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Scacco al tempo [The Sinful Ones - it]

Электронная книга - «Scacco al tempo [The Sinful Ones - it]». Краткое содержание книги:

Carr Mackay ha un lavoro tranquillo, una fidanzata che lo spinge a far carriera e una vita tutto sommato ben pianificata. Ma ecco che un giorno conosce una strana ragazza, bella e alquanto terrorizzata, e da quel momento la sua vita scivola lungo binari diversi. Scopre di possedere un oscuro potere che il mondo attorno a lui sembra aver perduto, e soprattutto si rende conto che il tempo non è uguale per tutti. O meglio, che non tutti sono obbligati a rispettare la sceneggiatura cosmica imposta silenziosamente al genere umano dall’ordine delle cose. Da quel giorno la vita cambia per Carr Mackay, in modo radicale e spaventoso, poiché fra i pupazzi che tutt’intorno continuano la loro recita si nascondono altri ribelli niente affatto amichevoli…
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Era come se tutto il fluido vitale delle figure davanti a lui fosse colato fuori da un singolo gigantesco squarcio.

La gente sobria ha l’impressione, per brevi momenti, che ogni forma di vita e di significato sia improvvisamente scomparso da ogni cosa tutt’intorno: i rumori, le parole, la gente. Per una persona ubriaca l’effetto è più intenso. A Carr pareva, mentre se ne stava là immobile, ammiccando, che il mondo dei Pendleton non fosse vero. Quelli erano manichini che danzavano in una vetrina. Il cicaleccio delle voci che giungevano dalla biblioteca erano registrazioni che uscivano ronzando dall’interno cavo di statue animate. E l’orchestra, poi! Vedete come quelle rigide mani brune battono sulla viola di basso, mentre altre due mani vanno su e giù sussultando sopra i tasti del pianoforte e un altro paio ancora volteggia lungo il sassofono? Complessi come quello, di latta dipinta, si vedevano nelle vetrine dei negozi di giocattoli. Quelli erano più grandi e di fattura infinitamente più raffinata, tuttavia la musica, in realtà, arrivava da qualche altro posto.

Pareti di vetro, era questo che aveva pensato. Quella gente si trovava dietro a pareti di vetro, non c’era dubbio, i pannelli di vetro d’una bacheca. Erano giocattoli che avevano raggiunto una dimensione tale da assordare con il loro baccano l’intero universo.

Perfino Marcia era soltanto un’elaborata bambola meccanica. Qualcuno le aveva infilato una chiave nel fianco, l’aveva caricata, e adesso girava e girava… Come Keaton Fisher, entrambi ticchettavano e basta.

Fra un attimo si sarebbero resi conto della sua presenza. Infuriati, perché un uomo vivo si era sbadatamente intrufolato in mezzo ai loro saturnali meccanici, si sarebbero precipitati su di lui, un’autentica marea metallica, luccicanti, sfavillanti, sbattenti, ticchettanti, sferzandolo con le loro braccia metalliche, calpestandolo sotto i loro piedi di metallo. Perfino adesso…

Trasalì, si girò di scatto, vide la porta che conduceva alle scale, si precipitò verso di essa.

Carr fissò il leone di bronzo come se fosse stato l’unico oggetto in un universo per ogni altro verso vuoto. Poi la pietra, l’ombra e la notte riemersero all’esistenza, mitigando i sentimenti in subbuglio che avevano fatto turbinare la sua mente e gli avevano messo le ali ai piedi.

Si guardò intorno un po’ scioccamente, rendendosi conto di trovarsi davanti all’Istituto d’Arte sul lato del Michigan Boulevard rivolto verso il lago. Ricordava la lunga camminata verso il centro soltanto come una progressione di cose viste senza essere realmente percepite. Una lontana insegna elettrica gli indicò l’ora: 3 e 39. Sentì gelide gocce di sudore scorrergli lungo le guance. La sua camicia da sera era umida sotto le ascelle. Si portò la mano alla gola, tirando su i risvolti dello smoking.

Salì i gradini di pietra e toccò, cautamente, il leone, come avrebbe potuto fare un bambino.

Un po’ più tardi provò nuovamente l’impulso di camminare. Ma non senza una meta precisa, lasciandosi andare alla deriva.

Mentre si spostava verso nord, lungo quello straordinario boulevard, di tanto in tanto un’automobile passava sibilando, facendo la riverenza alle strade laterali. Era ancora abbastanza ubriaco da provare l’illusione di essere molto alto e di incedere maestosamente. Cambiando direzione, attraversò il boulevard e si fermò davanti all’ingresso della Biblioteca Pubblica. D’un tratto si rese conto che qualcosa lo stava attirando attraverso la notte, trascinandolo grazie a un numero indefinito di cordicelle fissate in profondità nel suo cervello e nel suo cuore, talmente sottili e trasparenti che non era possibile rendersi conto della loro presenza a meno che qualche altra forza non si opponesse a loro.

