Scacco al tempo [The Sinful Ones - it]
- Автор: Лейбер Фриц Ройтер
- Год: 1986
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Scacco al tempo [The Sinful Ones - it]». Краткое содержание книги:
La pista calda proveniva da dietro l’angolo successivo, passava davanti al cinematografo descrivendo un folle cerchio, poi schizzava via attraverso la strada. La pista “tranquilla” seguiva una traccia sul lato fin dentro al cinema, poi ne usciva di nuovo.
Carr scosse la testa. Era tutto così strano… troppo. Come se le piste s’impregnassero di due suoi differenti umori: uno malinconico, quasi torpido. L’altro demenziale, temerario, d’una impudente follia.
Dopo un paio di false partenze, si mise a seguire la traccia tranquilla, attraversando la strada lungo un altro isolato per poi girare un angolo. Qui gli parve rafforzarsi, o forse ciò era dovuto al fatto che non c’era più una distinzione.
Carr giunse nel quartiere degli affari. Qui la sensazione d’una desolazione ostile, che l’aveva accompagnato per qualche tempo, aumentò di colpo, vistosamente. Non era soltanto dovuto al fatto che tutto l’alcol che aveva avuto in corpo stava terminando il suo effetto. Là dietro, vicino al negozio di musica e al cinematografo c’era stato, almeno, il fantasma di qualche specie di umana eccitazione, per quanto dozzinale e stantia… il fascino delle attrazioni pacchiane aveva gravato nell’aria irretendo così gli appetiti umani. Ma quei grandi e opprimenti edifici adibiti a uffici, con i loro orpelli di ferro battuto e le facciate di granito, volevano esplicitamente essere brutti. Si gloriavano della loro petrigna efficienza, della loro indifferenza ai desideri umani, della loro grigia capacità di schiacciare ogni felicità.
Lo sguardo di Carr vagò inquieto da un lato all’altro di quella stretta facciata nera che saliva vertiginosamente verso il cielo… si stava forse muovendo a scatti in avanti come per esibirsi in un imperscrutabile annuire? C’era qualcosa di eccessivamente orribile nel pensiero di migliaia e migliaia di uffici bui, vuoti, salvo per le interminabili file di scrivanie, macchine per scrivere, armadietti metallici, refrigeratori d’acqua. Quali deduzioni ne avrebbe tratto uno straniero che fosse giunto da Marte? Sicuramente non di esseri umani. Qui regnava sovrana la macina della morte, sia di giorno sia di notte, soltanto che in questo momento aveva smesso il suo travestimento.
Con un rombo assordante una cavalcata di furgoni carichi di quotidiani freschi di stampa sbucò dall’angolo successivo, procedendo a rompicollo in un tuffo frenetico, come se fosse in gioco il destino della nazione.
La sensazione di palpabile paura, che l’aveva afferrato fin da quando era entrato nel quartiere degli affari, era aumentata ancora. C’era qualcosa che non doveva sentire la sua presenza, qualcosa che non doveva vederlo, qualcosa a cui non si poteva permettere in nessuna circostanza di sapere che lui poteva aver visto o sentito.
Era facile capire perché mai un branco di grattacieli deserti potesse far provare a una persona un brivido temporaneo. Perché doveva darvi la certezza dell’esistenza d’una banda impegnata a darvi la caccia? E perché, in nome dell’equilibrio mentale, quella sensazione doveva esser legata a elementi così incongrui quali la pubblicità dei Prosciutti Wilson, un pannello di vetro, un cane al guinzaglio?
E in qualche modo il numero tre. Tre cose. Tre persone. Tre… tre…
La sua sensazione d’essere sul punto di ricordare stava arrivando al culmine. Era certo che ogni vuoto in quella pista di pietra doveva aver accolto, in altre circostanze, il suo piede; che ogni spoglio panorama di costolatura d’acciaio e di nerborute colonne aveva già intrappolato il suo sguardo vagante.
Mentre rifletteva, il cielo si era rischiarato un po’. Le stelle erano tutte scomparse. Riusciva perfino a scorgere, a qualche isolato di distanza, la statua di Cerere in cima all’edificio dell’Industria e del Commercio. Ricordò che la statua non aveva volto. Trovandosi troppo in alto perché i lineamenti potessero essere distinti, salvo da un aereo o servendosi d’un cannocchiale, una superficie curva e liscia di pietra era servita ugualmente allo scopo.
