “Giosafatte” e questo vuol dire una pallina viola. Una piccola pallina netta, perché di solito lo esclami all'improvviso, così.» E la pallina viola apparve brillando da un lato.
«E poi,» disse lei «posso finire così.» E un grande cubo grigio-ardesia, liscio e opaco, salì a rinchiudere ogni cosa. Le luci all'interno vi brillavano attraverso, ma attenuate, imprigionate, in un certo senso.
Nel vederlo Baley provò tristezza, come se ci fosse qualcosa che lo tenesse rinchiuso e lontano da quello che voleva. «E quest'ultima cosa, cos'è?» chiese.
«Be',» spiegò Gladia «i muri intorno a te. È quello che c'è di più in te, il modo in cui non riesci ad andar fuori, il modo in cui devi a tutti i costi stare dentro. Là dentro ci sei davvero. Non vedi?»
Baley vedeva e in un certo senso disapprovava. «Quei muri» disse «non sono permanenti. Oggi sono stato fuori.»
«Davvero? E ti dava fastidio?»