Gli strattoni erano molto concreti. Gli pareva quasi di potersi appoggiare su di essi, confidando sulla loro forza per evitare di cadere.

E continuavano ad attirarlo. Avevano una promessa di mistero.

Si concentrò con la fissità di un mistico, sgombrando la sua mente da ogni pensiero aleatorio e lasciando che le sue sensazioni galleggiassero libere, cercando di percepire quegli strattoni, reagendo ad essi.

Cedette.

Le strade erano deserte e non c’era un filo di vento. Superò un chiosco per giornali vuoto. Il suo piede fece frusciare un frammento strappato di giornale.

Gli strattoni continuarono, anche se non crebbero d’intensità. Come se il magnete che lo attirava si allontanasse da lui mentre camminava, mantenendo sempre la stessa distanza.

A metà strada lungo l’isolato, l’attrazione cambiò direzione d’un tratto, guidandolo dentro uno stretto vicolo, niente più d’una fessura fra muraglie gigantesche. Faceva troppo buio per vederci. Protese le mani e tastò il terreno davanti a sé prima con un piede e poi con l’altro, e soltanto dopo accettò di affidare il suo peso ai grossi ciottoli del selciato. Poteva guidare se stesso in maniera approssimativa grazie alla striscia verticale di luce nebbiosa chiazzata di strani bagliori azzurri all’estremità opposta.

All’incirca dopo venti passi, si arrestò incerto. Cominciò udire delle risate e delle conversazioni soffocate, le note d’una musica roca. Mentre avanzava cauto lungo il vicolo buio, si chiese cosa fosse mai che stava seguendo. Qualche pista concreta sul marciapiede o nell’aria: tracce chimiche o elettriche che colpivano i sensi in modo troppo impercettibile per venir riconosciute a livello conscio. Oppure si trattava di ricordi sommersi di qualcosa che gli era accaduto altre volte, forse durante uno dei suoi attacchi di amnesia. Oppure, perfino, d’un qualche tipo di suggerimento postipnotico. Ma il pensiero interferiva con la sua capacità di percepire la presenza della pista. Doveva trasformare la sua mente in quella di un’ameba che si sposta automaticamente verso l’ombra.

Emerse all’altra estremità del vicolo.

Si trovò a guardare la vetrina d’un negozio di musica e a scrutare alla luce dei lampioni gli spartiti, gli album di dischi e gli strumenti-giocattolo. Per un po’ rimase là col viso premuto contro la superficie di vetro, cercando di distinguere cosa ci fosse oltre la porta.

Dal nulla un titolo s’insinuò nella sua mente. La sonata Al chiaro di luna. I suoi pensieri si piegarono e rabbrividirono come sferzati da una raffica di vento. Per un attimo, fu sul punto di ricordare tutto…

Giunse a un cinematografo. Un mostro dagli occhi verdi lo sbirciava malizioso dall’atrio, stringendo fra i bianchi artigli incerte forme femminili i cui volti in preda al terrore imploravano soccorso. Un cartellone proclamava: Sbarrerete gli Occhi! Urlerete! Rabbrividirete Colti da un Delizioso Terrore Quando il Mostro Impazzito Vagherà per le Strade Buie Braccando la Sua Preda!

Davanti alla biglietteria gli capitò una cosa stranissima: la pista deviò d’un tratto verso il bordo del marciapiede e cambiò completamente qualità. Fino a quel momento era stata tranquilla, quasi placata, se si potevano usare parole come quelle. Adesso, all’improvviso, divenne selvaggia, estatica, “calda”: la traccia di qualcosa di follemente gioioso. Carr era arrivato a un punto dal quale, se fosse stato un cane, esplodendo in un guaito eccitato, si sarebbe lanciato in mezzo alla boscaglia.

Divenne sospettoso. Non era soltanto il fatto che il mutamento nella natura della pista l’aveva spaventato, con la sua allusione all’abbandono dell’equilibrio mentale.

Di solito, i cani balzavano via in una direzione diversa perché avevano sentito un odore diverso.

Dovevano esserci due piste.

Passò quasi un quarto d’ora battendo il terreno avanti e indietro. Ciò che rendeva più difficile le cose era che, tutte le volte che s’imbatteva nella pista “calda”, per parecchi secondi la sua capacità di percepire l’altra ne usciva assai danneggiata. Alla fine, con sua soddisfazione, riuscì a distinguerle con chiarezza.

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