Poi, molto vicine a lui, sul lato opposto della strada, notò tre figure. Di scatto si sporse in avanti ad osservarle.
Per un attimo pensò che fossero statue.
In realtà erano quattro figure, ma la quarta era un grosso animale nero, simile a un cane, ma con qualche cosa di felino.
Le tre figure più alte parevano ispezionare la città addormentata con aria cupa, meditativa.
La prima era ferma vicino al cane, con un braccio teso, dritto verso il collo dell’animale, come se lo tenesse per un corto guinzaglio. La figura era quella di una donna. C’era uno sfarfallio di capelli chiari sopra un cappotto dalle spalle larghe.
Il secondo era un uomo corpulento.
Il terzo era più magro e all’apparenza era il più giovane. La sua testa pareva piccola e ben curata, anche se con pochi capelli. E quando tese il braccio per indicare qualcosa di lontano, il suo polso parve vuoto.
Sprazzi di ricordi guizzarono incontrollati nel cervello di Carr. Si sporse ancora di più in avanti e allungò il collo, come se l’avvicinarsi al gruppo anche d’un solo centimetro in più potesse consentirgli d’identificarli.
Era ancora troppo buio per distinguere i volti. Eppure, malgrado sapesse che quei tre avevano un volto e com’erano quei volti, si trovò a chiedersi se adesso, alla stessa stregua della statua di Cerere, avessero realmente bisogno d’indossare dei volti.
Si sporse ancora di più.
Ricordò tutto.
11
Il pomello dell’entrata della camera da letto di Carr continuò ad andare avanti e indietro. Dapprima una lenta, cigolante rotazione fino a liberare lo scrocco. Poi una spinta, cosicché la porta si trovò a premere contro il catenaccio interno. Poi il pomello venne rilasciato d’un tratto, e tornò indietro di scatto, con uno stridio. Poi ricominciò daccapo.
Da dov’era disteso, completamente vestito salvo per le scarpe e il cappotto, Carr osservava il pomello sbirciandolo lungo le sue gambe e il reticolato delle sbarre d’ottone ai piedi del suo letto. Tratteneva il respiro. Anche se il collo e le spalle dolevano, continuava a tenere la testa nella stessa faticosa posizione mezzo sollevata che aveva assunto quando aveva sentito per la prima volta che qualcuno stava trafficando con la porta. Tutte le sue facoltà erano concentrate nel tentativo di evitare qualunque rumore che potesse tradire la sua presenza nella stanza.
Una brezza infinitesimale agitava le tapparelle abbassate. Un moscone ronzò pigramente contro la luce del sole, camminò lungo il soffitto, scese fin sulla mensola del caminetto, fluttuò rumorosamente attraverso la stanza, urtò il paralume con un sonoro plop, scese sul davanzale e vi strisciò sopra per un po’ per poi ricominciare a camminare sul soffitto.
Carr riusciva a sentire il rauco respiro di colui che si trovava appena al di là della porta. Oltre a quel lieve rumore c’era un debole strisciare e raschiare, come se anche un cane stesse cercando di entrare.
Il pomello della porta riprese a girare come un pezzo di macchinario guasto che si rifiutasse di esalare l’ultimo respiro. Per un attimo a Carr parve che il moscone gli fosse atterrato sulla fronte. Ma era soltanto un filo di sudore… pure, bastò a farlo sussultare. Le molle del letto cigolarono, i suoi muscoli si tesero. Irrigidì le braccia doloranti, ormai sul punto di mettersi a tremare per la tensione. L’intera stanza parve diventare un imbuto tappezzato di carta da parati che andava restringendosi fino a concentrarsi tutto su quel pomello inquietante, che continuava implacabile a girare e a scattare all’indietro.
Adesso Carr riuscì a sentire qualcosa di più del rauco respiro. Un querulo borbottio, come se chi si trovava là fuori si stesse spazientendo.
Il moscone urtò ancora contro il paralume, cadde e ronzò lungo il davanzale. Uno scampolo di risata salì fin lassù dalla strada.